Genova 18 ottobre 2014. Manifestazione “Io non rischio … lotto” per l’alluvione che ha colpito la città

Alluvione-2014

Tantissime persone, e tantissimi ragazzi hanno partecipato alla manifestazione post alluvione “Io non rischio … lotto” partita dal piazzale di Staglieno e arrivata a De Ferrari, nel centro della città.

Circa 5 chilometri sono stati percorsi con striscioni e scanditi al ritmo di slogan e interventi per dire a chi ci governa “Basta cementificazione”, “Vogliamo sapere chi ha responsabilità precise” ricordando che a Genova le alluvioni si susseguono ogni due, tre anni senza che nulla venga fatto per evitarle, per renderle meno violente, per non contare più morti.

Una breve pausa nel tunnel di Brignole per ricordare la vittima, un ex infermiere di 57 anni, Un attimo di silenzio e poi il corteo ha ripreso a scorrere nelle strade appena pulite dal fango.

Una domanda circolava senza risposta: “ Perchè nel decreto sblocca Italia solo 110 milioni per il dissesto idrogeologico mentre 4 miliardi sono stati stanziati per le grandi opere? ”,

Patto di stabilità killer

di Marco Bersani – Attac Italia
.La natura fa il suo corso. Amichevole, se le attività umane si relazionano alla stessa rispettandone le leggi fondamentali; devastante, se le attività umane la considerano variabile dipendente dai profitti.
Genova, Parma, Alessandria, Maremma, Trieste sono le nuove stazioni del calvario autunnale, che induce a modificare il Marco Bersanivecchio detto popolare “Piove, governo ladro” nel più attuale “Piove, governo ladro e si salvi chi può”.
Sul perché ogni volta che piove questo Paese vada sott’acqua e sul fatto che forse occorrerebbe che tutti facessero un corso di formazione sul cambiamento climatico, in modo da smettere di stupirsi su quanti metri cubi d’acqua in brevissimo tempi scarichino i temporali, molto si è gia scritto.
Ma nell’ennesimo, spesso rituale, dibattito che si scatena su tutti i mass media ogniqualvolta una parte del territorio finisca sott’acqua, devastando le vite di intere comunità, continua una strana afasia sulle reali cause di ciò che succede.
Non sono di quelli che pensano che la colpa vada immediatamente addossata ai sindaci di turno, anche se questi ultimi non possono bearsi ad ogni piè sospinto dei voti ricevuti in seguito a programmi elettorali di cambiamento anche radicale e poi chiedere comprensione per la propria impotenza tutte le volte che sono chiamati a gestire l’ennesima tragedia.
Ma sono di quelli che pretende dai sindaci di turno parole di verità.
Prendiamo come esempio la vicenda di Genova, perché è quella che esprime al meglio il paradosso. Se stiamo alle dichiarazioni dei vari esponenti istituzionali, tutto è avvenuto secondo le regole e nella piena legittimità delle procedure. Di conseguenza, dovremmo dire agli abitanti di quella città che il buon funzionamento delle istituzioni comporta necessariamente un’alluvione almeno ogni tre anni, con quartieri sepolti dal fango e vite umane perse.
Cosa non torna? Dove sta l’afasia? Dove sta dunque la vera colpa dei sindaci, “arancioni” compresi?
Ciò che si continua a non dire, a destra come a sinistra, è che il vero killer di quanto è successo in queste settimane è il patto di stabilità interno, al rispetto del quale tutti i sindaci continuano a immolare, in una sorta di nuova religione dei mercati, la cura del territorio e delle comunità che lo abitano.
Quanta spesa pubblica destinata alla manutenzione quotidiana del territorio è stata tagliata, bilancio dopo bilancio, da sindaci ogni volta fieri di aver rispettato i parametri, entusiasti di aver “risanato” il bilancio, in estasi per ogni riconoscimento sulla “stabilità” dei conti?
E’ questa scientifica rimozione del problema che rende sacrosante tutte le proteste, per quanto confuse, di ogni cittadino coinvolto. E’ con questa cartina di tornasole che andrebbe misurata la necessità di dimissioni.
Oggi un sindaco che volesse interpretare sino in fondo il proprio ruolo dovrebbe chiamare a raccolta la comunità territoriale e spiegare come, senza una battaglia collettiva contro il patto di stabilità, nessun miglioramento nella sicurezza del territorio e nella qualità della vita sarà possibile.
Nel frattempo, c’è chi il nodo l’ha pienamente compreso e, grazie all’afasia dei sindaci, lo gioca ancora una volta a favore dei grandi interessi finanziari: la legge di stabilità, appena presentata dal premier Renzi, prevede infatti che i ricavi delle dismissioni delle società di servizi pubblici locali possano essere spesi dai sindaci fuori dal patto di stabilità.
Questa volta, molto più di altre, si chiede ai sindaci di schierarsi contro i beni comuni dei cittadini.
O si ribellano o non sappiamo che farcene.

Acqua: a tre anni dal referendum, l’obiettivo della ripubblicizzazione pare arenato in un vicolo cieco. Una riflessione e un invito a ripartire, a partire dalla sottoscrizione di una “Carta dell’acqua”

Per una alleanza sull’acqua

A tre anni dal referendum, l’obiettivo della ripubblicizzazione pare arenato in un vicolo cieco. Da Emilio Molinari, storico fondatore del Comitato italiano per un contratto mondiale sull’acqua, una riflessione e un invito a ripartire, a partire dalla sottoscrizione di una “Carta dell’acqua” e del superamento di alcuni steccati “ideali”, come quello dell’azienda speciale

Emilio Molinari

 

di Emilio Molinari – 14 ottobre 2014

L’obbiettivo della ripubblicizzazione dei servizi idrici si è arenato in un vicolo cieco. A tre anni dal referendum solo Napoli ha trasformato il servizio da società per azioni (SPA) in house ad azienda speciale. I successi del movimento stanno nell’aver fermato la Multiutility del Nord, respinto a Cremona il tentativo di far entrare i privati nella gestione in house, impedito al Comune di Roma di vendere altre quote di ACEA, nello scorporo dell’acqua a Trento e -si spera- a Reggio Emilia, e nell’aver aperto in Toscana la discussione sullo scorporo dell’acqua dalle aziende partecipate da ACEA.  L’ostilità dei governi e l’attacco allo stesso referendum erano scontati.Ma ciò non spiega il vicolo cieco in cui si è arenato il movimento. Credo sia tempo di rivedere criticamente non il contenuto della ripubblicizzazione in sé, ma la strategia con la quale è stato perseguito, improntata al rigido spartiacque della coerenza al vincolo quasi ideologico dell’eliminazione delle SPA in house. Prescindendo dalla lettura della realtà, dai rapporti di forza, dalla capacità di farsi capire dalla gente, dai limiti stessi presenti nel risultato referendario che, al di la della volontà degli elettori, di certo fermava l’obbligatorietà all’ingresso dei privati.  Non c’è stato un percorso, dove accumulare forze, con tappe e obbiettivi intermedi da cui ripartire con le alleanze possibili. Anzi, alla rigidità è stata aggiunta una campagna sulla “obbedienza civile” con relativa autoriduzione delle tariffe, che non poteva che arenarsi.  Ma in questa visione, oggettivamente, tutti i Comuni, tutti i sindaci e tutte le aziende in house non potevano che diventare avversari da attaccare. E il movimento si è connotato come parte di un fronte di giuste “resistenze” ( No Tav, No Mose, No Expo, No Dal Molin, No al gassificatore, No alla precarietà, No agli sgomberi delle case, etc) tenuto assieme dall’involucro politico/ideologico “del fronte antagonista dei beni comuni”.  Uno stretto recinto, nel quale le ragioni dell’acqua, la novità della sua cultura inclusiva, si sono perse assieme all’anima universale, il linguaggio popolare, la capacità di dare passione a tanti e costruire ampie adesioni e alleanze. Da qui l’impantanamento tra estremismi e interpretazioni giuridiche, localismi, attività sindacali sulla tariffa, ricorsi ai tribunali. Facciamo una pausa di riflessione per ripartire.  Proviamo a pensare a quei Comuni e (perché no) anche a quelle aziende in house, che resistono all’ingresso dei privati o quelle che vorrebbero disfarsi dei privati,  come a nostri interlocutori e possibili alleati.  Perché c’è una relazione profonda tra la volontà di privatizzare i servizi pubblici locali e quella di svuotare d’ogni ruolo e  credibilità i Comuni. Una consapevolezza, dovrebbe perciò rafforza l’altra e l’alleanza non è solo una opportunità, ma una strategia politica da perseguire. Oggi tutte le istituzioni sono sotto attacco e i Comuni sono la prima linea. Vincoli economici, soppressione/privatizzazione, Sblocca-Italia, ne sono l’espressione. E in prima linea lo sono nel reggere l’urto della reazione dei cittadini per la decadenza dei servizi, del territorio, etc.  Ma ormai la sottrazione di sovranità alle istituzioni ad ogni livello è la politica del nostro tempo. Dalla troika al trattato USA-UE, si va prefigurando un nuovo ordine mondiale che privatizza la politica e la trasferisce alle sedi finanziarie e ai tribunali arbitrari delle Multinazionali. Un esempio sono gli organismi extra-istituzionali sull’acqua. Le multinazionali sono diventate soggetti decisionali e attori ufficiali della “governance”, termine che oggi sostituisce i “Governi politici e rappresentativi.”  Il Consiglio mondiale dell’acqua, partecipato dall’ONU, è presieduto da SUEZ e VEOLIA (a loro volta controllate da Goldman Sachs).  Il CEO Water Mandate, delegato dall’ONU, con più di 100 aziende multinazionali di tutti i comparti produttivi, protese ad assicurare acqua alle loro produzioni. Da una parte lo svuotamento delle istituzioni e dall’altra la mercificazione di tutta l’acqua, il suo prezzo, il full recovery cost, la Borsa dell’acqua e la compra vendita dei diritti allo sfruttamento. Negli USA-Canada-Cile-Australia, la compravendita dei diritti allo sfruttamento dell’acqua è già operante e per darne una idea il magnate texano Boone Pickens ha comprato un lago in Alaska e lo rivende all’Arabia Saudita e alla Cina.  In Cile, l’acqua dei fiumi è lottizzata e venduta all’asta e la concessione ha la priorità sui bisogni essenziali degli abitanti del luogo. Il “Water Grabbing” è la realtà di tutta l’Africa. Nella Detroit della crisi dell’auto, 90mila persone sono private dall’accesso all’acqua perché indigenti.  Nell’ambito di EXPO, è la multinazionale Barilla a lanciare un Protocollo mondiale sull’alimentazione, ed è la politica e l’associazionismo ad aderire, mentre a Nestlé viene delegata la piazza tematica dell’acqua, escludendo l’acqua pubblica di Milano.  Tutto il contesto ci vede correre verso il suicidio idrico.  15 milioni di persone all’anno si devono spostare nel mondo solo per effetto di scelte tecnologiche inerenti all’acqua.  Alla domanda di acqua del 2030, verrà a mancare il 40% della risorsa. Il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle città e la metà degli abitanti dei grandi centri urbani vivrà in baraccopoli, con problemi d’acqua potabile, servizi igienici, smaltimento dei rifiuti e reti energetiche. Una realtà che scarica su Comuni e aree metropolitane i drammatici problemi di questo secolo, al contempo privandoli di ruolo, di poteri e di risorse.  La corruzione e l’impotenza screditano la politica e le istituzioni, dall’ONU in giù, fino ai Comuni, e cresce nei movimenti l’idea di combatterle, di metterle tutte tra i “nemici”. Ma il nostro compito è altro. È quello di riconquistarle, in quanto istituzioni, alla politica, al bene pubblico, alla fiscalità generale per le opere e i servizi di interesse generale. Difendendone il ruolo con la stessa volontà con la quale difendiamo la Costituzione. Ripartire dall’acqua con i Comuni che vogliono ritrovare l’orgoglio del loro ruolo, la volontà di “disobbedire” e non solo sui diritti civili. Per mettere in sicurezza l’acqua potabile e i servizi pubblici come la raccolta dei rifiuti. Per affermare il diritto all’acqua potabile e ai servizi sanitari. Per costruire una rete di Città dell’acqua (water policy), ma anche di imprese pubbliche e in house, che si muovano con in testa la visione di quale città progettare. Non con l’anarchia dei costruttori, ma con i cittadini, il territorio agricolo e l’acqua circostante. Con i contadini veri con i loro prodotti (food policy). Una rete che in Italia e in Europa sia in grado di fare politica (non vincere sul mercato delle utilities). Soggetti, capaci di conquistare ai governi leggi e direttive. Per rimuovere assieme gli ostacoli alla riappropriazione delle quote delle grandi società per azioni -A2A, ACEA, IREN, HERA- in mano ai privati. Per promuovere incontri tra sindaci di tutto il mondo, affinché l’ONU concretizzi quella che è stata una grande vittoria del movimento: la risoluzione del 2010 con la quale l’acqua potabile e i servizi igienici, sono diventati un diritto umano imprescrittibile. Per costituzionalizzare il diritto all’acqua. Per Protocolli, Trattati e organismi internazionali garanti del diritto all’acqua e non del suo commercio, che fissino regole, principi, quantità e ne sanzionino le violazioni. Per impedire la formazione di grandi multi-utility nazionali e quotate in Borsa. Per dotarsi di una Carta dell’acqua, nella quale gli aderenti si impegnano a: – promuovere l’acqua pubblica del proprio acquedotto; – promuovere nelle scuole la cultura dell’acqua; – fuoriuscire dalla logica della tariffa, garantendo il diritto ai 50 litri al giorno per ogni persona e il risparmio con una tariffa progressiva; – non togliere l’acqua a nessun cittadino o immigrato, Rom o baraccato; – dare vita a un fondo con le imprese, per progetti nel Sud del mondo attraverso partenariati pubblico/pubblico. Il movimento dell’acqua ha indicato a tutti un qualcosa di straordinariamente nuovo.  Qualcosa da cui partire non solo per realizzare gli obiettivi in sé, ma per riprendere a ragionare sul nostro tempo, sulla necessità di una nuova visione della politica e dei movimenti con al centro i diritti universali. L’abbozzo per trovare la strada perduta da una politica agonizzante e per chiamarla a salvarsi e a salvare la democrazia.

 

Alluvione a Genova: tagli ai servizi, il movente del disastro

TAGLI AI SERVIZI, IL MOVENTE DEL DISASTRO

di Marco Bertorello – Attac Genova -

Durante la prima notte in uno dei quartieri popolari più colpiti dall’alluvione, oggi come tre anni fa, un’auto dei vigili urbani viene presa a sassate dagli abitanti esasperati, soli di fronte all’ennesimo disastro, costretti a ricominciare da capo. Un episodio che fa pensare a una delle tante città della periferia di questo mondo, una città in declino, in crisi, dove le crescenti contraddizioni sono affrontate con una guerra tra poveri che non può portare da nessuna parte. I vigili urbani come simbolo più prossimo dei poteri locali, delle istituzioni. La rabbia si scarica sugli obiettivi più immediati, rischiando di confondere il ruolo degli addetti del comune con quello dei loro dirigenti, siano politici o tecnici. E solo raramente si riflette sull’impalcatura politico-economica che sta a monte di queste tragedie che fanno di Genova un modello negativo. Senza entrare nel merito dei cambiamenti dei regimi piovosi che sono dati in ragione dei cambiamenti climatici, frutto a loro volta di uno sviluppo insensato sia sul piano industriale che dei consumi, e astraendo dai particolari assetti idrogeologici della Liguria, su cui si è cementificato in maniera sconsiderata, diventano urgenti alcune considerazioni che potrebbero condurre a conseguenze piuttosto immediate, se solo si decidesse di invertire la rotta.

Il primo aspetto è il regime di appalti a cui le amministrazioni locali si sono affidate per la realizzazione di lavori strutturali contro il perenne dissesto per cui erano stati stanziati fondi sufficienti. Quindi i soldi ci sono, ma i lavori non vengono svolti. Un contorto e frammentato meccanismo di gare divide i progetti in più tranches, ove la prima ditta locale vince il primo lotto, ma poi è indagata dalla Finanza, e dove il secondo lotto è vinto da un consorzio di società a cui quelle perdenti fanno ricorso, bloccando l’inizio dei lavori. Diversi Tribunali regionali coinvolti fino al Consiglio di Stato. A tre anni dalla scorsa tragedia l’opera di messa in sicurezza dei territori non è stata ancora realizzata, favorendo l’odierno disastro nei medesimi luoghi. Eppure la teoria imperante in questi anni è stata proprio quella di un privato efficiente a cui concedere impieghi con risorse pubbliche e attraverso meccanismi crescenti di esternalizzazioni. Ma se il movente è unicamente il risparmio dal lato pubblico e il profitto da quello privato il risultato sotto gli occhi di tutti è il fallimento delle opere necessarie. Altro che efficienza del privato.

Passando dalle opere straordinarie all’ordinaria manutenzione, i cittadini giustamente lamentano il costante abbandono e degrado dei rivi, intasati da detriti di varia natura. Qui nuovamente le responsabilità sono a cascata. Lo Stato riduce i finanziamenti agli enti locali, questi riducono le prestazioni a partire da quelle meno appariscenti. Si prova a non tagliare i servizi sociali, ma si finisce per colpire i servizi manutentivi. L’azienda di servizi del comune di Genova (Aster) subisce un costante e consistente ridimensionamento delle risorse per il proprio contratto di servizio, così riduce l’occupazione. Il Comune poi non rinuncia definitivamente al progetto di privatizzazione, nonostante la clamorosa protesta dello scorso anno condotta insieme agli autotrasportatori che paralizzarono la città per cinque giorni. Oggi, mentre i dipendenti si autoriducono gli stipendi, azzerando i premi per non mandare l’azienda in rosso, questa, per far fronte al disinvestimento pubblico e procacciarsi nuove entrate, dirotta risorse verso il mercato su mansioni che non le sono proprie, finendo per snaturare la propria missione. Nessuna ricapitalizzazione dell’azienda, inoltre, ha accompagnato questo processo e il parco mezzi risulta ormai obsoleto.

Come sostiene Mariana Mazzuccato l’ideologia imperante ha affidato ai meccanismi di mercato e al privato crescenti quote dell’economia sulla base dell’argomento dell’«efficienza», ma nessuno ha quasi mai effettuato un’analisi dei risparmi in termini di costi reali per la società. La concretezza del caso genovese direi che rappresenta un’importante spunto per cominciare a riflettere su quale dovrebbe essere una nuova impalcatura dell’economia.

  12 OTTOBRE 2014

STOP TTIP. Incontro al Circolo ARCI Zenzero con Alberto Zoratti. (Genova 8 ottobre 2014)

Alberto Zoratti
Biologo e giornalista, è presidente di Fairwatch, ONG italiana di economia solidale che promuove campagne di sensibilizzazione ed advocacy sui temi del cambiamento climatico, del commercio e dell’economia internazionali.

E’ stato vicepresidente dell’Assemblea generale italiana del commercio equo e solidale (AGICES), tra i promotori di campagne come « MobiliTebio » e « Questo Mondo Non E’ in Vendita » e portavoce di Rete Lilliput nel Genova Social Forum al G8 del 2001. Tra i fondatori di Comune-info (htttp://comune-info.net) collabora con « Altreconomia ».

Le sue ultime pubblicazioni sono:

- Il voto nel portafolio. Scelte etiche e spesa quotidiana » di Leonardo Becchetti, Monica di Sisto, Alberto Zoratti, Casa Editrice il Margine, Italia, 2008

- I Signori della Green Economy Neocapitalismo tinto di verde e Movimenti glocali di resistenza » di Monica di Sisto, Alberto Zoratti, EMI – Editrice Missionaria Italiana, Bologna., 2013

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14 ottobre. Giornata mondiale contro l’incenerimento dei rifiuti.

Zero Waste

 

COMUNICATO STAMPA

14 OTTOBRE (per tutta la settimana): GIORNATA MONDIALE CONTRO L’INCENERIMENTO DEI RIFIUTI PROMOSSA DALLA COALIZIONE MONDIALE       GAIA (Global Aliance Incinerator Alternatives)

In Italia sarà Zero Waste Italy a coordinare le iniziative con tutte le realtà locali interessate a mobilitarsi anche con piccole iniziative rese però importanti proprio perché inserite in questo appuntamento globale. Zero Waste Italy raccomanda ai gruppi, associazioni e comitati locali di dare una forte impronta di secco rifiuto al tentativo del governo di rilanciare il morente incenerimento con l’articolo 35 del decreto “Sblocca Italia”. Esso infatti non solo contraddice pesantemente gli indirizzi europei che esortano ed impongono di puntare al massimo recupero dei materiali – mettendo in guardia dalla “scarsità delle materie prime nei prossimi 25 anni” – in un contesto di reinserimento degli stessi   all’interno di un nuovo modello di “economia circolare”, ma addirittura, per assecondare “multiutilities” (ed ENI) a “caccia di rifiuti” e vicine ad una crisi di “astinenza” per il calo progressivo dei rifiuti da bruciare; effetto combinato di crisi dei consumi ma anche per la diffusione ormai inarrestabile delle buone pratiche di raccolte porta a porta e di riduzione/riuso. Esse hanno fatto diminuire sia il monte rifiuti (sceso sotto la soglia dei 30 milioni di tonnellate per gli RSU) ma soprattutto dei rifiuti da smaltire (molte realtà anche grandi hanno un “procapite” di RUR- Rifiuti Urbani Residui inferiore ai 100kg anno!). Il caso Parma è un esempio di questo tentativo grossolano: con il “funerale” del cassonetto e con la generalizzazione del porta a porta l’inceneritore realizzato a forza funziona solo per il 40% delle proprie potenzialità confermando come non ci sia bisogno di impianti inquinanti e costosissimi per risolvere i problemi di una moderna gestione dei rifiuti-materiali. Ecco che allora con il decreto “Sblocca Italia” che ancora di fatto rischia di “rottamare” un intero paese già coinvolto in una pesantissima crisi ambientale (dissesto idrogeologico-vedi Genova, “Terre dei fuochi” con necessità diffuse di bonifiche da realizzare urgentemente) si calpestano regioni e comuni titolari normativi delle pianificazioni (e lo stesso dettato legislativo 152/2006) “sancendo” che i rifiuti urbani possano tranquillamente viaggiare da regione a regione senza le necessarie autorizzazioni. Questo è il tentativo arrogante di dare un “pugno in faccia” all’ estensione delle raccolte differenziate (e dei conseguenti posti di lavoro legati all’indotto del riuso/riciclo/compostaggio che l’Europa stima in centinaia di migliaia) che si cerca di imporre definendo gli inceneritori “opere di interesse strategico” (cioè prioritarie e da realizzare con procedure accorciate nei tempi e nei modi) in aperto contrasto con la normativa europea che afferma al contrario la assoluta priorità da applicare alla riduzione e al riciclo dei rifiuti. Il decreto governativo (che dovrà essere approvato in parlamento tra circa 60 giorni) rappresenta il “colpo di coda” della industria sporca e ancora una volta “assistita” dal potere politico dell’incenerimento dei rifiuti. Questo tentativo non deve passare! Per questo occorre ribadire che la Strategia Rifiuti Zero è invece la strada da percorrere, già intrapresa da circa 4 milioni e 700 mila italiani rappresentati dai 215 comuni che già ne hanno adottato gli obiettivi. Indietro non si torna! Bene hanno fatto tutte le regioni del nord Italia (e molti sindaci) ad esprimere netto diniego all’articolo 35 che punirebbe peraltro molte comunità virtuose che già come in Veneto, Lombardia, Piemonte ecc. hanno quasi “azzerato” il problema degli “smaltimenti” con efficaci e partecipate iniziative di riduzione, riuso, raccolta differenziata, riciclo, compostaggio e che rischierebbero paradossalmente di essere inondate di rifiuti e di… inquinanti. Per questo Zero Waste Italy chiede che insieme al ritiro dell’intero articolo 35 il governo elabori piani nazionali per la riparazione ed il riuso di beni e prodotti (già ora il comparto senza alcun sostegno conta circa 90.000 addetti) e per il riciclo al fine non solo di tutelare salute ed ambiente ma anche per mettere a disposizione delle industrie manifatturiere preziosi materiali e soprattutto per favorire lavoro ed impresa locale. Rottamiamo le politiche del passato inquinanti e per i soliti noti, vogliamo che contino le comunità e si applichino le buone pratiche Rifiuti Zero. Non bruciamo il futuro!

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pubblicato da ZERO WASTE ITALY

zerowasteitalia@gmail.com

www.zerowasteitaly.org

FB: Zero Waste Italy

Città metropolitana. Commento.

 Pino Cosentino – Attac Genova -

CITTA’ METROPOLITANA

IL 28 SETTEMBRE è stato eletto il Consiglio metropolitano di Genova, che sarà presieduto dal sindaco del capoluogo, Marco Doria. È stata dell’84,9% l’affuenza defnitiva alle urne. Hanno votato 692 degli 815 tra sindaci e consiglieri comunali oggi in carica nella Provincia di Genova aventi diritto al voto. Entro il 31 dicembre 2014 deve essere approvato lo Statuto e il nuovo organismo entrerà in funzione dal 1° gennaio 2015. Il personale sarà redistribuito tra Comuni e Regione, secondo le competenze.

Per sapere le liste e gli eletti:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/29/province-sindaci-e-consiglieri-al-voto-a-genova-e-vibo-vincono-le-larghe-intese/1136674/

http://genova.repubblica.it/cronaca/2014/09/29/news/citt_metropolitana_ecco_i_18_eletti_13_del_listone-96905482/?ref=search

COMMENTO

Ci stanno abituando alla democrazia come procedura, a una legittimazione puramente formale del potere. Il sovrano (i cittadini) sono invischiati in una ragnatela di procedure, all’apparenza legali, che darebbero legittimità al tutto.

La loro volontà non conta più, perché il voto viene manipolato e usato, una volta espresso, al di fuori del contesto in cui è stato manifestato. Come una pasta che può servire per qualsiasi costruzione. Io voto per il consiglio comunale di Genova, o di Chiavari, o di Busalla. Il mio voto ha senso in quel contesto, con quelle liste, quei candidati, quelle problematiche locali. Invece viene preso e usato per legittimare una cosa del tutto diversa. Lo stesso vale per il governo in carica, “legittimato” da primarie di partito e da elezioni europee. Varrà anche per il Senato.

Stiamo andando nella direzione contraria alla partecipazione dei cittadini, che richiede regole semplici, chiare, e una relazione evidente, trasparente, tra atto decisionale e oggetto della decisione. “Dio acceca chi vuol perdere”. Questa classe “dirigente” (politici, imprenditori, manager, burocrati, commentatori tv e giornali…) di ladruncoli di strada, di personalità il cui spessore intellettuale e morale rende invidiosa la carta velina, questa accozzaglia di narcisi irresponsabili quanto infantilmente avidi, sta preparando i bagni di sangue…oggi il massimo vanto di un politico è aver fatto passare provvedimenti “impopolari”, questo è il concetto che costoro hanno del popolo sovrano, della democrazia e della propria funzione.

Nella realtà il sovrano sono i “mercati”, la sovranità popolare è una finzione, il ceto politico si ritiene legittimato dai mercati, a loro risponde come al padrone effettivo. E concepisce la propria funzione come quella del cane pastore, che deve condurre il gregge dove il padrone ordina.

Dalle trattative segrete del TTIP fno ai Municipi (ex Circoscrizioni) i cittadini sono sempre di più esclusi dalle decisioni.

La globalizzazione delle strutture di dominio, l’assenza o la scarsità di risultati visibili genera in molti attivisti un senso di inutilità e di scoraggiamento.

E’ un errore. Ci sono controtendenze all’opera che non vediamo perché non riusciamo a staccarci da schemi consolidati. Vediamo solo quello che ci è già noto, che abbiamo nella nostra mente. Il nostro non è un vedere, è un riconoscere quello che abbiamo già in mente. Il resto è materia oscura, anche se è davanti ai nostri occhi non arriva al cervello.

Occorre uno sforzo per andare oltre la denuncia e costruire insieme l’alternativa. Podemos!

Università estiva di Attac Italia: “Movimenti,conflitti, democrazia, rappresentanza”

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Intervento di Marco Bersani a conclusione dell’università estiva 2014 di Attac Italia:

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 La playlist di tutti gli interventi dei relatori:

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Lettera aperta: acqua, profitti gestori mai così alti – violata la legge

Gentile Signor/a Sindaco,

nell’ici permettiamo di segnalarle alcuni fatti poco noti al grande pubblico:

  1. nel 2013 i profitti dei gestori del servizio idrico genovese hanno segnato un record assoluto: oltre 23 milioni di utili netti! E la semestrale di Iren SpA presenta risultati, per il ramo idrico, in ulteriore crescita. L’Autorità per l’Energia e il Gas asserisce che il nuovo metodo tariffario si propone solo di coprire i costi del servizio, rispettando la legge attualmente in vigore per effetto del voto referendario: ma allora da dove vengono questi profitti, in crescita di anno in anno dal 2010? I dati presi dai bilanci delle società di gestione e da documenti dell’ATO indicano due fattori concomitanti: tariffe ben più favorevoli al gestore della precedente; caduta o ristagno degli investimenti;
  2. i maggiore gestore, Mediterranea delle Acque (Gruppo Iren) neglio ultimi 4 anni ha distribuito come dividendi 20 milioni in più degli utili, attingendo alle riserve. Perché gli azionisti di MdA hanno preteso ciò? Mostreremo come gli azionisti di Mda hanno necessità dei dividendi, perché con essi pagano gli interessi dei prestiti accesi per comprare la stessa MdA, oppure per creare la ragnatela societaria improduttiva che l’avvolge. Noi cittadini utenti paghiamo tariffe sempre più alte per permettere ad altri soggetti di comprare le nostre proprietà, e per centralizzare il potere decisionale attraverso piramidi societarie che moltiplicano i costi improduttivi, ma sono necessarie all’organizzazione e agli equilibri interni all’oligarchia partitico-finanziaria;
  3. la caduta delle aziende locali del gas, dell’acqua, dell’elettricità, del trasporto pubblico in mano a società finanziarie (come Iren, per esempio) precedette il Grande Crollo del 1929 e la successiva Depressione, che fu superata solo con la seconda guerra mondiale.
  4. LA PROPOSTA DI LEGGE REGIONALE DI INIZIATIVA POPOLARE, per la quale cominceremo la raccolta delle 5.000 firme necessarie entro questo mese, si propone appunto di attuare la legge vigente, necessariamente entro i limiti delle normative nazionali ed europee.

Se la proposta di legge sara’ accolta dal consiglio regionale, in liguria realizzeremo un servizio idrico “pubblico”, cioe’ senza fini di lucro, rispettoso dell’ambiente, efficiente nell’uso delle risorse.

Tutto questo e altro ancora è discusso e documentato nel documento allegato.   (clicca qui per scaricare il  documento in pdf)

Assemblea macroregionale Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. Per il diritto all’acqua contro la privatizzazione dei beni comuni

 

Genova, 20 Settembre 2014

Nel corso degli ultimi mesi è sempre più evidente come il Governo attuale, in perfetta sintonia con i governi precedenti, stia perseguendo la Acqua-rispetto-resferendummercificazione dei beni comuni, la precarizzazione del lavoro e della vita, la privatizzazione di tutti i servizi pubblici, per non trascurare il  restringimento dei diritti e della democrazia mediante gli attacchi alla Costituzione con le annunciate riforme istituzionali.

La battaglia per il diritto all’acqua, che il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua porta avanti da quasi 10 anni, si inserisce esattamente in questo contesto e ne ha saputo cogliere i limiti e le debolezze, riuscendo ad ottenere diverse vittorie, a partire da quella referendaria.
E’ altrettanto evidente, però, che anche nella nostra battaglia rischiamo di essere costretti ad una posizione difensiva, dovuta ad un nuovo, profondo e determinato attacco, che il Governo intende mettere in campo a partire dall’autunno attraverso il rilancio delle privatizzazioni su larga scala.
Un processo che dovrebbe portare ad una riduzione delle aziende partecipate dagli Enti Locali “da 8 mila a mille”, per usare lo slogan governativo, mediante fusioni e incorporazioni in cui le grandi multiutilities rappresenteranno i poli aggregativi, oltre alla collocazione in borsa delle quote azionarie dei comuni. Ciò si configura di fatto come un’operazione lobbistica, estranea agli interessi collettivi e che allontana le decisioni dal controllo democratico. Oggi, invece, serve una gestione dell’acqua, dei rifiuti, del TPL, dell’energia, prossima ai cittadini e alle amministrazioni locali, per garantirne la trasparenza e la partecipazione nella gestione dei servizi.
Una strategia, questa, figlia delle solite politiche che, con la scusa della riduzione del debito, punta a mettere sul mercato ciò che appartiene a tutte e tutti, producendo una gravissima lesione e compressione dell’autonomia degli Enti Locali, un attacco frontale ai diritti delle cittadine e dei cittadini, una generalizzata privatizzazione e finanziarizzazione dei beni comuni, una rinnovata aggressione all’ambiente e agli ecosistemi. Tutto ciò ha già preso forma con il nuovo decreto “Sblocca Italia” e si concretizzerà definitivamente nella prossima legge di stabilità.

Crediamo sia determinante rilanciare una visione alternativa, costruire un’alleanza sociale per i beni comuni che, a partire dalla valorizzazione delle campagne proprie del movimento per l’acqua, dia vita ad una mobilitazione sociale diffusa e ampia.

Per tutte queste ragioni invitiamo tutte e tutti a partecipare all’assemblea macro-regionale (Valle D’Aosta, Lombardia, Liguria, Piemonte, Toscana) del movimento per l’acqua che si terrà a Genova sabato 20 settembre. Per avviare un confronto, anche insieme ad altre realtà che si battono per i beni comuni, su quali proposte, strumenti e iniziative mettere in campo che siano in grado di rispondere efficacemente alla sfida che ci si pone davanti, per impedire la vendita di ciò che a tutte e tutti appartiene e costruire le basi per un altro modello sociale, fondato sulla riappropriazione sociale dei beni comuni e sulla gestione partecipativa degli stessi.

Programma

ALTROVE – TEATRO DELLA MADDALENA
PIAZZETTA CAMBIASO 1 – GENOVA (centro storico)
SABATO 20 SETTEMBRE, ORE 10 – 17

Ore 10.00-13.30 – Assemblea “Per il diritto all’acqua contro la sua privatizzazione”

 Ore 10.00-10.45 Saluti del Comitato Acqua Bene Comune di Genova
Interventi programmati:
 La legge regionale ligure d’iniziativa popolare per l’acqua bene comune (Alberto Dressino – Comitato Promotore)
 Accesso all’acqua: le ragioni di un diritto fondamentale in Costituzione (Alice Cauduro – Comitato Acqua Pubblica Torino)
 Costruire le gestione partecipativa e democratica dell’acqua (Comitato Acqua Pubblica Torino)
 A partire dagli strumenti (Osservatorio popolare) e dalle campagne (Obbedienza civile, ripubblicizzazione) del    movimento  per l’acqua, per contrastare i nuovi processi di privatizzazione e finanziarizzazione dell’acqua e dei beni comuni (Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua)
 Ore 10.45-13.30
Discussione generale
Ore 13.30-14.30 – Pausa pranzo

Ore 14.30-17.00 – Assemblea “Verso una campagna contro la privatizzazione e la finanziarizzazione dei beni comuni”
Come rafforzare i nessi e costruirne nuovi con le realtà sociali, a partire dalla costruzione della “scuola dei beni comuni”, per costruire una campagna contro la privatizzazione e la finanziarizzazione dei beni comuni.

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