Privatizzo ergo sono un amministratore incapace

Di Silvia Parodi *

Riflessioni di una cittadina a margine della privatizzazione di AMT  

La scelta di privatizzare servizi pubblici da parte di un amministratore (dirigente pubblico o

sindaco o ministro che sia) equivale a mio parere ad una auto dichiarazione di incapacità

gestionale e politica che, se la logica albergasse in questo paese, dovrebbe portare alle immediate

dimissioni dalla carica ricoperta.

Perché posso dire questo? Pensateci un attimo: il privato interessato a rilevare la gestione di un

servizio pubblico non è certo una onlus e se si propone vuol dire che conta di guadagnare un bel

gruzzoletto dall’operazione, non viene certo a portare soldi o fantasmagoriche capacità gestionali

per fare beneficenza all’ente (e in fondo è normale che sia così).

Cosa potrebbe fare allora un privato per guadagnare su un servizio pubblico in difficoltà, quale ad

esempio il trasporto pubblico a Genova? Non ci sono molte strade, ne provo ad elencare alcune a

mero titolo di esempio: 1) aumentare le tariffe, 2) ridurre la quantità/qualità del servizio, 3) tagliare

i famosi “sprechi”, 4) mettere in campo tecnologie e pratiche avanzate, ecc…. Sempre con

l’obiettivo (legittimo) di un saldo economico finale positivo a suo vantaggio. L’obiettivo del

profitto viene legittimato, in ogni caso, a scapito dell’obiettivo della fornitura del servizio a

condizioni eque per la popolazione, specialmente quella più debole.

Ebbene, riguardo a tutte quelle possibili cose da fare che ho elencato sopra, mi chiedo: perché gli

amministratori pubblici (sindaco, assessore e dirigenza AMT) non sono in grado di farle? Tra

l’altro, non avendo loro l’obbligo di generare profitto come il privato, avrebbero maggiori spazi di

manovra e possibilità di dosare o scegliere gli interventi da attuare.

Insomma, in pratica, se il privato utilizzasse ad esempio come soluzione l’aumento del biglietto,

perché non potrebbe farlo direttamente l’amministratore pubblico, che magari può permettersi di

aumentarlo in misura minore, non dovendo generare profitti? Se invece dovesse attuare come

soluzione una riorganizzazione del servizio, perché una analoga non è in grado di farla

l’amministratore pubblico?

Il cittadino comune come la sottoscritta non riesce a trovare risposta a queste domande. L’unica

risposta che riesco a darmi è l’incapacità diffusa della classe politica e dirigenziale, che si illude di

non perdere la faccia, cercando di fare credere che la privatizzazione sia inevitabile, salvo poi

incolpare i privati davanti al fallimento sociale della gestione dei servizi pubblici.

I privati hanno le loro colpe, ne sono convinta…, ma il peccato originale è vostro, cari

amministratori!

* Silvia Parodi – comitato Acqua Bene Comune Genova

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