Giulietto Chiesa chiarisce: L’Ucraina è una colonia.

 

Il punto di Giulietto Chiesa 13 06 2014 Stalin in Occidente

Pubblicato il 13/giu/2014 in Youtube da Pandora TV

Giulietto Chiesa fa il punto su un contratto che vedrebbe l’acquisto, da parte della Shell e Chevron di oltre 7000 kilometri quadrati di terreno ucraino, per estrarne il gas da scisti bituminosi. Indovinate di quale regione si tratta…?

La distruzione del Donbass adesso ha un senso. L’Ucraina è una colonia

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Nuovo numero del mensile in pdf di Attac Italia “il granello di sabbia”: Elezioni UE, verso quale Europa?

Granello-di-sabbia.5-maggio_14

clicca sulla locandina per aprire il pdf

Sommario

EDITORIALE:
Il sogno dell’Europa dei popoli e la triste vicenda della Fortezza Bastiani
di Vittorio Lovera | Attac Italia

L’Europa che vogliamo
di Marco Bersani

Democrazia ed Unione Europea
di Franco Russo

Stop TTIP: prima che sia troppo tardi
di Monica Di Sisto

La trappola del Fiscal Compact
di Marco Bersani

Precarietà ed austerità
di Carmine Tomeo

Reddito o lavoro di cittadinanza?
di Claudio Giorno

La FTT
di Vittorio Lovera

Dalla padella alla brace!
di Antonio Tricarico

USA e Germania, partita doppia

di Roberto Musacchio

Intervista a Giudo Viale

redazione Attac

Europa sotto attacco

del prof. Luciano Li Causi

In Europa è tempo di beni comuni

di Elisabetta Cangelosi

Avanti Europa

di Sven Giegold

Interruzione volontaria della gravidanza in Spagna: il finto dibattito

di Nuria Varela

Dissesto Comune Napoli

di Fabrizio Greco

Non siamo stati noi

di Marco Schiaffino

Democrazia partecipata

di Pino Cosentino

Una voce dissidente

di Paolo Andreoni

 

Pubblicato lunedì 19 Maggio 2014

Salonicco, il referendum acqua pubblica va a buon fine.

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Comunicato Stampa 19 maggio 2014            

DOMENICA 18 MAGGIO GRANDE VITTORIA PER L’ACQUA BENE COMUNE

SALONICCO: IL REFERENDUM POPOLARE VA A BUON FINE

218.002 votanti in totale e

213.508 (98,04%) No alla privatizzazione dell’acqua!

Sabato 17 maggio, proprio in concomitanza con la manifestazione nazionale a Roma, il referendum greco contro la privatizzazione dell’acqua, autorganizzato dai comitati di cittadini e dagli 11 municipi che compongono il territorio metropolitano di Salonicco, era stato dichiarato illegale dal Governo. 

Sindaci e cittadini avevano comunque annunciato in una conferenza stampa congiunta la volontà di andare avanti disponendo le urne nelle strade di fronte ai seggi ufficiali per domenica 18 maggio, malgrado il prefetto avesse emanato un’ordinanza diretta alla polizia minacciando l’arresto fino a 4 anni di reclusione.

La delegazione internazionale, alle quale partecipa anche il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, composta da 30 persone provenienti da 7 paesi europei, ha monitorando lo sviluppo della situazione per tutto il fine settimana.

Oggi finalmente comunichiamo una grande vittoria: Si all’acqua pubblica, contro le privatizzazioni.

Segreteria Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Il video di Acqua Bene Comune sull’iniziativa popolare a Salonicco

http://youtu.be/kZB7MR1PGKU

Roma 17 maggio 2014. Manifestazione per i Beni Comuni, contro le privatizzazioni.

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Il Granello di sabbia aprile 2014, mensile a cura di Attac Italia: “Finanza e grandi opere.”

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EDITORIALE:

Grandi Opere: italico supplizio di Tantalo  di Vittorio Lovera | Attac Italia

Alta Velocità: grandi opere e capitalismo  di Ivan Cicconi

5 domande ad Antonio Tricarico  di Redazione Attac

Consumo di suolo e interessi finanziari  di Paolo Berdini

Invece delle grandi opere inutili  di Alberto Ziparo

CDP al servizio delle grandi opere  di Marco Bersani

Il caso BRE.BE.Mi.  di Dario Ballotta

Il buco nero del passante  di Mattia Donadel

LA VALLE IN LOTTA  di Claudio Giorno

Ancora autostrade? NO ORTE-MESTRE  di Luca Martinelli

BAGNOLI: quando accordi ed interessi valgon più di sentenze e delibere  di Raphael Pepe

Privatizzazione a loro insaputa  di Marco Schiaffino

Forum Acqua: un’assemblea che parla di futuro  di Marco Bersani

STOP TTIP ITALIA  di Redazione Attac

Campagna per la socializzazione di CDP  lettera aperta del Comitato ROMA

website www.

 

http://www.italia.attac.org/granello_di_sabbia/il_granello_di_sabbia_aprile_14.pdf

 

Marco Bersani. Come l’Europa può essere patria di democrazia, diritti, beni comuni

Marco Bersani, portavoce di Attac Italia, a Genova mercoledì 2 aprile presso il circolo Arci Zenzero su: “Come l’Europa può essere patria di democrazia, diritti sociali, beni comuni.”

 

Video della diretta streaming di Marco Bersani a Genova il 2 aprile.

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per vedere la diretta cliccare sulla locandina

 

Pericolo! Accordo Transatlantico (TTIP). Di Ignazio Ramonet

PERICOLO! ACCORDO TRANSATLANTICO

Di  Ignacio Ramonet- Le Monde Diplomatique

Tra due mesi, il 25 maggio, gli elettori spagnoli sceglieranno i loro 54 deputati europei. Questa volta è importante che, al momento di votare, si sappia con chiarezza ciò che sta in gioco. Fino ad ora, per ragioni storiche e psicologiche, la maggioranza degli spagnoli — contenti d’essere, finalmente, “europei” — non si prendevano cura di leggere i programmi e votavano alla cieca per le elezioni al Parlamento Europeo. La brutalità della crisi e le spietate politiche d’austerità pretese dall’Unione Europea (EU) li hanno obbligati ad aprire gli occhi. Ora sanno che il loro destino si decide principalmente a Bruxelles.

In questa occasione tra i temi che bisognerà seguire con maggiore attenzione c’è l’Accordo Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP) (1).

Questo accordo si sta negoziando tra l’Unione Europea e gli USA, con massima discrezione e senza alcuna trasparenza democratica. Il loro obiettivo è creare la maggiore zona di libero scambio commerciale del pianeta, con circa 800 milioni di consumatori, che rappresenterà quasi la metà del Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale e un terzo del commercio mondiale.

L’ UE è la principale economia del mondo: i suoi cinquecento milioni di abitanti dispongono in media, pro capite, di 25.000 € di entrate all’anno.
Ciò significa che l’EU è il maggior mercato mondiale e il principale importatore di manufatti e di servizi, dispone del maggiore volume di investimenti all’estero ed è il principale ricettore planetario di investimenti stranieri. L’UE è anche il primo investitore negli USA, la seconda destinazione dell’esportazione statunitense e il maggior mercato per l’esportazione statunitense di servizi. La bilancia commerciale dei beni destina alla UE un attivo di 76.300 milioni di euro; e quella dei servizi, un deficit di 3.400 milioni. Gli investimenti diretti dell’UE negli USA, e viceversa, si aggirano sui 1200 miliardi di euro.

Washington e Bruxelles vorrebbero chiudere il trattato TTIP in meno di due anni, prima che scada il mandato del presidente Barack Obama.

Perché tanta fretta ?

Perché, per Washington, questo accordo ha un carattere geostrategico. Costituisce un’arma decisiva di fronte all’irresistibile crescita della potenza cinese; e, oltre la Cina, delle altre potenze emergenti del gruppo BRICS ( Brasile, Russia, India, Sudafrica). Bisogna precisare che tra il 2.000 e il 2.008 il commercio internazionale della Cina si è più che quadruplicato: le sue esportazioni sono aumentate del 474% e le importazioni del 403%.
Conseguenze? Gli Stati Uniti hanno perso la loro leadership come prima potenza commerciale del mondo che ostentava da un secolo… Prima della crisi finanziaria globale del 2008, gli USA erano il socio commerciale più importante per 127 Stati del mondo; la Cina lo era solo per 70 paesi. Questo bilancio si è invertito. Oggi, la Cina è il socio commerciale più importante per 124 Stati; mentre gli USA solo per 76.

Che significa tutto ciò? Che Pechino, al massimo in dieci anni, potrebbe fare della sua moneta, il yuan (2), l’altra grande divisa dell’interscambio internazionale (3) e minacciare la supremazia del dollaro. È anche sempre più chiaro che le esportazioni cinesi non sono solo più di bassa qualità a prezzi accessibili grazie alla sua manodopera conveniente. L’obiettivo di Pechino è alzare il livello tecnologico della sua produzione ( e dei suoi servizi) per essere leader domani anche nei settori ( informatica, finanza, aereonautica, telefonia, ecologia, ecc.) che gli USA e altre potenze tecnologiche occidentali pensavano di poter preservare. Per tutte queste ragioni e essenzialmente per evitare che la Cina diventi la prima potenza mondiale, Washington desidera blindare grandi zone di libero scambio dove i prodotti di Pechino avrebbero difficile accesso. In questo preciso momento, gli USA stanno negoziando, con i loro soci del Pacifico (4), un accordo Transpacifico di libero scambio ( Trans-Pacific Partnership, in inglese TPP ), gemello asiatico dell’Accordo Transatlantico (TTIP).

Anche se il TTIP ha incominciato a svilupparsi nel 1990, Washington ha fatto pressione per accelerare le cose. E i negoziati in concreto iniziarono immediatamente dopo che, nel Parlamento Europeo, la destra e la socialdemocrazia approvarono un mandato per negoziare ( accettato anche in Spagna con la proposta presentata, nel Congresso dei Deputati, insieme dal PP [partito popolare] e PSOE [ partito socialista operaio spagnolo]….). Un rapporto, elaborato dal Gruppo di Lavoro di Alto Livello sull’impiego e la crescita, creato nel novembre del 2011 dall’UE e dagli USA, raccomandava l’immediato inizio delle negoziazioni.
La prima riunione si tenne a Washington nel luglio del 2013, seguita da altre due a ottobre e dicembre (5).

Anche se attualmente i negoziati sono sospesi, a causa di disaccordi nel seno della maggioranza democratica del Senato degli Stati Uniti (6), le due parti son decise a firmare al più presto possibile il TTIP. I grandi mezzi di comunicazione dominante hanno parlato poco di tutto questo, sperando che l’opinione pubblica non prenda coscienza di quello che c’è in gioco, e che i burocrati di Bruxelles possano decidere delle nostre vite con tranquillità e in piena opacità democratica.

Con questo accordo marcatamente neoliberale, gli USA e la UE desiderano eliminare il dazio e aprire i loro rispettivi mercati a investimenti, servizi e contrattazione pubblica, ma soprattutto cercano di omogeneizzare gli standard, le norme ed i requisiti per commercializzare beni e servizi. Secondo i difensori di questo modello liberoscambista, uno dei loro obiettivi sarà “avvicinarsi il più possibile ad una totale eliminazione di ogni forma di dazio per il commercio transatlantico di beni industriali e agricoli”. In quanto ai servizi, l’idea è “aprire il settore dei servizi, come minimo, tanto quanto si è riusciti, fino ad ora, per altri accordi commerciali” e allargarlo ad altre aree, come quella dei trasporti. Rispetto all’investimento finanziario le due parti aspirano a “raggiungere i più alti livelli di liberalizzazione e protezione degli investimenti”. Per quanto riguarda i contratti pubblici l’accordo pretende che le imprese private abbiano, senza discriminazioni, libero accesso a tutti i settori dell’economia ( inclusa l’industria della difesa).

Anche se i mezzi di comunicazione dominante appoggiano senza restrizioni questo accordo neoliberale, si sono moltiplicate le critiche, soprattutto in seno a qualche partito politico (7), a numerose ONG ed organizzazioni ecologiste e in difesa del consumatore. Ad esempio, Pia Eberhardt, membro dell’ONG Corporate Europe Observatory, denuncia che i negoziati si sono tenuti senza trasparenza democratica e in modo che le organizzazioni civili non fossero messe a conoscenza, nei dettagli, di quello che si è concordato fino ad ora: “Ci sono documenti interni della Commissione Europea – dichiara l’attivista – che indicano che Questa si riunì, nella fase più importante, esclusivamente con impresari e le loro lobbys. Non ci fu un solo incontro con organizzazioni ecologiste, con sindacati, né con organizzazioni per la difesa del consumatore” (8).

Eberhardt osserva con ansia una possibile diminuzione dei requisiti per l’industria alimentare. “Il pericolo, commenta, lo presentano gli alimenti non sicuri importati dagli USA che potrebbero essere transgenici, o i polli disinfettati con cloro, procedimento proibito in Europa”. Aggiunge che l’industria agro-pastorale statunitense esige l’eliminazione degli ostacoli europei per questo tipo di esportazioni.

Altri critici temono le conseguenze del TTIP in materia di educazione e conoscenza scientifica, potrebbe estendersi ai diritti intellettuali. In questo senso, la Francia, per proteggere il suo importante settore audiovisivo, ha già imposto una “eccezione culturale”. Il TTIP non controllerà le industrie culturali.
Varie organizzazioni sindacali avvertono che, senza dubbio, l’Accordo Transatlantico sprofonderà nei tagli sociali, nella riduzione dei salari, e distruggerà l’impiego in diversi settori industriali (elettronica, comunicazione, attrezzature dei trasporti, metallurgia, carta, servizi per le imprese) e agrari (pastorizia, agrocombustibili, zucchero).

Gli ecologisti europei e i difensori del commercio giusto spiegano inoltre che il TTIP, eliminando il principio di precauzione, potrebbe facilitare l’eliminazione di normative per la difesa dell’ambiente o di sicurezza alimentare e sanitaria, nello stesso tempo può supporre una riduzione delle libertà digitali. Alcune ONG ambientaliste temono che anche in Europa si incominci a introdurre il fracking, ossia l’uso di sostanze chimiche pericolose per gli acquiferi, per poter sfruttare il gas e il petrolio di scisto (9).

Però uno dei principali pericoli del TTIP è che incorpori un capitolo sulla “protezione degli investimenti”, cosa che potrebbe aprire le porte a imprese private per querele multimilionarie, in tribunali internazionali d’arbitraggio ( al servizio delle grandi corporazioni multinazionali), nei confronti di Stati che intendano proteggere l’interesse pubblico, che supporrebbe una “limitazione dei profitti degli investitori stranieri”.

Qui quella che è in gioco è semplicemente la sovranità degli Stati ed il Loro diritto a realizzare politiche pubbliche a favore dei propri cittadini. Per il TTIP i cittadini non esistono; ci sono solo consumatori e questi appartengono alle imprese private che controllano i mercati.

La sfida è immensa. La volontà civica di fermare il TTIP non deve essere di meno.

Ignacio Ramonet

Fonte: www.rebelion.org

Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=181441

Fonte originale: http://www.monde-diplomatique.es/?url=editorial/0000856412872168186811102294251000/editorial/?articulo=e76996f0-2f05-4b75-a811-74bd48af6868

1.03.2014

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di CORDERO ALATO

NOTE:

(1) In inglese, Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP).
(2) il valore del yuan è allineato con quello del dollaro Statunitense.
(3) Nell’aprile del 2011, nella cornice dell’incontro dei BRICS a Sanya ( isola di Hainan,Cina), si firmò un accordo di cooperazione finanziaria tra le cinque potenze emergenti, che prevede l’apertura di linee di credito nelle loro rispettive monete nazionali, con il fine di ridurre la dipendenza dal dollaro. Nel 2008, Pechino aveva già firmato questo tipo di accordo con l’Argentina.
(4) Australia, Brunei, Canada, Cile, Corea del Sud, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam
(5) Ignacio Garcia Bercero è il capo dei negoziatori della parte EU.
(6) Leggasi Le Figarò, Paris, 04 ottobre 2013
(7) Leggasi, come esempio, la risoluzione sul TTIP adottata da Izquierda Unida [Sinistra Unita]^[Partito Politico Spagnolo]
http://www.izquierda-unida.es/sites/default/files/doc/RESOLUCION_TLC_UE_USA_ConferenciaEuropa_Junio2013.pdf;

e la posizione di Jean-Luc Mélenchon, leader del ‘Parti de Gauche’ francese http://europe.jean-luc-melenchon.fr/sujet/grand-marche-transatlantique/

(8) Leggasi Deutsche Welle in spagnolo, 17 febbraio 2013, http://www.dw.de/tratado-ee-uu-ue-libertades-recortadas/a-17438697

(9) Leggasi “A Brave New Transatlantic Partnership”, 4 ottobre 2013, http://corporateeurope.org/trade/2013/10/brave-new-transatlantic-partnership-social-environmental-consequences-proposed-eu-us

Debito pubblico e austerità

DEBITO PUBBLICO E AUSTERITA’

Vittorio Agnoletto a Genova

il 26 novembre con l’europarlamentare Marisa Matias

         AL Museo di Sant’Agostino alle 17,30

DEBITO PUBBLICO E AUSTERITA': LIGURIA NELLA MORSA DELL’EUROPA..

Introduce: la parlamentare europea Marisa Matias.(Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica ed e’ stata eletta in Portogallo nel Bloco de Esquerda.)

Conclude: Vittorio Agnoletto, former EP MEP

Intervengono:

Marisa Matias, eurodeputata; Deborah Lucchetti, Faircoop President , NGO; Gianni Pastorino, segretario FLC CGIL; Simona Binello, responsabile immigrati associazione Agorà, Genova; Massimo Della Giovanna, RSU Ericsson; Nicola Valinoto, Movimento Federativo Europeo; Pino Cosentino, Forum Beni comuni; Davide Ghiglione No Tav association against the 3rd cross rail pass MI-GE; Antonio Bruno, consigliere comunale, Giuseppe Gonella, Social forum Genova ponente e Giacomo Casarino, Forum European Left

Crisi e ripresa: problemi alla circolazione

banconote

 di Marco Bertorello – Attac Genova

La fine della crisi è cosa piuttosto  incerta, meno dovrebbe esserlo la fine delle tensioni sui mercati  finanziari. Ma a ben guardare anche qui i conti non tornano del tutto.  In Italia si parla di come acchiappare la presunta ripresa globale e si  finisce per scoprire quanto persino il sistema finanziario sia ancora  instabile, a partire proprio dal comparto del credito. Quest’ultimo  appare come uno dei crocevia decisivi per poter raggiungere la fine del  tunnel, a dimostrazione della compenetrazione tra sfera finanziaria e  dell’economia reale. Ignazio Visco descrive una situazione in via di  peggioramento: nel secondo trimestre di quest’anno il tasso annuo di  ingresso in sofferenza è salito al 2.9%. A metà del 2013 le partite  deteriorate hanno raggiunto i 300 miliardi, finendo per incidere sul  totale dei prestiti per il 14.7%. Vero è che i criteri di definizione  del deterioramento in Italia sono più rigidi che altrove, ma resta il  dato sulle tendenze di fondo e sulle cifre da capogiro coinvolte. Si è  affermato un circolo vizioso tra crisi economica e finanziaria, che si  alimentano vicendevolmente e di cui il sistema bancario rappresenta il  baricentro. Il problema dunque non è stato risolto dalla liquidità messa  in circolo con ogni mezzo, il tassello mancante risulta essere invece  il capitale. Oggi sembrerebbe che Banca d’Italia chieda alle banche di  ridurre l’impegno sui titoli di Stato per sostenere imprese e privati,  ma in realtà Visco spiega come tale spostamento possa avvenire solo a  ripresa in corso. Un bel dilemma. Uno studio di Intesa Sanpaolo sostiene  che dal 2000 al 2012 il credito alle aziende sia aumentato del 100%, ma  nel medesimo arco di tempo fatturato e investimenti per le imprese sono  cresciuti solo del 10% e la produzione è calata addirittura del 20. Le  banche dunque hanno alimentato un sistema che aumentava i debiti e non  la produzione. Il Fmi parla di un eccesso di debito delle imprese,  soprattutto medio-piccole. Romano Prodi, in un recente intervento, ha definito il credito come la  «circolazione sanguigna del nostro corpo economico» e ha avanzato  un’ipotesi di bad bank in cui convogliare i debiti cattivi.  Un’iniziativa complessa che dovrebbe coinvolgere l’intero sistema  nazionale, dalla Banca d’Italia alla Cassa depositi e prestiti, con  capitali privati affiancati da garanzie pubbliche. Il presidente  dell’Associazione Bancaria Italiana Antonio Patuelli a luglio ha  sostenuto che i margini nel settore sono «ridotti all’osso», tra i più  bassi di tutta l’operatività commerciale. Sempre Pattuelli a settembre  ha avanzato la proposta di una revisione nel trattamento fiscale delle  perdite sui crediti, riducendo per le banche i tempi di deducibilità dai  18 anni attuali a un anno soltanto. In quell’intervento faceva poi  riferimento all’«assoluta necessità di privatizzare tutto quello che è  privatizzabile, soprattutto a livello locale e nell’immobiliare».  Insomma la logica largamente condivisa che sottende questa bizzarra idea  di coesione sociale è che a farsi carico dei problemi di un settore  ritenuto centrale sia la collettività, al prezzo da un lato di  dismissioni del settore pubblico e dall’altro di investimenti sempre  pubblici. Il contributo dei privati, come dimostra il caso Mps,  consisterebbe nel ridurre i costi attraverso minori occupati e minori  servizi. Forse è tempo di immaginare che se la «circolazione sanguigna» necessita  di denaro pubblico sia non per privatizzare ulteriormente i guadagni e  socializzare le perdite, ma per creare un polo pubblico nel credito che  possa svolgere funzioni dirette e di regia per l’intero comparto. Se si  intende dare salute a un corpo in sofferenza, dopo decenni di farmaci a  base di privatizzazioni è bene provare a cambiare medici e meglio ancora  passare alla medicina alternativa.

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