Linee guide per l’azione di Attac Italia

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 LINEE GUIDA PER L’AZIONE DI ATTAC ITALIA

Le linee guida qui sotto proposte hanno l’obiettivo di definire i temi, gli obiettivi e i percorsi su cui l’associazione intende agire a livello locale e nazionale nel prossimo futuro.

 

Premessa 

Il modello capitalistico nella sua fase della finanziarizzazione spinta ha la necessità di estendere il dominio della finanza non solo sull’economia reale, ma sull’intera società, la vita delle persone, la natura.

L’obiettivo è mettere sul mercato anche le sfere che sino a pochi anni fa ne erano escluse o quantomeno regolate: dai diritti del lavoro ai beni comuni, dai servizi pubblici all’ambiente.

Per raggiungere l’obiettivo, i vincoli finanziari che, da Maastricht in avanti, permeano l’azione dell’Unione Europea, e la narrazione ideologica del debito pubblico sono necessari per proseguire e approfondire le politiche di austerità, precarizzazione e privatizzazione.

In questo quadro, anche la democrazia a tutti i livelli – locale, parlamentare ed europeo- già in verticale crisi per la dislocazione dei poteri, sempre più fuori dalle sedi elettive, necessita di una torsione autoritaria, che, dai trattati di libero commercio internazionali alle riforme nazionali, sancisca il primato della redditività e dei profitti su reddito, diritti, servizi pubblici e beni comuni.

Si tratta di un processo globale di accaparramento delle risorse a favore di pochi e contro i diritti di tutti, come da tempo evidenziano le criminali politiche di respingimento dei migranti, le politiche di guerra permanente, e la diffusione del razzismo indotto dalle politiche emergenziali e securitarie.

De-finanziarizzare la società 

In questo quadro, una prima linea d’azione di Attac Italia dev’essere orientata alla

de-finanziarizzazione della società e alla de-mercificazione della vita, partendo dalla resistenza a tutti i livelli all’espansione degli interessi finanziari per arrivare alla sottrazione al mercato e conseguente riappropriazione di sempre più ampie sfere sociali e di produzione.

De-finanziarizzare la società significa in primo luogo demistificare la trappola ideologica del debito pubblico, combattere la dittatura dei sistemi bancari e finanziari, opporsi alle privatizzazioni per affermare il primato dell’interesse generale su quello individuale, della politica collettiva sull’economia, del paradigma dei beni comuni sul pensiero unico del mercato. 

azioni concrete

livello internazionale

  1. a) la lotta a tutti i trattati di libero commercio variamente definiti e, nello specifico, per fermare Ttip, Ceta e Tisa;
  2. b) la lotta contro i vincoli finanziari introdotti da Maastricht in avanti (patto di stabilità, pareggio di bilancio e fiscal compact);
  3. c) il controllo dei movimenti di capitale attraverso la campagna 005 per l’introduzione della FTT (Financial Transaction Tax); 

livello nazionale

  1. a) l’avvio di una campagna per la verità sul debito pubblico del Paese e l’istituzione di una Commissione d’indagine indipendente per il non pagamento del debito illegittimo; a questo proposito, la nascita di Cadtm Italia -di cui Attac Italia è fra i promotori – può permettere l’avvio di un processo di demistificazione dell’ideologia del debito e la costruzione di un sapere sociale che produca la massa critica necessaria;
  2. b) l’avvio di una campagna per la socializzazione del sistema bancario e finanziario, sottraendo la ricchezza sociale e la finanza agli interessi di pochi e restituendole all’interesse collettivo; a questo proposito, la campagna per la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti, avviata da tempo, va rilanciata e costruita come obiettivo prioritario;
  3. c) la lotta a tutte le privatizzazioni dei beni comuni e dei servizi pubblici e per la loro riappropriazione sociale attraverso una gestione partecipativa delle comunità locali;

livello locale

  1. a) l’avvio dell’audit indipendente sui bilanci comunali e sulla gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici, come forma di riappropriazione del sapere sociale e strumento di lotta contro i vincoli finanziari e la trappola del debito, che giustifica le privatizzazioni.
  2. Riappropriarsi della democrazia

Il binomio capitalismo-democrazia formale, nell’attuale fase di finanziarizzazione spinta dimostra tutta la sua contingenza e la politica di espropriazione necessaria al modello liberista considera ormai un ostacolo qualsiasi spazio di democrazia.

La separatezza tra la politica istituzionale e la società, nata dalla ribellione culturale contro la casta, rischia di essere funzionale alla stessa, che oggi può perseguire, grazie alla disaffezione sociale, la strada dell’oligarchia al servizio dei grandi interessi finanziari.

Il contributo che Attac Italia può dare a questo processo va nella direzione di una battaglia culturale per “la socializzazione della politica” e per “la politicizzazione della società”; ovvero da una parte la lotta per la riappropriazione di ogni spazio di democrazia diretta e dal basso e dall’altra l’azione per un salto culturale, sistemico e di qualità, delle lotte dei movimenti sociali.

azioni concrete 

livello nazionale

  1. a) in direzione della riappropriazione della democrazia, Attac Italia, dopo l’importantissima vittoria del “NO” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, ritiene fondamentale l’avvio di un percorso politico e culturale per spingere, nel campo della democrazia rappresentativa, il ritorno al sistema proporzionale e, nel campo della democrazia diretta, alla forte espansione di tutti gli strumenti di partecipazione diretta dei cittadini (referendum, leggi d’iniziativa popolare etc.);

livello locale

  • a) il tema della riappropriazione sociale dei beni comuni, dei servizi pubblici e della ricchezza sociale diviene dirimente: da questo punto di vista, il bilancio partecipativo è l’obiettivo locale su cui puntare per aprire lo spazio della democrazia partecipativa, come premessa necessaria per ogni sperimentazione di autogoverno sociale e di autodeterminazione territoriale. 
  • Riprendiamoci il comune 

La necessità di un approccio sistemico alla crisi del modello liberista comporta come prioritaria la focalizzazione sulla dimensione territoriale, per almeno due motivi: il primo è legato al fatto di come siano proprio i Comuni e le comunità territoriali uno dei luoghi di precipitazione della crisi, perché è sulla ricchezza sociale delle stesse (territorio, patrimonio pubblico, beni comuni e servizi pubblici) che si gioca la partita della loro messa sul mercato; in secondo luogo, la dimensione delle comunità territoriali è quella che permette con più facilità l’assunzione di una visione sistemica di riappropriazione sociale e la possibilità di una inversione di rotta verso un modello di città e di territorio, basato sulla riappropriazione dei beni comuni, su una nuova finanza pubblica e sociale, su una nuova economia sociale territoriale, sulla democrazia partecipativa. 

azioni concrete 

Il percorso promosso da Attac Italia e denominato “Riprendiamoci il Comune” -da declinare sia nel senso del luogo (città, Comuni e territori), sia nel senso del “comune” come percorso di autogoverno dal basso che contrasti ogni privatizzazione e superi in avanti le difficoltà del “pubblico”- trova conferma in diverse esperienze neo-municipaliste che si stanno già muovendo in diverse realtà e che vedono i comitati locali di Attac attivi dentro le stesse (pensiamo a “Decide Roma”, a “Massa Critica” di Napoli, ma anche al percorso di Genova e alle sperimentazioni in atto in diverse città).

In questo senso, Attac Italia ha la necessità di approfondire e diffondere il percorso “Riprendiamoci il Comune” in ogni realtà in cui è attiva, a partire da alcuni punti di azione definiti:

  • l’avvio dell’audit del debito e della finanza locale;
  • il bilancio partecipativo;
  • la produzione di una carta dei beni comuni urbani;
  • la riappropriazione dei beni comuni e dei servizi pubblici come istituzioni sociali della comunità territoriale;
  • l’avvio di pratiche per una nuova economia territoriale socialmente ed ecologicamente orientata;
  • l’espansione delle forme di democrazia partecipativa dal basso e di autogoverno socialeed ecologicamente orientatoI cambiamenti climatici in corso, la drammatica diseguaglianza sociale a livello planetario, le guerre e i conflitti permanenti, le migrazioni di massa impongono ormai un radicale cambiamento di rotta: il modello capitalistico va abbandonato, mentre diviene urgente la costruzione di un altro modello economico che sia socialmente ed ecologicamente orientato. Va posta con forza la questione del lavoro e della produzione: se oggi il lavoro è orientato allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna e dell’uomo sulla natura, occorre riporre il tema del “cosa”, “come” e “per chi” produrre, aprendo la strada alla drastica riduzione del tempo di lavoro, alla redistribuzione sociale del lavoro necessario, e al diritto ad un reddito universale di esistenza.Va posta infine la questione delle risorse necessarie per questa radicale trasformazione sociale. La risposta si trova in un dato del recente studio (Oxfam, 2016) sulla distribuzione della ricchezza nel mondo: le 8 persone più ricche del pianeta dispongono ad oggi di un patrimonio equivalente alla ricchezza totale posseduta da 3,6 miliardi di persone, ovvero la metà più povera del pianeta stesso.  Il prossimo passo dovrà dunque essere quello di delineare collettivamente su ogni punto toccato qual è lo stato dell’arte e quali sono le tappe di formazione, sensibilizzazione e mobilitazione. ATTAC

 ITALIA Febbraio 2017

 Quanto sopra delineato costituisce il telaio delle linee guida per l’azione di Attac a livello nazionale e locale. Alcuni punti e campagne fanno già parte del lavoro che Attac quotidianamente mette in campo, altri sono riflessioni su cui avviare l’autoformazione orientata all’azione.

Conclusioni

Va posta inoltre la questione della territorializzazione dell’economia, secondo il principio per cui “tutto quello che può essere prodotto e autoprodotto in un dato territorio, lì deve essere realizzato”, consentendo progressivi percorsi di auto-organizzazione sociale ed economica.

In questo senso, la riappropriazione collettiva della ricchezza sociale e la riappropriazione sociale dei beni comuni e della democrazia sono strettamente connesse e divengono l’unica possibilità per un futuro degno per tutte e tutti.

  1. Un modello economico socialmente ed ecologicamente orientato

I cambiamenti climatici in corso, la drammatica diseguaglianza sociale a livello planetario, le guerre e i conflitti permanenti, le migrazioni di massa impongono ormai un radicale cambiamento di rotta: il modello capitalistico va abbandonato, mentre diviene urgente la costruzione di un altro modello economico che sia socialmente ed ecologicamente orientato.

In questo senso, la riappropriazione collettiva della ricchezza sociale e la riappropriazione sociale dei beni comuni e della democrazia sono strettamente connesse e divengono l’unica possibilità per un futuro degno per tutte e tutti.

Va posta con forza la questione del lavoro e della produzione: se oggi il lavoro è orientato allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna e dell’uomo sulla natura, occorre riporre il tema del “cosa”, “come” e “per chi” produrre, aprendo la strada alla drastica riduzione del tempo di lavoro, alla redistribuzione sociale del lavoro necessario, e al diritto ad un reddito universale di esistenza.

Va posta inoltre la questione della territorializzazione dell’economia, secondo il principio per cui “tutto quello che può essere prodotto e autoprodotto in un dato territorio, lì deve essere realizzato”, consentendo progressivi percorsi di auto-organizzazione sociale ed economica.

Va posta infine la questione delle risorse necessarie per questa radicale trasformazione sociale. La risposta si trova in un dato del recente studio (Oxfam, 2016) sulla distribuzione della ricchezza nel mondo: le 8 persone più ricche del pianeta dispongono ad oggi di un patrimonio equivalente alla ricchezza totale posseduta da 3,6 miliardi di persone, ovvero la metà più povera del pianeta stesso.

Conclusioni

Quanto sopra delineato costituisce il telaio delle linee guida per l’azione di Attac a livello nazionale e locale. Alcuni punti e campagne fanno già parte del lavoro che Attac quotidianamente mette in campo, altri sono riflessioni su cui avviare l’autoformazione orientata all’azione.

Il prossimo passo dovrà dunque essere quello di delineare collettivamente su ogni punto toccato qual è lo stato dell’arte e quali sono le tappe di formazione, sensibilizzazione e mobilitazione.

ATTAC ITALIA

 

 

 

 

 

 

Accade a Genova: AMIU-IREN: rinvio di una settimana. Seconda delibera di iniziativa popolare.

ACCADE A GENOVA

MARTEDI’ 31 GENNAIO 2017

 

AMIU A IREN: RIVIO DI UNA SETTIMANA

SECONDA DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE: IL CONSIGLIO APPROVA

 

AMIU A IREN: RINVIO DI UNA SETTIMANA

Martedì scorso è stata una giornata particolare per il capoluogo ligure.

La cessione a IREN della maggioranza azionaria di AMIU, la società a socio unico (il Comune) che, con oltre 1.500 dipendenti, gestisce il ciclo dei rifiuti, sembrava cosa fatta, e la seduta del Consiglio Comunale di oggi una semplice formalità.

Anche i sindacati maggiori, con l’eccezione della CISL, avevano rinunciato a opporsi al passaggio di AMIU nel recinto di Iren, firmando con il Comune un protocollo d’intesa che dava via libera all’operazione e rinunciava anche all’ultima fragile diga, il mantenimento della maggioranza delle azioni nelle mani del Comune di Genova. Ma ieri l’assemblea dei lavoratori di AMIU, chiamati a ratificare l’intesa, ha visto una partecipazione superiore alle attese in un clima di forte tensione. Alle votazione una larghissima maggioranza di lavoratori ha bocciato la linea CGIL – UIL – FIADEL e l’intesa siglata con il Comune. Tutta l’operazione è stata così rimessa in discussione.

I sindacati sconfessati dalla propria base hanno indetto per oggi un presidio davanti al palazzo di città, presidiato da un imponente schieramento di polizia e carabinieri, che hanno fronteggiato centinaia di lavoratori molto determinati a impedire l’irenizzazione di AMIU, e gli aumenti già annunciati della TARI. Dentro il palazzo la maggioranza non era poi così sicura, sicché si è preferio rinviare il voto a martedì prossimo, mentre permane tuttora lo stato di agitazione dei dipendenti AMIU.

Vedremo cosa maturerà in questi sette giorni, ma intanto è confortante la ricomparsa di un personaggio che sembrava, dopo le cinque gloriose giornate del 2013, del tutto scomparso: i lavoratori.

Certamente il PD, i suoi satelliti e Iren non rinunceranno a inglobare AMIU. Sarebbe uno smacco che rischierebbe di mandare a gambe all’aria l’intera strategia che la holding targata PD ha impostato e implementato in questi ultimi anni. Una strategia che privilegia il profitto come fine primario dell’azienda, rispetto al fatturato. O più precisamente: una strategia che non persegue il profitto per mezzo del fatturato. L’obiettivo è raggiungere una remunerazione degli azionisti dall’attuale 5,5% all’8% entro il 2021. Risultato da ottenere anche con volumi fatturati stabiii o in diminuzione, compensando anche i 40 milioni di euro di certificati verdi aboliti, che finora si riversavano direttamente sull’utile.Dalla semplice constatazione che la massima redditività, la più sicura, la più costante nel tempo, proviene dalle attività regolate, purché le condizioni politiche permettano appropriate politiche tariffarie, Iren ha scelto una linea di parziale disimpegno nelle attività non regolate e semiregolate (energia, dove come ultima mossa ha messo in vendita il rigassificatore di Livorno), e invece una linea espansiva in quelle regolate, essenzialmente attraverso acquisizioni, nei territori in cui è già fortemente insediata. L’influenza sui decisori politici si rafforza quanto più un territorio è presidiato. Dapprima Iren ha ottenuto il controllo dell’intero ciclo dei rifiuti di Torino (acquisizione di AMIAT e poi di TRM, l’inceneritore del Gerbido). Intanto intensificava i suoi rapporti con SMAT, l’acquedotto che serve l’intera provincia ed è di proprietà dei Comuni. Insieme con SMAT Iren ha acquisito la Società Acque Potabili di Torino, con cui ha allargato la sua presenza nei servizi idrici liguri e piemontesi. Ma l’obiettivo è chiaro, riguarda la proprietà di SMAT.

In questo quadro va vista la campagna di conquiste che completeranno il controllo di Iren sui servizi a rete (acqua e gas) e ambientali del ponente ligure, con l’acquisizione di AMIU a Genova e della multiutility tascabile ACAM a La Spezia. Ma con AMIU si completerebbe il ciclo, su una scala territoriale piuttosto grande (Parma, Piacenza, Torino, La Spezia, Genova). Iren ha già tre inceneritori: Tecnoborgo (Piacenza), quello di Parma chiamato vezzosamente PAI (Parco Ambientale Integrato), e il Gerbido di Torino. Perciò è chiaro quale sarebbe l’utilizzo della spazzatura genovese. Secondo l’accordo con il Comune di Genova la RD non dovrebbe superare il 45%. Verranno usati 3 cassonetti: umido, vetro e tutto il resto, con separazione a valle, ovviamente finalizzata alla produzione di CSS per alimentare gli inceneritori. In tal modo si potrebbe aumentare anche il teleriscaldamento (previsto un aumento del 27% entro il 2021, contro un +4% di elettricità), un altro monopolio che crea dipendenza, specie se il potere politico è compiacente.

IREN ha dovuto affrontare un ritorno ad alti livelli di indebitamento (dopo qualche anno di riduzione del debito). Solo l’acquisizione d TRM ha causato un aumento dell’indebitamento di 424 milioni. Con le prossime acquisizioni Iren raggiungerà un indebitamento finanziario netto pari all’intero fatturato. Ma ormai godrà di una protezione pari a quella delle banche: troppo essenziale al governo del territorio per poter fallire. L’aumento del costo del servizio per i cittadini non sarà mai troppo alto se servirà a garantire il pagamento del servizio del debito e la continuità delle aziende che gestiscono servizi essenziali.

I cambiamenti della struttura del gruppo sono conseguenza della strategia adottata, che potremmo chiamare “sovraprofitto da (pseudo)territorialità”. Riduzione delle società di primo livello da cinque a quattro, e soprattutto centralizzazione delle funzioni di staff nella capogruppo, che infatti passa in un solo anno (dal 31/12/2014 al 31/12/2015) da 254 a 821 occupati, di cui ben 45 dirigenti. 

Come si vede, un piano coerente, razionale e probabilmente vincente (almeno nel breve termine) che pone i territori al servizio dello sviluppo di un’entità estranea, un esoscheletro dotato di una propria logica e di propri meccanismi di sviluppo.

Ieri l’umanità ha dato un segno di vita. Ma il necessario ribaltamento appare ancora lontano.

SECONDA DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE: IL CONSIGLiO APPROVA

Dopo il rinvio della delibera su AMIU – IREN, il Consiglio Comunale ha discusso la seconda delibera di iniziativa popolare, che impegna la Giunta ad avviare un percorso partecipativo, Municipio per Municipio, per quantificare i diritti civici, ossia le prestazioni da parte del Comune a cui ogni singolo cittadino ha diritto, in relazione al prelievo fiscale complessivo.

La discussione è stata molto animata in commissione. In sede di Consiglio ci si limita alle dichiarazioni di voto. La delibera è approvata con 18 voti a favore, 10 contrari e 6 astenuti.

Le due delibere che hanno superato il giudizio di ammissibilità sono passate entrambe!

Venerdì esamineremo questo risultato e discuteremo cosa siamo e cosa vogliamo diventare.

MARTEDI’ PROSSIMO, 7 FEBBRAIO   ORE 9 PRESIDIO DAVANTI A TURSI MENTRE IN CONSIGLIO SI DISCUTE L’ALIENAZIONE DI AMIU A IREN

Riceviamo e pubblichiamo: NO ALL’AGGREGAZIONE DI AMIU CON IREN NO AL MONOPOLIO PRIVATO PER LA GESTIONE DEI RIFIUTI

NO ALL’AGGREGAZIONE DI AMIU CON IREN NO AL MONOPOLIO PRIVATO PER LA GESTIONE DEI RIFIUTI   iren-amiu

SI AL PIANO METROPOLITANO PER IL RECUPERO DELLA MATERIA

 

La giunta Doria ha deliberato l’aggregazione di AMIU con IREN.

IREN è ben conosciuta dai cittadini genovesi per la gestione dell’acqua. Da quando l’acqua è gestita da IREN:

 

  • le tariffe sono aumentate mediamente del 5% oltre l’inflazione

  • esplodono continuamente le tubazioni per assenza di manutenzioneI suoi amministratori fanno gli imprenditori con i nostri soldi: peccato che abbiano buttato via 900 milioni di Euro nel rigassificatore di Livorno, impianto che non andrà mai in funzione, indebitandosi con le banche: tanto pagheremo noi con le tariffe dell’acqua ed ora della spazzatura. 
  • Con questa aggregazione:
  • A questa società il Comune vuol cedere AMIU e le prime mosse non fanno ben sperare: IREN pretende di ripianare i costi di risanamento di Scarpino in 10 anni invece che in 30: aspettiamoci un bell’innalzamento della TARI.
  • Però IREN fa felici i suoi azionisti regalando loro utili pari al 23% del fatturato: soldi sottratti alle manutenzioni ed alle tasche dei cittadini!
  • si crea un monopolio di fatto, gestito da una società privata. Poco importa se IREN è a maggioranza pubblica: si comporta da società privata come si evidenzia nella sua gestione delle acque: alte tariffe, alti profitti e nessuna manutenzione perchè essendo quotata in borsa deve rispondere a logiche di mercato e non di servizio ai cittadini

  • avremo un aumento della TARI al 6% già da questo anno per l’aver contratto da 30 a 10 anni l’ammortamento dei costi per il risanamento della discarica di Scarpino. A questo proposito sia nel piano industriale AMIU del 2014 che nell’accordo sindacale del 29-7-16 si prevedeva la ricerca di altre fonti di finanziamento, tentativi che non sono stati esperiti.

  • la governance dell’azienda è totalmente in mano all’Amministratore Delegato di nomina IREN, mentre il Presidente, di nomina Comunale, ha compiti poco più che simbolici

  • nelle linee guida proposte per il piano dei rifiuti si prospetta la realizzazione degli impianti di selezione entro il 2018, ma per l’impianto di digestione anaerobica e successiva produzione di biometano “si valuterà” la capacità di trattamento di impianti esistenti. Come dire che l’impianto che può produrre utili dalla vendita del metano non viene fatto a Genova.

CONTRO QUESTA DELIBERA PRESIDIO DAVANTI A TURSI

MARTEDI 31, ORE 15,00 E MERCOLEDI 1 ORE 9,00

Coordinamento Ligure per la Gestione Corretta dei Rifiuti (GCR)

Comitato Genovese Acqua Bene Comune

Stampato in proprio

Genova 4 ott 2016 “Il Regolamento relativo alla partecipazione dei cittadini è stato approvato”

cittadini

COMUNICATO STAMPA

Il raggio di sole della partecipazione

Il Regolamento relativo alla partecipazione dei cittadini che è stato approvato il 4 ottobre scorso dal Consiglio Comunale della nostra città è un raggio di sole che squarcia le nuvole grigie della politica con la “p” minuscola. Erano ben 16 anni che i cittadini genovesi aspettavano queste regole di democrazia. Il merito è del Comitato per le Delibere di Iniziativa Popolare, costituito da singoli cittadini e da una ventina di associazioni, gruppi e sindacati.

Per un esame approfondito dei contenuti del regolamento va considerato che la Proposta di Delibera di Iniziativa Popolare è stato previsto dal Legislatore come uno strumento di collaborazione dei cittadini con le istituzioni.

Se si legge il regolamento approvato con questa ottica si stenta ad intravvedere la volontà di incoraggiare la collaborazione tra cittadini ed istituzioni.

In particolare ci sono tre punti critici che sembrano confliggere con lo spirito di collaborazione:

  • le procedure di ammissione;
  • l’autenticazione delle firme;
  • tempo limite per la raccolta delle firme.L’autenticazione delle firme è un obbligo inutile, ma per gli organizzatori di una proposta di delibera molto oneroso anche economicamente.Con l’attivazione di questo Regolamento è auspicabile che ora si passi alla discussione in Consiglio delle tre Proposte di Delibera Comunale su cui il Comitato ha già raccolto le firme necessarie e che, sinteticamente, riguardano la Trasparenza amministrativa, i Servizi Pubblici Locali, e il Servizio Idrico Integrato (acqua bene comune). Ci auguriamo che vengano approvate, ma già il fatto che vengano discusse in Consiglio sarebbe un passo avanti di enorme significato civile e politico.
  • In questo periodo storico in cui il mondo parla soltanto di economia o, peggio, di finanza, ci sono ancora cittadini che si battono per il valore della partecipazione nelle scelte amministrative e politiche che riguardano da vicino la vita quotidiana di ciascuno di noi.
  • Il tempo limite di 3 mesi entro i quali occorre raccogliere le firme non sembra testimoniare la volontà di incoraggiare la collaborazione dei cittadini con le istituzioni.
  • La procedura per l’ammissione delle delibere non prevede nessuna trattativa con la Segreteria Comunale per aiutare i cittadini a formulare in termini giuridicamente corretti la questione che vorrebbero sottoporre al Consiglio Comunale; il compito della Segreteria è solo quello di giudicare e poi emettere la sentenza. Sembrerebbe invece ragionevole che eventuali errori formali venissero segnalate ai proponenti, per dare loro modo di correggerli.

COMITATO ACQUA BENE COMUNE DI GENOVA

MEDICI PER L’AMBIENTE – LIGURIA

ATTAC – GENOVA

COMITATO CONTRO LA CEMENTIFICZIONE DI TERRALBA

COMITATO PROTEZIONE BOSCO PELATO

ASSOCIAZIONE AMICI DI PONTE CARREGA

GESTIONE CORRETTA RIFIUTI – GENOVA

ASSOCIAZIONE COMITATO ACQUASOLA

GRUPPO PER LA RIQUALIFICAZIONE DELL’EX MERCATO DI CORSO SARDEGNA

O.R.SA AUTOFERRO-TRASPORTO PUBBLICO LOCALE

CUB TRASPORTI-GENOVA

USB GENOVA

CONFEDERAZIONE COBAS

GRUPPO LAVORATORI AMIU

 

Il debito come paradigma dell’economia

Il debito come paradigma dell’economia

di Marco Bertorello -Attac Genova-  Dal Granello di Sabbia (n° 25 Sett Ott 2016 clicca per scaricare il pdf dal blog di Attac Italia)  pubblicazioni di Attac Italia per un nuovo modello sociale

Il debito pubblico secondo l’impostazione dominante dovrà e potrà essere riassorbito prevalentemente attraverso la crescita economica. Peccato che viviamo in una fase che non riesce a realizzarla. Lo schema, quasi calcistico, che propone l’economista Luca Ricolfi è 4-3-2-2-1, cioè negli anni ‘60 il PIL cresceva del 4% fino a ridursi all’1% nel primo decennio del nuovo secolo per prevedibilmente ridursi ancora intorno allo zero in quello attuale. Questo andamento, semplificando un poco, spiega come il progressivo ingolfarsi dell’economia del boom del dopoguerra, sia stato fronteggiatoMarco-Bertorello attraverso un crescente processo di finanziarizzazione incentrato sempre più sul debito, innanzitutto privato.

L’istituto Mc Kinsey attesta come nel periodo che va dal 2000 al 2010 i debiti complessivi globali (cioè quelli di Stati, cittadini, imprese e imprese finanziarie) siano aumentati del 103%, passando da 77 mila miliardi di dollari a 158 mila. Nel periodo antecedente la crisi (1999-2007) il debito privato è schizzato anche nella vecchia e sobria Europa: in Francia è cresciuto del 24%, in Italia del 31%, per arrivare in Grecia a +52% e in Spagna e Irlanda addirittura a +98%. L’esplosione della crisi, nonostante quello che si potrebbe ipotizzare, non ha ridotto il ruolo del debito, lo ha solo parzialmente modificato nella sua composizione interna.

Complessivamente però il debito globale è aumentato dal 2007 al 2014 di ben 57 mila miliardi di dollari, passando dal 270% al 286% del PIL mondiale.

La ridislocazione riguarda una parziale contrazione del debito privato a vantaggio di quello pubblico nei paesi occidentali e un’esplosione di quello privato nei paesi emergenti. La Cina ha un indebitamento privato che percentualmente non ha nulla da invidiare a quello di USA e Giappone, pari al 160% del PIL. Nonostante la Cina sia considerata la fabbrica del mondo, cioè il centro dell’economia reale, quella cosiddetta produttiva, le sue aziende hanno accresciuto il proprio debito in maniera considerevole, passando dal 98% del PIL nel 2008 al 160% nel 2014. Esistono imprese dedite alla produzione di beni materiali che in Borsa valgono 10/20 volte il loro fatturato.

I paesi emergenti hanno, dunque, dato vita a un processo di finanziarizzazione delle proprie economie a tappe forzate, rendendosi straordinariamente simili ai paesi storicamente più sviluppati. Il debito estende il suo raggio d’azione a tutte le latitudini, diventando ai tempi della stagnazione il principale motore della crescita.

Nei paesi Occidentali il processo è a uno stadio più avanzato, con la crisi il debito privato si è già rivelato insostenibile ed in misura significativa è stato assorbito dalle casse pubbliche. Dal 2008 si è verificato un grande travaso dai debiti privati a quelli pubblici, finendo per far crescere in maniera esponenziale quest’ultimi. Nel 2007 il debito sovrano nell’Eurozona era pari al 25% del PIL, nel 2014 è giunto al 94%, negli USA nel periodo 2000-07 oscillava tra il 47 e il 55%, per salire nel 2014 a oltre il 100%. Dopo anni di sbornia neoliberista, incentrata su libero mercato e privatizzazioni, gli Stati hanno salvato l’economia di mercato e ora accelerano sulle logiche di rigore e austerità a senso unico, facendo pagare il conto ai soggetti subalterni secondo il tradizionale adagio “si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite”.

In Italia, questo processo si è affermato con alcune specificità, in quanto il nostro debito pubblico era già alto e non si è potuto aumentarlo facendo operazioni dirette di salvataggio per fronteggiare la crisi. Ma il debito pubblico italiano è aumentato comunque in conseguenza del crollo del PIL dovuto alla virulenza della crisi globale. Non a caso l’Italia, dopo la Grecia, resta il paese europeo con il debito pubblico più grande. Carlo Cottarelli, ex incaricato della cosiddetta spending review, ha recentemente scritto un libro dall’eloquente titolo «Il macigno», riferito al nostro debito pubblico. Cottarelli rappresenta quella parte dell’establishment attento, che propone un percorso rassicurante ed equilibrato, che se si vuole ha un approccio raffinato, in cui prende in considerazione in maniera meno manichea tutte le opzioni e di tutte valuta pregi e difetti.

Un testo ragionevole dunque. Egli avanza un progetto apparentemente credibile fatto di austerità moderata, poche privatizzazioni e sgonfia di significato quelle che definisce le ormai «mitiche riforme di struttura» che, ammette, potranno dare risultati solo nel tempo.

E infine come ultima carta avanza la crescita economica. Una crescita che dovrebbe essere, e per lui potrebbe essere, del 3% e che consentirebbe nel 2035 di far scendere il debito al 75% dall’attuale 133%. Cottarelli ipotizza un percorso lineare e di lungo periodo, ma in grado di attrezzarci per le prossime crisi. L’Italia, però, più che attrezzarsi per le crisi a venire deve uscire dall’attuale contesto di stagnazione pressoché strutturale che impedisce di dichiarare persino conclusa la crisi precedente. Da questo punto di vista una crescita del 3% appare un obiettivo lunare, sia per il contesto interno sia per quello internazionale, costantemente instabile.

Quello che Cottarelli definisce “un macigno” grava sull’economia pubblica, ma è lo strumento di una più generale “economia a debito”, costituisce cioè l’elemento fondante dell’attuale economia. Dunque quella di non pagare il debito che, frettolosamente,

Cottarelli liquida come una scelta autolesiva per il fatto che sarebbero gli stessi italiani a detenere per 2/3 i titoli pubblici, appare invece la strada prioritaria da intraprendere. In realtà il presunto possesso popolare di titoli pubblici è la risultante di una lettura distorta della realtà, che non indaga le differenze che vi stanno sotto. Nonostante l’opacità delle notizie sulla composizione del debito e sul profilo socio-economico dei suoi detentori, possiamo affermare che anche tra i detentori di titoli sovrani vi è forte sperequazione di redditi e ricchezze.

D’altronde perché a fronte di grandi e crescenti diseguaglianze il mondo della finanza e del risparmio non dovrebbe essere polarizzato anche nel detenere titoli di debito sovrano?

Per questo è necessario creare Commissioni indipendenti di indagine sui debiti a tutti i livelli, con l’obiettivo di ristrutturarli in maniera democratica e dal basso. Tutelando piccolo risparmio e vittime dell’attuale austerità. Solo un processo di sottrazione dalle logiche del debito potrà inaugurare una nuova convivenza sociale.

Il granello di sabbia di settembre ottobre 2016 – Chi è in debito con chi?-

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In questo numero:

Indice

Editoriale: “C’è futuro solo fuori dal debito”

di Vittorio Lovera

Debito: Vogliamo parlarne?

di Marco Bersani |  Invito all’università estiva di Attac Italia, Roma, 16-18 settembre 2016

CADTM (Comitato per l’annullamento del debito illegittimo)

intervista di Milena Rampoldi a Jérôme Duval

L’audit civico del debito: come e perchè?

di Damien Millet e Eric Toussaint

Genova 19 Luglio 2016: Convegno Internazionale verso L’Annullamento del Debito Illegittimo “Dal G8 di Genova alla Laudato sì. Il Giubileo del Debito”

di Antonio De Lellis (Attac Italia, Pax Christi)

La Carta di Genova, verso l’annullamento del Debito Illegittimo, e l’ appello per aderire al Comitato Italiano per l’annullamento del debito illegittimo – CADTM Italia

di Vittorio Lovera

Annulliamo il debito illegittimo

di Alex Zanotelli

Economia a debito e l’insostenibilità dei debiti sovrani

di Guido Viale

Il debito come paradigma dell’economia

di Marco Bertorello

Dal debito del Sud al debito sovrano

di Matteo Bortolon

Finanza pubblica e derivati

di Andrea Baranes

La propaganda sul debito

di Giulio Marcon

Il Giubileo del debito

di Francesca Delfino (Pax Christi)

Presentazione al libro: “L’ Alternativa all’Europa del Debito”

di Vittorio Lovera

Roma: Lettera aperta a Virginia Raggi

DecideRoma – Decide la città

Il debito come priorità dell’agenda politica

di Vincenzo Benessere (Massacritica Napoli)

Catania in bancarotta

di Matteo Iannitti (Catania Bene Comune)

Rubriche:

Il fatto del mese

Continuiamo a contrastare il “Trattato Nosferatu”

di Marco Schiaffino

Democrazia Partecipativa

Il nuovo Statuto di Vignola: un inno alla democrazia

di Pino Cosentino

Elogio dell’antipolitica

di Pino Cosentino

Migranti

Che ne è delle frontiere in Europa

di Giuseppe Campesi, Università di Bari

Convegno internazionale: il secolo dei rifugiati ambientali?

di Guido Viale

Il Governo costretto ad un passo indietro sull’acqua: si a stralcio da decreto servizi pubblici.

Riceviamo e pubblichiamo

Comunicato stampa

Il Governo costretto ad un passo indietro sull’acqua: sì a stralcio da decreto servizi pubblici

La Ministra Marianna Madia intervenendo ieri in Commissione Affari costituzionali della Camera ha segnalato la disponibilità del Governo a sottrarre l’acqua dal decreto sui servizi pubblici locali. Appare evidente come questa presa di posizione sia il frutto di una diffusa opposizione sociale a questo provvedimento e a ciò che esso rappresenta, ossia la mercificazione dei beni comuni e la privatizzazione dei servizi pubblici.

Una mobilitazione che ha prodotto decine di iniziative territoriali e la raccolta di 230.000 firme in calce alla petizione alle Camere, promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e sostenuta dalle compagini che hanno dato vita alla campagna dei Referendum Sociali.

Chiediamo con forza che quanto affermato dal Ministro non rimanga solo una dichiarazione d’intenti e che le Commissioni parlamentari si esprimano per lo stralcio del servizio idrico dal decreto.

Siamo, altresì, consapevoli che questo sarebbe solo un primo passo indietro nel tentativo del Governo di sovvertire l’esito referendario. Oltre a ciò vanno eliminate dal provvedimento tutte le norme che puntano alla privatizzazione dei servizi locali e che vietano la gestione pubblica tramite aziende speciali.

La Ministra Madia ha lasciato intendere che sarà compito del Parlamento definire le modalità d’intervento sul servizio idrico, a partire dalla legge approvata alla Camera lo scorso aprile e attualmente in discussione al Senato.

Non possiamo, quindi, esimerci dal ribadire il nostro giudizio estremamente negativo su tale legge. Una legge svuotata e stravolta nel suo impianto generale e nei principi essenziali, a partire dalla soppressione dell’articolo che disciplinava i processi di ripubblicizzazione.

Non può essere, dunque, questa la base di partenza per una discussione approfondita che intende seriamente recepire la volontà popolare espressa nei referendum del 2011. Dichiariamo da subito che proseguiremo la mobilitazione e vigileremo affinchè sia dato seguito alle dichiarazioni del Ministro, oltre a richiedere che siano eliminati tutti i riferimenti alla cessione al mercato dei servizi pubblici in generale.

Roma, 28 Settembre 2016.

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Elogio dell’antipolitica – Dalla politica alla democrazia

di Pino Cosentino – Attac Genova

La contrapposizione politica-antipolitica è un topos retorico che sta conoscendo un rilancio considerevole nella pubblicistica e nel dibattito pubblico di questi anni, in coincidenza con la diffusione di movimenti antisistema che ottengono affermazioni elettorali importanti contrapponendosi all’intero mondo politico.   Pino Cosentino
Si tratta di fenomeni difficilmente inquadrabili, se non in negativo.

Antipolitica (Garzanti Linguistica): “atteggiamento di chi è ostile alla politica, alle sue logiche, ai partiti e agli esponenti politici, ritenendoli dediti ai propri interessi personali e lontani dal perseguire il bene comune”.

L’antipolitica sarebbe dunque un rifiuto radicale del sistema politico liberaldemocratico, della democrazia rappresentativa.
Ma l’antipolitica può diventare una proposta positiva? L’antipolitica è destinata a restare un rifiuto infantile, una manifestazione di primitivismo irragionevole, o è la pietra su cui si costruirà il solido edificio del mondo nuovo? E quale antipolitica? Quella di Donald Trump e di Salvini, quella di Grillo, quella di Iglesias o altra ancora?

Che “antipolitica” sia usato da “politici” e giornalisti come anatema per bollare i movimenti sociali come estremismi fanatici contrari al comune buon senso non fa meraviglia.

Può invece suscitare una certa sorpresa che un’analoga condanna dell’antipolitica, sebbene con argomenti diversi, si ritrovi presso una parte significativa degli attivisti dei movimenti che contestano il sistema.
Le sinistre vedono nell’antipolitica una cultura di destra, che vorrebbe gettare a mare le conquiste politiche del dopoguerra, codificate dalla Costituzione del ’48. L’antipolitica (e su questo si realizza un’ampia convergenza fra “rivoluzionari” e benpensanti) sarebbe una critica “di pancia”, cioè emotiva, dettata da paure elementari, acuita dal disagio economico crescente di strati consistenti della popolazione.

La condanna dell’antipolitica proviene dunque o dai sostenitori e beneficiari di questo sistema politico, oppure da una parte dei suoi oppositori, con motivazioni opposte ma in parte convergenti (la “pancia”).

La condanna dell’antipolitica da parte di oppositori del “sistema”, specie di sinistra, è rivelatrice di parecchie cose:

1. la forza pervasiva della cultura dominante, che produce schemi di pensiero apparentemente “universali” che nemmeno i suoi avversari riescono a riconoscere come frutti e puntelli di questo sistema di dominio, e perciò li adottano come parte del proprio sistema di valori;
2. la difficoltà a capire il presente e a progettare il futuro; prevale la capacità di leggere il passato per progettare il passato prossimo, che ormai, per quanto prossimo, è comunque scivolato via. Ci si attarda così in atteggiamenti puramente difensivi e nostalgici, di qualcosa che non c’è più, mentre gli avversari, lavorando a modo loro sulla “pancia”, sono più efficaci nel presente;
3. l’ambiguità di parti dei movimenti, che in realtà sono pronti a sacrificare gli obiettivi comuni per trovare una valorizzazione (non necessariamente economica) del proprio ruolo personale in ambito istituzionale;
4. il divorzio probabilmente irrimediabile tra le culture di sinistra, anche di estrema sinistra, da tempo elitistiche (nei fatti) e legate soprattutto a ceti benestanti, e il popolo.

Certamente l’antipolitica è diffusa in tutti gli strati della popolazione (nel suo “immaginario collettivo” [Wikipedia]) non sotto forma di raffinate analisi, ma come sequela di stereotipi, semplificazioni, esagerazioni…Nelle sue versioni più diffuse può essere irritante per chi ha una visione più documentata e meditata dei fatti politici.

Qui si viene al punto. L’antipolitica è anche considerata sinonimo di “populismo”.
Cos’è dunque che induce a considerare certe correnti non come espressione di idee diverse dalle proprie, ma come idee che non dovrebbero avere diritto di cittadinanza, idee “selvagge”, mostruose, incivili? Forse il fatto di portare alla luce una subcultura popolare, ciò che ribolle nella “pancia” della società, soprattutto nei suoi strati più bassi, e che i “politici” pensano di educare ignorandola, come farebbe una persona ben educata che faccia finta di niente mentre uno zoticone si pulisce il naso con il tovagliolo?
Ma le sinistre sono popolo, o sono un’altra cosa? Di fatto tutte le forze di sinistra hanno scelto di farsi istituzione, di innalzarsi al di sopra del popolo (verso il quale hanno lo stesso atteggiamento tra il paternalistico e l’infastidito di tutti i ceti dominanti), di criticarlo “dal di fuori”, addirittura “dall’alto”. E’ comune anche nel mondo degli attivisti dei movimenti sentir dire, in tono critico, che la tal forza politica si rivolge “alla pancia” della gente. Gli argomenti della suddetta forza politica saranno ripugnanti (penso, ad esempio, al suo principale cavallo di battaglia, l’immigrazione), ma meravigliarsi che il popolo abbia una pancia significa aver abbandonato tutta una cultura che cercava alternative al sistema partendo dalle condizioni materiali delle persone, e da come esse (condizioni materiali) influenzano sentimenti e pensieri. Che non sono da negare e rigettare, ma da interpretare e rielaborare, in quanto presenza del mondo reale e comune nella coscienza, quindi ancoraggio ineliminabile con la realtà. Perché ciò avvenga in una direzione piuttosto che in un’altra dipende dalla posizione dei proponenti, dalla qualità dei contenuti che propongono e dalle relazioni che essi stabiliscono con la generalità della popolazione. Le sinistre sono oggi percepite, a ragione, come parte dell’establishment, e perciò coinvolte nella condanna popolare della politica.
C’è un fossato difficilmente definibile, ma molto chiaro nella percezione dei più, tra oligarchie economico-politiche e loro sostenitori, da una parte, popolo dall’altra.
Nella percezione generale, il fossato coincide con le istituzioni elettive, che ormai una larga maggioranza considera un male, forse necessario, ma comunque un lavoro sporco.
Oggi c’è quasi da vergognarsi a confessare che ci si occupa di politica. Anche nel caso in cui si tratti di un volontariato disinteressato, come per gli attivisti dei movimenti. Si legge negli occhi dell’interlocutore una perplessità, uno stupore, che non si rasserena neanche dopo aver spiegato quanto la “nostra” politica sia diversa dalla “loro”.
Il distacco dei cittadini dalla politica da un lato fa paura, ma dall’altra è la premessa indispensabile per quel processo di superamento della democrazia rappresentativa ormai necessario per entrare in una nuova fase dello sviluppo umano e uscire dal cul di sacco in cui l’umanità si è cacciata con la finanziarizzazione globalizzata della società.

La politica dei moderni (democrazia rappresentativa, suffragio universale – maschile e femminile -, pluripartitismo, dibattito pubblico libero, libertà di associazione e di espressione…) è stata una grande conquista in primo luogo del movimento operaio e contadino, con il prezioso contributo di uomini e donne di ogni classe sociale e diverse correnti di pensiero, laiche e religiose.
Si è sviluppato, accompagnando la diffusione del capitalismo, un grandioso movimento di liberazione che ha coinvolto un po’ tutta l’umanità, ma che ha dato i suoi frutti più maturi proprio nei paesi dove lo sviluppo capitalistico è andato più avanti. In essi la spinta della borghesia emergente alla costruzione di un sistema economico basato sulla competizione anziché sulle rendite di posizione ha favorito ed è stato favorito dalla spinta umana a liberarsi dai vincoli opprimenti degli antichi regimi.
Come tutti i movimenti storici, anche questo si è dispiegato nella concretezza delle diverse situazioni, assumendo le forme più disparate secondo i contesti.
Ma si può facilmente rinvenire, osservando la complessità e varietà di forme dei diversi movimenti e delle idee che li ispirarono, un valore eterno soggiacente, che li accomuna tutti: l’affermazione della dignità e del diritto alla felicità di ogni essere umano (senza dimenticare gli animali che dimostrino una soggettività individuale).
La leva per l’emancipazione umana fu individuata nella politica, intesa come formazione ed esercizio di un potere pubblico che non scende dall’alto, ma promana dalla volontà dei cittadini.
Così dovunque nel mondo si sia affermato il più alto grado di sviluppo della società capitalistica là si è stabilita la politica, nella forma di democrazia rappresentativa e dei suoi riti (partiti, dibattito pubblico, elezioni ecc.).
Tutto questo va salvaguardato con la massima cura e il più fervido impegno. La politica, con il suo corredo, lo Stato di diritto, sono oggi la realizzazione più alta e compiuta del valore eterno e comune che ispira e ha sempre ispirato ogni movimento di emancipazione umana.

Tuttavia, proprio alla luce di quell’ispirazione che pone le persone come valore assoluto, dobbiamo constatare che la politica si è convertita nello strumento del lato oscuro del capitalismo per consolidarsi e prendere il sopravvento. Come la bomba ai neutrini, che uccide ogni forma di vita ma lascia intatte le cose, il capitalismo nella sua fase finanziaria (o, seguendo Gallino, finanzcapitalismo) distrugge la democrazia lasciandone intatte le forme esteriori: i partiti, le elezioni, i parlamenti ecc.
Ciò corrisponde a nuove necessità del sistema di mercato, ove la competizione esenta sempre più il capitale, ma non tutti gli altri fattori, che fanno a gara a fornire al capitale stesso le condizioni di miglior favore (fiscalità, diritti del lavoro, tutela dell’ambiente, ecc.). La politica così diventa funzionale al nuovo contesto.
La politica come è oggi intesa non può più essere lo strumento di emancipazione che è stata nel passato. Dovunque la politica è uno strumento di lobby e bande di speculatori, truffatori, imbonitori, o semplici kapò, per legittimare lo sfruttamento del popolo e il saccheggio delle risorse naturali.
La delega incondizionata che la democrazia rappresentativa concede a chi prenda i voti necessari secondo le forme legali vigenti equivale a consegnare le chiavi di casa a bande di grassatori impuniti, sotto qualunque bandiera si presentino.

Oggi l’umanità può salvarsi dal disastro solo prendendo risolutamente nelle mani il proprio destino.
Come sempre, l’avanzamento dell’emancipazione umana prenderà strade differenti secondo i diversi contesti storici, ma dovrà dovunque sbarazzarsi della politica e trovare le forme che permettano a tutti i cittadini che lo vogliano di esercitare concretamente i diritti sovrani che gli spettano, in parte direttamente, in parte attraverso rappresentanti eletti che non vadano a costituire, come ora, un ceto sociale a sé, ma siano veramente rappresentanti e non padroni.
Questa è la prossima rivoluzione, che sarà necessariamente all’insegna dell’antipolitica.
Si intravvede già lo scenario: un centro, l’establishment, occupato dalle sinistre, insieme con altre componenti moderate, dedito alla difesa della politica, nonché del finanzcapitalismo; una destra antipolitica, in senso regressivo, reazionario, fintamente “popolare”; una sinistra antipolitica, in nome del protagonismo dei cittadini, che vede la democrazia come esercizio della effettiva, non simbolica, sovranità popolare. Questa permetterà la rivalutazione del lavoro al cospetto della finanza e dello strapotere del capitale, la promozione del “comune”, la salvaguardia dell’ambiente e il graduale rientro dal vero debito, quello ecologico.

Per la critica dell’economia politica. il sottotitolo che Marx diede al Capitale è spesso dimenticato, come se non fosse un postulato qualificante della teoria esposta nella sua opera.
Quel sottotitolo è invece la chiave imprescindibile per la comprensione dell’analisi marxiana, il cui intento non è tanto fornire la chiarificazione teorica del sistema capitalistico, quanto di individuare in esso i presupposti per il suo rovesciamento. La critica marxiana non è rivolta contro questa o quella specifica teoria economica, bensì contro la costruzione di una disciplina che pretenda di fornire le leggi naturali dell’economia, come se questa non fosse una formazione storica e perciò transitoria, ma un dato di natura, che la volontà umana può alterare e deviare dal suo cammino per un po’ di tempo, ma che finirà sempre per rifluire nel percorso che leggi eterne le fissano.
Marx riconduce l’economia dalla sfera dell’oggettività (natura) a quella della soggettività (prodotto umano, forma in continuo divenire dei rapporti tra esseri umani). La teoria economica, nata come un ramo della filosofia morale, trasforma relazioni tra fatti dovute a rapporti sociali transitori in leggi oggettive ed eterne. Mentre invece il capitale stesso, per Marx, non è altro che un “rapporto sociale”.
Quella di Marx, potremmo dire, non è un’economia, bensì un’antieconomia. Non è una teoria economica, ma la teoria che svela la natura di ogni teoria economica, di essere una tecnica al servizio del sistema capitalistico e al contempo un’ideologia che ne legittima il dominio.

L’economia politica presenta come fatto naturale la separazione dei produttori dai frutti del loro lavoro.
La politica presenta come fatto naturale la separazione del popolo sovrano dall’esercizio effettivo della sovranità.

L’elemento separatore è il meccanismo della rappresentanza, il corpo professionale elettivo che presenta due caratteristiche: ha come compito primario quello di gestire l’economia, come se la nazione e lo Stato fossero aziende; usufruisce di una delega illimitata, che ne fa, in quanto ceto, l’effettivo padrone dello Stato e delle sue risorse, da cui attinge abbondantemente.
Queste caratteristiche ne fanno una componente essenziale dell’oligarchia. Esso infatti sposta ingenti risorse pubbliche dai produttori ai profitti, attraverso politiche fiscali, monetarie e di finanza pubblica; ma presenta ciò come sostegno all’”economia”, come se questa fosse un meccanismo oggettivo che produce frutti per tutta la comunità. La rappresentanza, originata e “scelta” dai cittadini-elettori, fornisce al sistema la legittimità necessaria.
Attraverso i meccanismi elettorali il popolo si convince di essere esso stesso responsabile dello stato di cose esistente. Il popolo stesso diventa così il cane da guardia dell’attuale sistema di sfruttamento e dissipazione.
La politica, da fattore di liberazione, diventa il mezzo attraverso cui il popolo viene mantenuto nella sua condizione di inferiorità, sebbene sia numericamente la maggioranza della popolazione.
Infatti il popolo, in quanto moltitudine di individui, può esercitare effettivamente la sovranità solo se organizzato come soggetto collettivo. Ma i partiti sono organizzazioni esterne al popolo, che attraverso il meccanismo della rappresentanza si integrano, ai vertici, con l’oligarchia.
La rappresentanza non è asservita agli interessi dei potentati economici. E’ essa stessa un potentato economico. Essa diventa parte integrante dell’oligarchia, di cui condivide livelli di redito, stile di vita, valori e idee.
La rappresentanza è il cancro della democrazia, lo strumento dell’oligarchia per inglobare gli effettivi o potenziali organizzatori del popolo.
Nell’era della finanziarizzazione globalizzata gli effetti sono: la privatizzazione dello Stato, la tendenziale scomparsa del “pubblico”.
In questo senso i movimenti realmente alternativi sono l’antipolitica. L’esperienza storica dimostra che la politica, in quanto competizione elettorale tra partiti supportati da organizzazioni sociali in vari modi collegate (sindacati, chiese, cooperative, associazioni fiancheggiatrici…), non ha mai prodotto una vera alternativa al dominio della ricchezza.
La finanziarizzazione è l’espressione del rifluire verso la difesa di posizioni di rendita da parte di strati molto consistenti della classe dei grandi proprietari, le cui proprietà hanno oggi necessariamente la forma della ricchezza finanziaria.
La consistenza nominale di tale ricchezza cresce a un ritmo molto superiore a quello dell’economia reale. Si determina perciò una situazione in cui sono presenti crediti molto superiori ai beni esigibili. E’ un cappio che si stringe attorno al collo del mondo, un cappio dovuto solo a rapporti di potere, non certo a presunte leggi “naturali” dell’economia.
Da questa situazione la politica non potrà salvarci, perché essa, come è stato dimostrato dalla grande crisi del 2007-08, e dagli sviluppi successivi, è parte del problema, essendo parte integrante delle oligarchie finanziarie.
La politica non può tentare che una via: lo smobilizzo dell’immenso patrimonio naturale, sociale ed economico “comune”: le foreste, l’acqua, le fonti energetiche,
i diritti sociali trasformati in domanda privata (istruzione, sanità, previdenza), le infrastrutture costruite nei secoli, la miriade di aziende pubbliche, soprattutto locali. Le privatizzazioni di ogni bene comune e funzione pubblica, già avviata, è ciò che ci attende.
Batte l’ora dell’antipolitica, solo essa ci salverà.

L’antipolitica non è altro che il popolo. Il popolo sopprimerà la politica per instaurare la democrazia. Non un popolo abbruttito e manipolato dalla falsa antipolitica dei Trump e dei Salvini. La loro non è antipolitica, me iperpolitica, con loro l’inganno, la sopraffazione e la separazione del popolo dai processi decisionali raggiunge livelli più alti della politica tradizionale. Essi non sono la negazione della politica, ma i suoi esponenti più estremi, gli atleti, i funamboli, i mistici della politica.
L’antipolitica non ha capi, ma guide morali che rifiutano di uscire dal popolo perché la comunità è la vita e la gioia, mentre il percorso individuale all’affermazione di sé lascia solo rimpianti e cenere.
La prossima volta che qualcuno vi chiede di cosa vi occupate, rispondete sereni: “Di antipolitica”. Capirà, e voi vi sentirete meglio.

 

 

Debito: vogliamo parlarne? Invito all’università estiva di Attac Italia, Roma, 16-18 settembre 2016

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da: Attac Italia

DEBITO: VOGLIAMO PARLARNE?

Invito all’università estiva di Attac Italia, Roma, 16-18 settembre 2016

 

Nel 2015, secondo l’Istat, le famiglie che in Italia vivevano in povertà assoluta sono diventate 1 milione e 582 mila, pari a 4 milioni e 598 mila persone, il numero più alto dal 2005.

Sempre nel 2015, una ricerca Censis-Rbm calcola in oltre 11 milioni (coinvolto il 43% delle famiglie italiane) le persone che hanno dovuto rinviare o rinunciare a cure mediche adeguate, a causa delle difficoltà economiche.

Nel medesimo anno, come in tutti gli anni precedenti, lo Stato ha pagato 85 miliardi di euro solo per gli interessi sul debito pubblico.

C’è connessione fra queste cifre? Chi dice di no non ha mai fatto parte né della categoria della povertà assoluta, né di quella che fatica a curarsi adeguatamente. E’ per questo che considera il debito pubblico italiano come essenzialmente dovuto alla dissennatezza collettiva dell’aver vissuto per anni “al di sopra delle proprie possibilità” e trova ora normale doverne pagare lo scotto (interessi compresi), sapendo che ricadrà su ben precise fasce di popolazione.

Ma è andata davvero così? Naturalmente no e pochi dati bastano a dimostrarlo.

Negli ultimi 20 anni, il bilancio dello Stato si è chiuso in avanzo primario (rapporto fra entrate e uscite) per ben 18 volte e la parte dei cittadini che ha sempre pagato le tasse ha versato allo Stato almeno 700 miliardi di euro in più di quello che ha ricevuto sotto forma di beni e servizi.

Come mai allora il nostro debito continua a veleggiare oltre i 2.200 miliardi di euro? Perché dal divorzio fra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia nel 1981, e la conseguente fine della copertura “in ultima istanza” da parte di quest’ultima dei prestiti emessi dallo Stato, gli interessi da pagare sul debito sono saliti alle stelle, tanto che ad oggi abbiamo già collettivamente pagato oltre 3.000 miliardi di interessi su un debito che continua a salire e che auto-alimenta la catena, ingabbiando la vita e i diritti di tutti.

La spesa per interessi è pari a oltre il 5% del Pil e rappresenta la terza voce di spesa dopo la previdenza e la sanità. Se a tutto questo aggiungiamo il fiscal compact, ovvero l’impegno preso in sede europea a riportare il rapporto debito/Pil dall’attuale 130% al 60% nei prossimi venti anni, con un taglio conseguente della spesa pubblica di circa 50 miliardi/anno, il quadro della trappola diviene evidente: il debito serve a trasferire risorse dal lavoro al capitale e a consegnare ai grandi interessi finanziari, attraverso alienazione del patrimonio pubblico e privatizzazioni, tutto ciò che ci appartiene.

E la sottrazione di democrazia messa in campo con la riforma costituzionale, sulla quale si voterà in autunno, rappresenta solo il tentativo di approfittare della crisi per approfondire le politiche liberiste, sostituendo la discussione democratica con l’obbligo alle stesse e il necessario consenso con la collettiva rassegnazione.

La trappola del debito diviene ancor più evidente se poniamo l’attenzione sugli enti locali e le comunità territoriali, ormai giunti al collasso finanziario, grazie al combinato disposto di patto di stabilità (e pareggio di bilancio), tagli ai trasferimenti e spending review: quanti sanno infatti che, nonostante il contributo degli enti locali al debito pubblico italiano sia pari solo al 2,4%, sugli stessi si sia scaricata la maggior parte delle misure, al punto che dal 2008 i tagli delle risorse a loro disposizione siano passati da 1.650 a 15.500 miliardi (+900%) ?

Di fronte a questi dati, possiamo continuare a dire che il debito è ineluttabile e a considerare gli interessi sullo stesso normale parte del contratto stipulato?

Possiamo continuare a pensare che il debito, in quanto colpa, va saldato e trovare normale che a quella cultura si educhino intere generazioni già nella scuola, con la trasformazione dei giudizi sull’apprendimento in “debiti” e “crediti”?

Crediamo di no e, a sostegno d questa tesi, basta leggersi l’art. 103 della Carta dell’Onu, quando pone l’obbligo di ogni Stato a garantire pace, coesione e sviluppo sociale sopra ogni altro e qualsivoglia impegno contratto dallo stesso.

Del resto, qualcuno può ritenere sostenibile mantenere un debito, che oltre allo stesso, comporti la sottrazione annuale di 135 miliardi di euro di risorse collettive, per pagarne gli interessi e per adempiere al fiscal compact?

Da che mondo è mondo, non si è mai visto un creditore anelare al pagamento del debito. L’usuraio teme due soli eventi nella sua “professione”: la morte del debitore e il saldo del debito, perché, in entrambi i casi, perderebbe la fonte periodica del suo sostentamento –gli interessi- e la possibilità di dominio sull’altro e sulle sue scelte in merito ai suoi averi e proprietà (nel caso degli Stati, i beni comuni).

Ecco perché il debito deve smettere di essere un tabù e deve divenire parte concreta delle battaglie per un altro modello sociale. Se il debito è oggi agitato come “lo shock per far diventare politicamente inevitabile, ciò che è socialmente inaccettabile” (Milton Friedman), occorre che le popolazioni passino dal panico prodotto dallo shock –che comporta paralisi, ripiegamento individuale e adesione alla narrazione dominante- alla sana pre-occupazione, ovvero alla capacità collettiva di iniziare ad occuparsi di sé, della collettività e del comune destino.

Rifiutando la trappola del debito e rivendicando a tutti i livelli –locale, nazionale e internazionale- la necessità di un’indagine indipendente e partecipativa che sveli quanta parte del debito è illegittima e quanta parte è odiosa –dunque da non pagare- e che affronti, partendo dall’incomprimibilità dei diritti individuali e sociali, tempi e modi del pagamento dell’eventuale restante parte legittima.

Di tutto questo se ne discuterà all’università estiva di Attac Italia, a Roma dal 16 al 18 settembre, in una serie di seminari che, partendo dal debito internazionale (con la presenza di Eric Toussaint del Cadtm), arriverà a mettere a confronto le nuove esperienze di movimento e istituzionali nelle “città ribelli” di Barcellona, Napoli e Roma.

Università estiva di Attac Italia – Programma

Università estiva di Attac Italia – costi, prenotazioni, come raggiungere il posto, suggerimenti per alloggiare

Un’occasione per liberare il presente e riappropriarci del futuro.

A questo indirizzo: http://www.italia.attac.org/index.php/granello-di-sabbia/10408-anticipazioni-del-prossimo-numero-del-granello-chi-e-in-debito-con-chi  gli articoli del Granello di sabbia dedicati al Debito.

 

Chi è in debito con chi? Università estiva di Attac Italia

Il titolo di quest’anno è “Chi è in debito con chi?” e il tema sarà quello del debito, sia nei suoi aspetti macro e internazionali, sia nei suoi aspetti locali, cittadini e metropolitani.

Il “Giubileo” del debito?

‘Dopo 15 anni dal G8 di Genova i movimenti sociali e cristiani si danno appuntamento per verificare a che punto “Un altro mondo possibile” e per assumere impegni congiunti per la ricostruzione di un’ Europa e di una economia non più basata sul debito. In questi 15 anni caratterizzati da quella visione iniziale e da un manifesto democratico quale è l’enciclica Laudato Sì, tante sono le battaglie e lotte portate avanti in difesa degli ultimi, per una finanza sociale, per la ripubblicizzazione dei beni comuni e per il territorio. Forse è arrivato il momento di far leva, tutti insieme, per costruire all’interno di un’Europa senz’anima un modello alternativo a quello debitocratico che non sfrutti più l’umanità e il pianeta

Oggi il debito pubblico viene usato come uno straordinario meccanismo del capitalismo finanziario per espropriare i popoli. A 15 anni dal G8 di Genova una importante iniziativa sul #‎debito.

19 luglio, Palazzo Ducale, Genova
Dal G8 di Genova alla Laudato sì – IL Giubileo DEL Debito?

Saranno presenti Eric Toussaint (CADTM) , Alex Zanotelli, Francesco Gesualdi, Guido Viale, Marco Bersani, Marco Bertorello, mons. Tommaso Valentinetti, mons. Giovanni Ricchiuti, Chiara Filoni, Debora Lucchetti, Francesca Coin, Matteo Bortolon e Antonio De Lellis

Il programma:

Giubileo-del-debito

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