Le tre crisi – economica, ecologica e democratica – e i loro legami

Le tre crisi e i loro legami.

L’indifferenza (quantomeno sino ad ora e non proprio di tutti e tutte) nei confronti del peggioramento delle condizioni di vita, della salute, dei salari e dei redditi medio – bassi, della possibilità di lavorare e di arrivare alla quarta settimana del mese, della costante erosione delle libertà democratiche e dei diritti civili, e nei confronti degli stessi e ben concreti rischi di catastrofe ambientale  è un fatto che non può lasciarci indifferenti. Le tre crisi – economica, ecologica e democratica – sembrano incapaci di produrre, se non parzialmente, prese di coscienza, partecipazione e conflitto, né tantomeno cambiamenti di orientamento e di stile di vita.

Per cercare di trovare una soluzione evidentemente è necessaria un’analisi dei dati costitutivi del problema. Ed è in questo senso che deve intendersi questo mio contributo, che cercherà di illustrarne alcuni aspetti, sviluppando i temi del mio intervento all’ultima assemblea di Attac – Genova, del 29 luglio. Sono consapevole del fatto che si tratta di questioni molto complesse, con le qual si sono misurate molte intelligenze nel corso degli ultimi duecento anni e che hanno cavalcato tutti gli avvenimenti della storia recente, ma poiché non è mia intenzione scrivere un saggio, mi limiterò a una sintesi generica in attesa di altri contributi.

Bisogna ritornare all’affermazione delle ideologie liberiste a partire per lo meno dagli inizi degli anni ’80 del secolo scorso, che ha comportato l’orrore verso tutto quanto è pubblico e l’esaltazione aprioristica dell’impresa privata, del capitale, delle presunte virtù autoregolative del mercato  (nemmeno Adam Smith e gli economisti classici erano arrivati a tanto!) e l’ossessione a disfarsi di quelli che vengono tuttora definiti come lacci e laccioli, cioè dei controlli pubblici, dei diritti sindacali, dei vincoli di solidarietà sociale, cui naturalmente è seguita anche la rivendicazione della libertà di licenziare senza se e senza ma. Per inciso i sindacati confederali e le sinistre tradizionali (fossero esse di  tradizione socialdemocratica o post-stalinista) si sono rapidamente adeguati a quello che veniva presentato non tanto come il migliore dei mondi possibili quanto come l’unico mondo possibile. In questo mondo “meraviglioso” salari e stabilità del lavoro sono diventate variabili dipendenti dalla necessità di aumentare i profitti.

È poi seguita la costante precarizzazione del lavoro (legge Treu e legge Biagi) ed infine è arrivata la crisi economica, cui il capitalismo nazionale e mondiale reagisce come ha sempre fatto, cioè comprimendo occupazione e salari e cercando, anche in questo modo, di ricostruire i margini di profitto. Dato che il sistema economico per sopravvivere deve cercare di aumentare comunque la profittabilità, facendo crescere i guadagni da capitale con progressione geometrica, deve ridurre i costi e trovare altre fonti di reddito. Per questi motivi i privati si impossessano dei beni comuni e vedono con irritazione qualsiasi investimento ecologico che non contribuisca a massimizzare i profitti, o qualsiasi limitazione dei loro privilegi in nome della salute e della vita non solo umana.

Come nel mito di Re Mida, il capitale trasforma in oro qualsiasi cosa tocchi. E alla fine, quando ormai tutto il mondo si è trasformato in un deserto dorato, scopre che non potrà più mangiare, né bere. In effetti il capitalismo, che sacrifica volentieri le nostre vite per incrementare i suoi profitti, si è sempre comportato nei confronti delle donne, degli uomini, del vivente non umano e dell’ambiente proprio come il mitico sovrano di Frigia.

La contraddizione tra lo sviluppo del capitalismo e le esigenze della biosfera e della stessa Terra diventa sempre più esplosiva e la crisi economica la rende ancora più drammatica. È la necessità di ricostruire i margini di profitto, e di farlo a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo, che determina anche la crisi democratica.

Le velleità di uscire dalla crisi, non pagandone alcun costo, spinge a rendere lo stato sempre più autoritario, ad erodere le forme stesse della democrazia rappresentativa borghese e a far scempio dei diritti umani e delle stesse tradizioni universalistiche del liberalismo europeo, come dimostrano le leggi razziste di Berlusconi e di Sarkozy. Quindi qualsiasi tipo di controllo diventa un fastidio, un lacciolo e, come ha recentemente dichiarato un Berlusconi sempre più simile a un Bonaparte formato mignon, governare rispettando la Costituzione “è un inferno”. Dovendo imporre un sistema antipopolare, per far pagare la crisi ai soliti noti, si fanno a pezzi i diritti sindacali e sociali, si governa il paese e si gestiscono le aziende con il ricatto e con il pugno di ferro; e si reprime l’opposizione sociale, si tratti degli operai di Pomigliano o dei terremotati d’Abruzzo o di chiunque scelga di alzare la testa e di costruire conflitto.

Naturalmente una strategia così ambiziosa ha portato con sé la necessità di un’offensiva ideologica profonda, pervasiva e condotta su larga scala. Man mano che la precarizzazione del lavoro e la crisi destabilizzano l’occupazione, le lavoratrici e i lavoratori sono condizionati a mettere il lavoro al primo posto: prima dei diritti, prima della dignità, prima della salute, prima della sicurezza, intesa come salvaguardia della propria esistenza fisica.

Questa ideologia ha anche un aspetto particolarmente feroce e ributtante: se non lavori, se non fai fatica, se non sei disponibile a sacrificare tutto sull’altare del lavoro, se sei malato, allora sei un fannullone, un emarginato, un disonesto, ma soprattutto sei in colpa! Diventa allora facile capire perché a volte si ha la sensazione di operare in un deserto sociale, di vivere in una strana dimensione virtuale nella quale gli incidenti sul lavoro, a casa, per strada come in mare e in cielo capitano sempre agli altri. Anzi: l’altro non esiste più: ci sono solo concorrenti e predatori che abitano un mondo hobbesiano nel quale vige la legge del più forte (e del più furbetto) e dove homo homini lupus est.

Queste brevi considerazioni non sono state pensate per indurre a gettare la spugna e ad abbassare la testa. Nonostante tutto il futuro può essere cambiato e le vie della storia sono sempre aperte al possibile. Che la partita non sia chiusa lo dimostrano le lotte sindacali e sociali, che è assolutamente necessario unificare, il persistere di una sorta di indignazione sotterranea, ma molto ampia, e naturalmente lo stesso straordinario successo della raccolta di firme per il referendum contro la privatizzazione dell’acqua.

Se sapremo utilizzare queste leve, potremo essere in grado di cominciare a invertire la tendenza e a far ripartire le lotte. Si tratterà certamente anche di trasformare l’anticapitalismo in un luogo comune sia attraverso l’azione pedagogica della formazione e dell’informazione, sia con la valorizzazione del significato delle esperienze e dei conflitti concreti.

Genova, 6 agosto 2010.

Bruno Demartinis, Attac Genova

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