Politica senza politica?

di Sergio Casanova

POLITICA SENZA POLITICA?

Far politica dovrebbe significare occuparsi dei problemi della società, cioè dei problemi delle persone che ne fanno parte. Si tratta, quindi, di qualcosa che oggi, apparentemente, non viene più praticato, se non da aggregati politici, sindacali ed associazionistici minoritari o, addirittura, nella realtà irreale creata dalla comunicazione massificata, inesistenti.

La scena “politica” è occupata da personaggi più o meno turpi, più o meno trasformisti, più o meno subalterni al potere supremo (incarnato dal Mercato e dal Profitto), che si scompongono o ricompongono, litigano o convergono tenendosi sempre rigorosamente lontani dai problemi reali che percorrono una società in crisi globale (economica, ecologica, sociale, culturale, istituzionale). Questa, tuttavia, è solo l’apparenza che ci viene proposta.

Le estenuanti pantomime che ci vengono inflitte quotidianamente sono solo apparentemente prive di contenuti. In realtà i contenuti ci sono eccome, ma non se ne discute perché tutti i teatranti sono sostanzialmente d’accordo su come si governa l’economia, la società, la natura, il territorio, la politica internazionale, ecc..

Non si spiegherebbe altrimenti il giubilo col quale il Presidente della Repubblica, l’”opposizione” e, ovviamente, il governo hanno UNITARIAMENTE accolto l’approvazione della Legge di Stabilità (finora nota come Finanziaria). EPPURE, essa ribadisce la pesantezza della Manovra estiva di Tremonti (che prevede micidiali tagli al welfare, il blocco dei salari per 4 anni per i lavoratori del P.I., l’aumento di un anno dell’età pensionabile, l’ulteriore aumento di disoccupati e precari determinato dal nuovo blocco del turn-over, la riduzione del personale sanitario, ecc.), affondando il bisturi con ulteriori attacchi alla spesa assistenziale e riducendo di 3/4 il finanziamento delle associazioni di volontariato, ma aumentando il finanziamento alle scuole private e rifinanziando le missioni di guerra (in totale 1 mld. di €!).

Nessuno ha obiettato che è vergognoso che il 10% delle famiglie italiane possieda il 44% delle ricchezze nette esistenti in Italia (del valore di 3.645 miliardi di €, pari a circa 2 volte e mezzo il  PIL annuo), mentre il 50% delle famiglie ne possiede il 10% (pari a 828 mld.). E che ciò è ininfluente, secondo il nostro sistema fiscale, per misurarne la capacità di contribuire alla spesa pubblica! Nessuno ha ricordato che i percettori di rendite finanziarie pagano il 12,5% di imposte (mentre nella UE l’aliquota media è del 20%) , cioè circa la metà dell’aliquota minima dell’IRE (23%).

Tanto meno ci si è ricordati che la Commissione europea ha intrapreso un’inchiesta contro l’Italia per aiuti di Stato alle aziende della Chiesa cattolica. La UE valuta che, ogni anno, questi aiuti (esenzione dall’ICI e riduzione del 50% dell’IRES) ci costino 2 mld.! Ma, si sa, l’Europa esiste solo quando serve a giustificare il massacro sociale.

Su tutto ciò (..e su molto altro!) è stata calata una pesante cortina di silenzi. Non solo da parte del centrosinistra, totalmente corresponsabile di tali nefandezze, ma anche, sostanzialmente, dai due partiti “maggiori” della cd. sinistra “radicale”. E’ chiaro che non è bello sputtanare i futuri alleati del PD!

Ma, si sa, il bene supremo è la STABILITA’! Una delle parole magiche usate (insieme agli eterni “circenses”!) per ammansire il “popolo bue” con la paura dell’ignoto! E la Stabilità richiede sacrifici (ovviamente degli sfruttati di sempre) e rigore (?). E non ci sono alternative possibili! Questo il copione che viene recitato, con gli adattamenti del caso, dalla classe dominante bipartisan da 20/30 anni ai dominati, sempre più percepiti come veri e propri sudditi.

L’aumento costante degli strumenti di manipolazione di massa non giova certo solo alla destra. Se ne avvale costantemente anche l’”opposizione”. Altrimenti come sarebbe possibile al centrosinistra (…e, per le questioni di sua competenza, alla CGIL) presentarsi come OPPOSIZIONE a Berlusconi? Essi hanno iniziato tutti i percorsi di abbattimento dei diritti e del reddito degli sfruttati: abolizione della scala mobile e politica “dei redditi”, “riforme” delle pensioni, manomissione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori con dosi crescenti di precarietà del lavoro. Privatizzazione di tutte le produzioni ed esternalizzazione dei servizi. Sostegno al nucleare, agli inceneritori, alla TAV. Appoggio incondizionato alle guerre (“umanitarie” e non!). Inerzia, o peggio, in tutte le materie inerenti la laicità dello Stato. Ecc.!

Il tutto, ovviamente, era INEVITABILE!

Pensiamo alla faccia degli studenti che stanno manifestando contro la Gelmini se si andasse a rivangare che la distruzione della scuola pubblica non nasce con lei e neppure con la Moratti, ma parte nei primi anni ’90 con l’introduzione dell’”autonomia finanziaria”(che ha aperto le porte della scuola pubblica alle imprese) e con la legge sulle “scuole paritarie” (che, nel 2000, ha dotato le scuole private delle stesse funzioni di quelle pubbliche). O se si ricordasse che fu il governo Prodi, nel 1997, il primo a stanziare finanziamenti statali per le scuole private (…non l’avevano fatto i democristiani in 40 di governi!) e che, il Prodi 2, con la Finanziaria 2008, stabilì un taglio alla scuola pubblica pari a 4 mld. ( incurante del fatto che essa fosse già sotto finanziata rispetto alla media OCSE per un valore equivalente a 15 mld. l’anno).

Ma anche questo sarebbe spiegato come INEVITABILE E SENZA ALTERNATIVA!

Ora la MINACCIA, da cui bisogna salvare il Paese, viene indicata nella speculazione finanziaria sui titoli del Debito pubblico e/o sull’Euro.

EPPURE in Italia ci sono 250 studiosi di economia (…evidentemente irresponsabili!) che NEL SILENZIO BIPARTISAN (…quello dei famosi ladri di Pisa!) sostengono la TESI CONTRARIA, continuando un percorso iniziato nel 2006, con un, inutile, appello al governo Prodi. Da notare anche che di questo nutrito gruppo di economisti non fa parte nessun pericoloso estremista (anzi, gli economisti “più di sinistra” non sono tra i firmatari). 

Dato che questo materiale mi sembra di interesse comune in questo momento, per chiarirsi le idee rispetto a TABU’ come il debito pubblico e la circolazione internazionale dei capitali finanziari, riporto sotto la LETTERA DEGLI ECONOMISTI.

ALLEGO UNA DOCUMENTAZIONE CUI HO DATO IL TITOLO AMBIZIOSO DI “PER UNA FORMAZIONE ANTILIBERISTA IN MATERIA DI DEBITO PUBBLICO”.

ESSA CONTIENE:

  • LETTERA DEGLI ECONOMISTI DEL 15/06/2010 (CON ADESIONI INIZIALI)
  • APPELLO DEGLI ECONOMISTI: NON ABBATTERE IL DEBITO, MA STABILIZZARLO E RILANCIARE IL PAESE ( 16/07/2006)
  • IL DEBITO NON SI ABBATTE DI E. BRANCACCIO. Sfida tra economisti. Quattro argomenti a favore dell’appello del 16 luglio e contro i luoghi comuni della politica “lacrime e sangue”
  • DATI E BREVI CONSIDERAZIONI SU8 DEBITO PUBBLICO (a mia cura)

PER UNA FORMAZIONE ANTILIBERISTA IN MATERIA DI DEBITO PUBBLICO

INDICE

  • LETTERA DEGLI ECONOMISTI DEL 15/06/2010 (CON ADESIONI INIZIALI),… p. 1
  • APPELLO DEGLI ECONOMISTI: NON ABBATTERE IL DEBITO, MA STABILIZZARLO E RILANCIARE IL PAESE ( 16/07/2006),………………………..p. 9
  • IL DEBITO NON SI ABBATTE DI E. BRANCACCIO. Sfida tra economisti. Quattro argomenti a favore dell’appello del 16 luglio e contro i luoghi comuni della politica “lacrime e sangue”…………………………………………………………………………………p. 11
  • DATI E BREVI CONSIDERAZIONI SUL DEBITO PUBBLICO (a mia cura)………..p. 15

       Sergio Casanova 

LETTERA DEGLI ECONOMISTI

LETTERA APERTA – 15/06/2010 

LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI, ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E DELL’OCCUPAZIONE

Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica

La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.

Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.

Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.

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La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e dell’indebitamento privato che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale.

Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita mondiale basato su un nuovo boom della finanza statunitense. Scaricando sui bilanci pubblici un enorme cumulo di debiti privati inesigibili si spera di dare nuovo impulso alla finanza e al connesso meccanismo di accumulazione. Noi riteniamo che su queste basi una credibile ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile, e in ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve valutarie.

Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda, senza una “spugna” in grado di assorbire la produzione.

L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita nella Unione monetaria europea. La manifesta fragilità della zona euro deriva da profondi squilibri strutturali interni, la cui causa principale risiede nell’impianto di politica economica liberista del Trattato di Maastricht, nella pretesa di affidare ai soli meccanismi di mercato i riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella politica economica restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli. La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti.

La piena mobilità dei capitali nell’area euro ha favorito enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti di credito e debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base della ipotesi di efficienza dei mercati, si è ritenuto che la crescita dei rapporti di indebitamento tra i paesi membri dovesse esser considerata il riflesso positivo di una maggiore integrazione finanziaria dell’area euro. Ma oggi è del tutto evidente che la presunta efficienza dei mercati finanziari non trova riscontro nei fatti e che gli squilibri accumulati risultano insostenibili.

Sono queste le ragioni di fondo per cui gli operatori sui mercati finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione della zona euro. Essi prevedono che per il prolungarsi della crisi le entrate fiscali degli Stati declineranno e i ricavi di moltissime imprese e banche si ridurranno ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Diversi paesi potrebbero quindi esser progressivamente sospinti al di fuori della zona euro, o potrebbero decidere di sganciarsi da essa per cercare di sottrarsi alla spirale deflazionista. Il rischio di insolvenza generalizzata e di riconversione in valuta nazionale dei debiti rappresenta pertanto la vera scommessa che muove l’azione degli speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su una serie di contraddizioni reali. Tuttavia, è altrettanto vero che le aspettative degli speculatori alimentano ulteriormente la sfiducia e tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste sui mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono rendere improvvisamente insolventi dei debitori che precedentemente risultavano in grado di rimborsare i prestiti. Gli operatori finanziari, che spesso agiscono in condizioni non concorrenziali e tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e del potere di mercato, riescono quindi non solo a prevedere il futuro ma contribuiscono a determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che vedere con i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica ortodossa e i presunti criteri di efficienza descritti dalle sue versioni elementari.

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In un simile scenario riteniamo sia vano sperare di contrastare la speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio dell’approvazione di politiche restrittive da parte dei paesi indebitati. I prestiti infatti si limitano a rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e privati. La stessa, pur significativa svolta di politica monetaria della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli pubblici sul mercato secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler “sterilizzare” tali operazioni attraverso manovre di segno contrario sulle valute o all’interno del sistema bancario.

Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle ricette liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi di analisi in voga in anni passati, ma che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del funzionamento del capitalismo contemporaneo.

E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si perseguono le politiche depressive non è semplicemente il frutto di fraintendimenti generati da modelli economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata messa ormai fortemente in discussione nell’ambito della stessa comunità accademica. La preferenza per la cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto l’espressione di interessi sociali consolidati. Vi è infatti chi vede nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore indebolimento del lavoro.

Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare questi interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori, ma si creano anche i presupposti per una incontrollata centralizzazione dei capitali, per una desertificazione produttiva del Mezzogiorno e di intere macroregioni europee, per processi migratori sempre più difficili da gestire, e in ultima istanza per una gigantesca deflazione da debiti, paragonabile a quella degli anni Trenta.

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Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare questo pericoloso avvitamento deflazionistico. E le annunciate, ulteriori strette di bilancio, associate alla insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro, non potranno che provocare altre cadute del reddito, dopo quella pesantissima già fatta registrare dall’Italia nel 2009. Si tenga ben presente che sono altamente discutibili i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che attraverso simili politiche si migliora la situazione economica e di bilancio e quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo. Piuttosto, per questa via si rischia di alimentare la crisi, le insolvenze e quindi la speculazione.

Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora emerso un chiaro programma di politica economica alternativa. Una maggior consapevolezza della gravità della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si sono levate voci da alcuni settori dell’opposizione che suggeriscono prese di posizione contraddittorie e persino deteriori, come è il caso delle proposte tese a introdurre ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, frequenti richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano controproducenti laddove, anzichè caratterizzarsi per misure tese effettivamente a contrastare gli sprechi e i privilegi di pochi, si traducono in ulteriori proposte di ridimensionamento dei diritti sociali e del lavoro.

Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che nel 1992 l’Italia fu sottoposta a un attacco speculativo simile a quelli attualmente in corso in Europa. All’epoca, i lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di “austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e della spesa previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione. Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma, i titoli denominati in valuta nazionale subirono nuovi attacchi. Alla fine l’Italia uscì comunque dal Sistema Monetario Europeo e la lira subì una pesante svalutazione. I lavoratori e gran parte della collettività pagarono così due volte: a causa della politica di “austerità” e a causa dell’aumento del costo delle merci importate.
Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione di abbattere il debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni passati è stato attuato nel nostro paese un massiccio programma di privatizzazioni. Ebbene, i peraltro modesti effetti sul debito pubblico di quel programma sono in larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le implicazioni in termini di posizionamento del Paese nella divisione internazionale del lavoro, di sviluppo economico e di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu autorevole letteratura scientifica altamente discutibili.

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Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste in essere debbano essere abbandonate, prima che sia troppo tardi.

Occorre prendere in considerazione l’eventualità che per lungo tempo non sussisterà una locomotiva in grado di assicurare una ripresa forte e stabile del commercio e dello sviluppo mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi e per scongiurare la fine del progetto di unificazione europea è allora necessaria una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè che l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.

Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi, è necessario in primo luogo dare respiro al processo democratico, è necessario cioè disporre di tempo. Ecco perchè in via preliminare proponiamo di introdurre immediatamente un argine alla speculazione. A questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che coordinate a livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno ponendo in essere appaiono ancora deboli e insufficienti. Fermare la speculazione è senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a “sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie a breve termine ed efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi fossero le condizioni per operare in concerto, sarà molto meglio intervenire subito in questa direzione a livello nazionale, con gli strumenti disponibili, piuttosto che muoversi in ritardo o non agire affatto.

L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna imporre un pavimento al tracollo del monte salari, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente irresponsabile.

In coordinamento con la politica monetaria, occorre sollecitare i Paesi in avanzo commerciale, in particolare la Germania, ad attuare opportune manovre di espansione della domanda al fine di avviare un processo di riequilibrio virtuoso e non deflazionistico dei conti con l’estero dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea. I principali Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme responsabilità, al riguardo. Il salvataggio o la distruzione della Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.

Bisogna istituire un sistema di fiscalità progressiva coordinato a livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la crisi. Occorre uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte agli evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione.

Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale dell’Unione e rendere possibile la emissione di titoli pubblici europei. Si deve puntare a coordinare la politica fiscale e la politica monetaria europea al fine di predisporre un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.

Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo risparmio e delle risorse previdenziali dei lavoratori al mercato finanziario. Si deve ripristinare il principio di separazione tra banche di credito ordinario, che prestano a breve, e società finanziarie che operano sul medio-lungo termine.

Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione della recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna contemplare un sistema di apertura condizionata dei mercati, dei capitali e delle merci. L’apertura può essere piena solo se si attuano politiche convergenti di miglioramento degli standard del lavoro e dei salari, e politiche di sviluppo coordinate.

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Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le nostre indicazioni e l’attuale, tremenda involuzione del quadro di politica economica europea.
Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica economica potrebbero rivelarsi presto insostenibili.

Se non vi saranno le condizioni politiche per l’attuazione di un piano di sviluppo fondato sugli obiettivi delineati, il rischio che si scateni una deflazione da debiti e una conseguente deflagrazione della zona euro sarà altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero cadere in una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali di ”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. A un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione. Se così davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della unità europea.

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Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più le condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La verità è che è in atto il più violento e decisivo attacco all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.

Per questo, occorre immediatamente aprire un ampio e franco dibattito sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori di politica economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta di politica economica europea.

Qualora le opportune pressioni che il Governo e i rappresentanti italiani delle istituzioni dovranno esercitare in Europa non sortissero effetti, la crisi della zona euro tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le autorità del nostro Paese potrebbero esser chiamate a compiere scelte di politica economica tali da restituire all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione.

Promotori dell’iniziativa sono Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio) e Antonella Stirati (Università Roma Tre).

Adesioni: Nicola Acocella (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniel Albarracín Sànchez (Universidad Autònoma de Madrid), Luigi Aldieri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Alberto Alonso González (Universidad Complutense de Madrid), Asunción Gómez Alonso (Profesora de Economia), Ignacio Álvarez (Universidad Complutense de Madrid), Mercedes Álvarez Coñi (Economista), Adalgiso Amendola (Università di Salerno), Jose Manuel Arizaga Alvarez (Economista), Roberto Artoni (Università Bocconi), Adam Asmundo (Università di Palermo), Alberto Asquer (Università di Cagliari), Ivàn H. Ayala (Universidad Complutense de Madrid), Juan Josè Azcona Olòndriz (Universidad Complutense Madrid), Aldo Barba (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Bartolini (Università di Siena), Francesco Baruffi (Democenter Sipe – Modena), Enrico Bellino (Università Cattolica di Milano), Sergio Beraldo (Università di Napoli ‘Federico II’), Luigi Bernardi (Università di Pavia), Paola Bertolini (Università di Modena e Reggio Emilia), Mario Biagioli (Università di Parma), Salvatore Biasco (Università di Roma ‘La Sapienza’), Samuele Bibi (Università Roma Tre), Adriano Birolo (Università di Padova), Ivan Blecic (Università di Sassari), Mariangela Bonasia (Università di Napoli ‘Parthenope’), Piervincenzo Bondonio (Università di Torino), Giovanni Bonifati (Università di Modena e Reggio Emilia), Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Luigi Bosco (Università di Siena), Paolo Bosi (Università di Modena e Reggio Emilia), Carlo Brambilla (Università dell’Insubria), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Massimiliano Bratti (Università di Milano), Sergio Bruno (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Burlando (Università di Torino), Pablo Bustelo (Universidad Complutense de Madrid), Antonio Cabrera Santamarìa (Universidad Complutense de Madrid), Katia Caldari (Università di Padova), Romano Calvo ((Università di Milano Bicocca), Rosaria Rita Canale (Università Parthenope di Napoli), Marco Canepari (Università ‘Joseph Fourier’ – Grenoble), Francesco Carlucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Enza Caruso (Università di Perugia), Lorenzo Caselli (Università di Genova), Maurizio Caserta (Università di Catania), Stefano Casini Benvenuti (IRPET Firenze), Mario Cassetti (Università di Brescia), Lucilla Castellucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Duccio Cavalieri (Università di Firenze), Mario Cedrini, (Università del Piemonte Orientale), Giuseppe Celi (Università di Foggia), Mario Centorrino (Università di Messina), Sergio Cesaratto (Università di Siena), Victoria Chick (University College London), Laura Chies (Università di Trieste), Guglielmo Chiodi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Massimo Cingolani (Banca europea per gli investimenti), Romeo Ciminello (Pontificia Università Gregoriana di Roma), Giorgio Colacchio (Università del Salento), Elena Colopardi (ANCE), Giuseppe Conti (Università di Pisa), Angiola Contini (Università Cattolica di Milano), Lilia Costabile (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Crespi (Universit Roma Tre), Antonio Cuerpo Carrera (Universidad Complutense de Madrid), Salvatore Curatolo (Università di Parma), Mirella Damiani (Università di Perugia), Carmela D’Apice (Università Roma Tre), Marcello De Cecco (Scuola Normale Superiore di Pisa), Pasquale De Muro (Università Roma Tre), Elina De Simone (Università Orientale di Napoli), Giancarlo De Vivo (Università di Napoli ‘Federico II’), Marcello Degni (Università di Pisa), Carlo Del Gaudio (Università di Napoli ‘Federico II’), Carlo Devillanova (Università Bocconi), Stefania Di Bono (Università di Pisa), Umberto Di Giorgi (Università Roma Tre), Davide Di Laurea (ISTAT), Amedeo Di Maio (Università Orientale di Napoli), Antonio Di Majo (Università Roma Tre), Marco Di Marco (ISTAT), Fernando Di Nicola (ISAE), Giuseppe Di Taranto (Università ‘LUISS Guido Carli’), Giuseppe Di Vita (Università di Catania), Leonardo Ditta (Università di Perugia), Maria Giuseppina Eboli (Università di Roma ‘La Sapienza’), Gerald Epstein (University of Massachusetts), Bruno Estrada Lopez (Director de Estudios), Giorgio Fabbri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Sebastiano Fadda (Università Roma Tre), Tommaso Fanfani (Università di Pisa), Riccardo Faucci (Università di Pisa), Giovanni Favero (Università ‘Ca’ Foscari’ Venezia), Eladio Febrero (Universidad de Castilla-La Mancha), Alberto Feduzi (Università Roma Tre), Pablo Fernàndez-Olano (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Figuera (Università di Catania), Alejandro Fiorito (Universidad Nacional de Lujan), Massimo Florio (Università di Milano), Giuseppe Fontana (Università del Sannio), Jorge Oscar Fonseca Castro (Universidad Complutense de Madrid), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Saverio Fratini (Università Roma Tre), Lia Fubini (Università di Torino), Stefania Gabriele (ISAE), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Ana Mª Garcia García (Maestra-Gijón-Asturias), Pierangelo Garegnani (Università Roma Tre), Adriano Giannola (Università di Napoli ‘Federico II’), Andrea Ginzburg (Università di Modena e Reggio Emilia), Enrico Giovannetti (Università di Modena e Reggio Emilia), Alessandro Girardi (ISAE), Claudio Gnesutta (Università di Roma ‘La Sapienza’), Jorge Uxò Gonzàlez (Universidad de Castilla La Mancha), Santiago Eduardo Gutierrez Benito (Economista), Alberto Grandi (Università di Parma), Stefano Grando (Università di Roma ‘La Sapienza’), Augusto Graziani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Mario Gregori (Università di Udine), Vanesa Guzmán (Escuela Universitaria de Turismo Iriarte), Andrea Imperia (Università di Roma ‘La Sapienza’), Francisco Javier Braña Pino (Universidad de Salamanca), Bruno Jossa (Università di Napoli ‘Federico II’), John King (La Trobe University), Heinz Kurz (University of Graz), Laureano Làzaro Araujo (Cuerpo Superior de Administradores Civiles del Estado, España), Frederic S. Lee (University of Missouri-Kansas City), Paolo Leon (Università Roma Tre), Sergio Levrero (Università Roma Tre), Paolo Liberati (Università Roma Tre), Antonio Lopes (Seconda Università di Napoli), Paloma López Núñez (Economista), Luigi Loris (IRES Emilia Romagna), Javier Loscos Fernàndez (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Fernando Luengo (Universidad Complutense de Madrid), Giorgio Lunghini (Università di Pavia), Vincenzo Maffeo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marc Mangenot (Fondazione COPERNIC – Francia), Ugo Marani (Università di Napoli ‘Federico II’), Fèlix Marcos (Universidad Complutense de Madrid), Maria Cristina Marcuzzo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Domenico Marino (Università Mediterranea di Reggio Calabria), Ferruccio Marzano (Università di Roma ‘La Sapienza’), Pietro Masina (Università di Napoli ‘L’Orientale’), Fabio Masini (Università Roma Tre), Nicolás Mateos La Orden (Universidad Complutense de Madrid), Giovanni Mazzetti (Università della Calabria), Marco Mazzoli (Università Cattolica del S. Cuore di Piacenza), Giuseppe Melis (Università degli Studi di Cagliari), Luca Michelini (Università LUM), Riccardo Milano (Banca Popolare Etica), Román Mínguez Salido (Universidad de Castilla-La Mancha), Salvatore Monni (Università Roma Tre), Mario Morroni (Università di Pisa), Rafael Muñoz de Bustillo Llorente (Universidad de Salamanca), Ignacio Muro Beneyas (Universidad Carlos III Madrid), Marco Musella (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Musotti (Università di Perugia), Oreste Napolitano (Università di Napoli ‘Parthenope’), Nunzia Nappo (Università di Napoli ‘Federico II’), Sebastiano Nerozzi (Università Cattolica di Milano), Alberto Niccoli (Università Politecnica delle Marche), Mario Nuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Guido Ortona (Università del Piemonte Orientale), Franco Osculati (Università di Pavia), Andrea Pacella (Università del Sannio), Ugo Pagano (Università di Siena), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Paolo Palazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniela Palma (ENEA), Stefano Palmieri (Responsabile Ufficio Europa CGIL), Antonella Palumbo (Università Roma Tre), Roberto Panizza (Università di Torino), Carmine Pappalardo (ISAE), Mariangela Paradisi (Università Politecnica delle Marche), Nicola Parmentola (Università di Napoli ‘Federico II’), Sergio Parrinello (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marco Passarella (Università di Bergamo), Rosario Patalano (Università di Napoli ‘Federico II’), Riccardo Paternò (Università di Napoli ‘Federico II’), Lorenzo Pellegrini (Erasmus University Rotterdam), Stefano Perri (Università di Macerata), Cosimo Perrotta (Università del Salento), Fabio Petri (Università di Siena), Paolo Piacentini (di Roma ‘La Sapienza’), Antonella Picchio (Università di Modena e Reggio Emilia), Marco Piccioni (Università di Napoli ‘Federico II’), Paolo Pini (Università di Ferrara), Federico Pirro (Università di Bari), Massimo Pivetti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Silvia Pochini (Università di Pisa), Pier Luigi Porta (Università di Milano Bicocca), Giuseppe Privitera (Università di Catania), Felice Roberto Pizzuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Paesani (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Elena Podrecca (Università di Trieste), Michele Raitano, (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Fabio Ravagnani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Piercarlo Ravazzi (Politecnico di Torino), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Angelo Reati (ISEG), Michele Rosco (Università di Salerno), Sergio Rossi (Università di Friburgo), Roberto Romano (CGIL Lombardia), Santos M. Ruesga (Universidad Autònoma de Madrid), Alberto Russo (Università Politecnica delle Marche), Vincenzo Russo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Andrea Salanti (Università di Bergamo), Francesco Scacciati (Università di Torino), Salvatore Scanu, (Universitàdi Cagliari), Giovanni Scarano (Università Roma Tre), Roberto Schiattarella (Università di Camerino), Ernesto Screpanti (Università di Siena), Mario Seccareccia (Università di Ottawa), Fabio Sforzi (Università di Parma), Primo Silvestri (TuttoRiminiEconomia – TRE), Annamaria Simonazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Riccardo Soliani (Università di Genova), Giovanni Solinas (Università di Modena e Reggio Emilia), Serena Sordi (Università di Siena), Justo Sotelo Navalpotro (Universidad CEU San Pablo), Bruno Sovilla Sogne (Universidad Complutense de Madrid), Luca Spinesi (Università di Macerata), Stefano Staffolani (Università Politecnica delle Marche), Alessandro Sterlacchini (Università Politecnica delle Marche), Antonella Stirati (Università Roma Tre), Francesco Strati (Università ‘Mediterranea’ di Reggio Calabria), Francesca Stroffolini (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Sylos Labini (ENEA), Piero Tani (Università di Firenze), Daniele Tavani (Colorado State University), Valeria Termini (Università Roma Tre), Andrea Terzi (Franklin College Switzerland e Università Cattolica), Angela Testi (Università di Genova), Mario Tiberi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Bruno Tinel (University of Paris 1 ‘Panthèon-Sorbonne’), Patrizio Tomassetti (Regione Abruzzo), Juan Torres Lòpez (Universidad de Sevilla), Guido Tortorella Esposito (Università del Sannio), Paolo Trabucchi (Università Roma Tre), Attilio Trezzini (Università Roma Tre), Pasquale Tridico (Università Roma Tre), Michele Trimarchi (Università di Catanzaro), Domenica Tropeano (Università di Macerata), Giovanni Trovato (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Lefteris Tsoulfidis (University of Macedonia), Gianni Vaggi (Università di Pavia), Bernard Vallageas (Universitè Paris-Sud), Vittorio Valli (Università di Torino), Michelangelo Vasta (Università di Siena), Sergio Vellante (Seconda Università di Napoli), Antonio Gutiérrez Vegara (Economista), Alessandro Vercelli (Università di Siena), Antonio Villanacci (Università di Firenze), Enrique Viaña Remis (Universidad de Castilla-La Mancha), Carmen Vita (Università del Sannio), Luca Zamparelli (Università ‘LUISS Guido Carli’), Adelino Zanini (Politecnica delle Marche), Gennaro Zezza (Università di Cassino), Andrea Zhok (Università di Milano).

Per ulteriori informazioni consulare il sito www.letteradeglieconomisti.it o scrivere a info@letteradeglieconomisti.it.

http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lettera-degli-economisti/

 

APPELLO DEGLI ECONOMISTI 16/07/06

Non abbattere il debito pubblico
ma stabilizzarlo e rilanciare il paese

L’esito delle elezioni politiche di aprile e l’insediamento del Governo Prodi hanno suscitato presso la maggioranza degli italiani una forte aspettativa di rilancio dell’economia e di ridefinizione degli indirizzi di politica economica a fini di equità e di coesione sociale.

A questo scopo si rendono indispensabili provvedimenti coraggiosi ed incisivi: un programma di legislatura che preveda ampi investimenti nel sistema delle infrastrutture materiali e immateriali, nell’istruzione, nella formazione e nella ricerca scientifica e tecnologica; un indirizzo di politica industriale che spinga il nostro tessuto produttivo verso un modello di sviluppo fondato sulle nuove tecnologie, e che risulti equilibrato sul piano ambientale e territoriale; una diversa disciplina del mercato del lavoro e delle relazioni industriali che ripristini le condizioni per la crescita dei salari reali, per il superamento di una logica produttiva fondata sulla precarietà del lavoro, per il rafforzamento degli ammortizzatori sociali e più in generale degli strumenti di welfare.

Si tratta di interventi necessari, inderogabili, per il cui perseguimento occorrono impegno e risorse.

La nostra preoccupazione è che il Governo si stia orientando verso una politica generale delle finanze pubbliche che precluderebbe ogni possibilità di fornire risposta alle reali esigenze del Paese. Dal Documento di programmazione economica e finanziaria sembra infatti emergere una pesante manovra di finanza pubblica volta a realizzare un rapido abbattimento del rapporto tra debito pubblico e Pil. Il perseguimento di un simile obiettivo richiederebbe l’accumulo di avanzi primari annuali estremamente ampi. Ciò implicherebbe tagli significativi alla spesa pubblica, incrementi del prelievo fiscale non reimpiegabili nell’economia e, presumibilmente, ulteriori dismissioni e privatizzazioni.

Se questo tipo di orientamento prevalesse gli effetti sul sistema economico e sociale potrebbero rivelarsi deleteri. Da un lato, si avrebbe una ulteriore compressione della domanda aggregata e quindi dei livelli di attività economica, con riflessi negativi sullo stesso bilancio pubblico. Dall’altro, si rinuncerebbe ad impiegare risorse reali e finanziarie in politiche strutturali utili al rilancio e allo sviluppo economico-sociale.

Ci preme mettere in luce che questa strada non è per nulla obbligata. Non sussistono, infatti, né vincoli istituzionali né imperativi tecnico-economici che impongano un abbattimento del debito.

In primo luogo, l’unificazione monetaria europea e la presenza di un mercato finanziario integrato hanno fortemente ridimensionato i differenziali tra i tassi d’interesse dei paesi membri, e non sussiste alcun motivo tecnicamente plausibile per attendersi incrementi significativi e duraturi di tali differenziali. Qualsiasi riferimento ad eventuali reazioni avverse da parte dei mercati andrebbe pertanto seriamente argomentato sul piano tecnico-scientifico, anziché essere semplicisticamente evocato.

In secondo luogo, l’analisi economica mostra che non esiste un’unica definizione plausibile di sostenibilità delle finanze pubbliche: per ogni data differenza tra i tassi d’interesse e i tassi di crescita del reddito, esistono molteplici combinazioni possibili del deficit e del debito, tutte sostenibili sul piano della stretta logica economica. Questo significa che i vincoli del deficit al 3% e del debito al 60% del Pil, sanciti dal Trattato dell’Unione, non godono in quanto tali di alcuna legittimazione scientifica. Nulla impedisce, pertanto, che essi vengano sottoposti ad una nuova e diversa valutazione in sede politica, nazionale ed europea. A questo riguardo, è opportuno ricordare che il Trattato dell’Unione non prevede sanzioni rispetto al vincolo del debito pubblico al 60%, e che le sanzioni previste per i paesi il cui deficit superasse il limite del 3% non sono finora mai state applicate, nonostante le significative e ripetute violazioni.

Non vi sono dunque ragioni valide per imporre al Paese un’azione di drastico abbattimento del debito; il nostro sistema economico attende piuttosto una ripresa responsabile, razionale, innovatrice, dell’intervento pubblico nell’economia. A questo scopo, noi proponiamo che il Governo fissi come obiettivo generale di legislatura non l’abbattimento ma la sola stabilizzazione del debito rispetto al Pil, determinando conseguentemente il valore del rapporto tra deficit e Pil. L’eventuale esigenza di ulteriori riduzioni del rapporto tra deficit e Pil – da verificare nelle sedi del Parlamento nazionale, della Commissione e del Consiglio europeo – andrebbe comunque esaminata tenendo conto della mancata applicazione di sanzioni nei confronti di quei paesi membri che negli anni passati presentavano “disavanzi eccessivi”. Inoltre, più in generale, qualsiasi intervento sul disavanzo andrebbe valutato alla luce della necessità di muoversi sempre ed esclusivamente in termini anti-ciclici rispetto all’andamento dell’economia e di sostenere più elevati sentieri di sviluppo del reddito e dell’occupazione.

Sono queste, riteniamo, le opzioni di finanza pubblica che nella presente situazione risultano compatibili con i fondamentali obiettivi di sviluppo economico del Paese e di rispetto dei più elementari principi di equità e di giustizia sociale.

Adesioni

Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Roberto Ciccone (Università di Roma Tre), Nicola Acocella (Università di Roma “La Sapienza”), Roberto Artoni (Università Bocconi di Milano), Enrico Bellino (Università Cattolica di Milano), Mario Biagioli (Università di Parma), Adriano Birolo (Università di Padova), Paolo Bosi (Università di Modena e Reggio Emilia), Dino Bruno (economista), Mario Cassetti (Università di Brescia), Saverio Catalano (economista), Luigi Cavallaro (editorialista), Valerio Cerretano (Libera Università di Bolzano), Sergio Cesaratto (Università di Siena), Laura Chies (Università di Trieste), Guglielmo Chiodi (Università di Roma “La Sapienza”), Francesca Corrado (Università di Modena e Reggio Emilia), Carmela D’Apice (Università di Roma Tre), Fabio D’Orlando (Università di Cassino), Pasquale De Muro (Università di Roma Tre), Giancarlo de Vivo (Università di Napoli “Federico II”), Davide Di Laurea (Istat), Amedeo Di Maio (Università di Napoli “L’Orientale”), Leonardo Ditta (Università di Roma “La Sapienza”), Maria Giuseppina Eboli (Università di Roma “La Sapienza”), Marianna Epicoco (Università di Milano), Sergio Ferrari (ENEA), Stefano Figuera (Università di Catania), Luciano Fiordoni (economista MPS), Massimo Florio (Università di Milano), Giuseppe Fontana (Università del Sannio), Guglielmo Forges Davanzati (Università di Lecce), Saverio M. Fratini (Università di Roma Tre), Andrea Fumagalli (Università di Pavia), Pierangelo Garegnani (Università di Roma Tre), Francesco Garibaldo (Istituto per il Lavoro), Giorgio Gattei (Università di Bologna), Augusto Graziani (Università di Roma “La Sapienza”), Bruno Jossa (Università di Napoli “Federico II”), Loris Landriani (Università di Napoli Parthenope), Antonio Lavorato (economista), Riccardo Leoncini (Università di Bologna), Sergio Levrero (Università di Roma Tre), Sabatino Massimo Longobardi (Université de Paris 1), Stefano Lucarelli (Università Politecnica delle Marche), Vincenzo Maffeo (Università di Roma “La Sapienza”), Sandro Magni (economista), Michela Massaro (Università del Sannio), Giovanni Mazzetti (Università della Calabria), Franca Meloni (Università di Napoli “Federico II”), Luca Michelini (Università LUM), Nerio Naldi (Università di Roma “La Sapienza”), Guido Ortona (Università del Piemonte Orientale), Giulio Palermo (Università di Brescia), Antonella Palumbo (Università di Roma Tre), Marco Passarella (Università di Firenze), Sergio Parrinello (Università di Roma “La Sapienza”), Rosario Patalano (Università di Napoli “Federico II”), Fabio Petri (Università di Siena), Antonella Picchio (Università di Modena e Reggio Emilia), Marco Piccioni (Università di Napoli “Federico II”), Francesco Pingue (Università di Napoli “Federico II”), Massimo Pivetti (Università di Roma “La Sapienza”), Felice Roberto Pizzuti (Università di Roma “La Sapienza”), Corrado Poli (Università di Bergamo), Giuseppe Privitera (Università di Catania), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Fabio Ravagnani (Università di Roma “La Sapienza”), Angelo Reati (economista), Roberto Romano (Ufficio Studi Cgil), Giorgio Roverato (Università di Padova), Eleonora Sanfilippo (Università di Roma “La Sapienza”), Alessandro Santoro (Università di Milano Bicocca), Francesco Scacciati (Università di Torino), Ernesto Screpanti (Università di Siena), Riccardo Soliani (Università di Genova), Arsenio Stabile (Università di Siena), Antonella Stirati (Università di Roma Tre), Francesca Stroffolini (Università di Napoli “Federico II”), Cristina Tajani (Università di Milano), Mario Tiberi (Università di Roma “La Sapienza”), Guido Tortorella Esposito (Università del Sannio), Attilio Trezzini (Università di Roma Tre), Pasquale Tridico (Università di Roma Tre), Enzo Valentini (Università Politecnica delle Marche), Carlo Vercellone (Université de Paris 1), Giovanna Vertova (Università di Bergamo), Carmen Vita (Università del Sannio), Adelino Zanini (Università Politecnica delle Marche).

 

Il manifesto, venerdì 25 agosto 2006

IL DEBITO NON SI ABBATTE

Sfida tra economisti. Quattro argomenti a favore dell’appello del 16 luglio e contro i luoghi comuni della politica “lacrime e sangue”

L’appello per la stabilizzazione del debito pubblico – promosso

da Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo (Università del Sannio)

in collaborazione con Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca) e

Roberto Ciccone (Università di Roma Tre) –  è stato finora sottoscritto

da oltre 70 economisti.  Pubblicato sul manifesto del 16 luglio sotto il titolo

“L’altra ricetta possibile sul debito pubblico”, l’appello è riportato anche sul sito www.appellodeglieconomisti.com. Per ulteriori informazioni si può scrivere al

seguente indirizzo di posta elettronica: vita@unisannio.it.

 

 

di Emiliano Brancaccio

Il professor Monti dovrà ricredersi. Sulla politica macroeconomica il mondo accademico, tutt’altro che unanime, appare diviso e in fermento come non si vedeva da tempo. E’ infatti una vera e propria sfida quella che i firmatari dell’appello per la stabilizzazione del rapporto tra debito pubblico e Pil (manifesto, 16 luglio) hanno di fatto lanciato alla restante comunità degli economisti, e in particolare ai sostenitori dei piani di abbattimento del medesimo rapporto. A favore della stabilizzazione del debito – originariamente avanzata da Luigi Pasinetti e riaffermata in sede politica da Riccardo Realfonzo e dal sottoscritto – troviamo nomi del calibro di Garegnani, Graziani, Leon, gli economisti del convegno Rive Gauche e molti altri. Sul versante dell’abbattimento del debito troviamo invece diversi esponenti della Bocconi, della voce.info, del sito prodiano Governare per, supportati da numerosi editorialisti economici delle maggiori testate italiane e dagli interpreti più estremi di un altro appello, pubblicato sul Sole 24 Ore nel giugno dello scorso anno, che ambiguamente esortava il paese ad un più incisivo “rigore” finanziario.

La questione, si badi bene, è cruciale. Tra i due obiettivi sussiste infatti uno scarto di bilancio annuale nell’ordine delle decine di miliardi, che nel caso della stabilizzazione del debito potrebbero esser destinati al welfare, all’istruzione, all’ambiente, alla politica industriale e territoriale, e che invece sotto l’ipotesi di abbattimento dovranno esser sottratti a queste voci di spesa a colpi di tagli e ulteriori dismissioni al fine di accrescere il ritmo dei rimborsi ai possessori di titoli pubblici. L’estrema rilevanza della questione fa tuttavia il paio con la sua oggettiva difficoltà tecnica. In ambito politico sta montando su di essa un interesse crescente, ma il dibattito sembra ancora fortemente condizionato da false credenze. Su queste stesse pagine alcuni pur stimati ambientalisti si sono gettati nella discussione commettendo – come vedremo – i tipici errori della vulgata, mentre altri – forse sviati da improvvidi suggeritori – vi hanno accennato rinviando in modo alquanto superficiale alla disputa filosofica tra idealismo e materialismo. Per cercare allora di rimettere il dibattito sui propri binari è opportuno chiarire i termini e i naturali destinatari di questa utile sfida a colpi di logica. In quel che segue riporteremo alcuni tipici luoghi comuni a favore dell’abbattimento del debito pubblico. Ad ognuno di essi contrapporremo i nostri argomenti, che costituiranno un ulteriore supporto all’appello per la stabilizzazione del debito. Gli economisti contrari all’appello avranno così modo di esplicitare le ragioni del loro dissenso ribattendo punto per punto alle considerazioni qui riportate.

<<L’abbattimento del debito pubblico conviene, a noi e ai nostri figli>>. Si tratta di un’idea alquanto diffusa, che tuttavia ribalta completamente la realtà dei fatti. Confrontiamo in tal senso l’ipotesi di stabilizzazione del debito pubblico con il profilo di abbattimento sancito dal recente Dpef del governo. Dall’analisi comparata emerge che, rispetto alla mera stabilizzazione, l’abbattimento del debito richiederebbe strette di bilancio aggiuntive che vanno da 6 miliardi per il 2007 a 54 miliardi per il 2011. Uno scarto già di per sé ingente, che risulta ancor più cospicuo se alla dubbia previsione del Dpef sul differenziale tra costo del debito e crescita nominale sostituiamo quelle dei principali istituti di ricerca. Ad esempio, adoperando le stime del Fondo monetario internazionale il divario tra le due politiche aumenta a 20 miliardi per il 2007 e ad oltre 70 per il 2011. Una tale differenza scaturisce in buona parte dal fatto che il Dpef si basa su una previsione d’inflazione particolarmente bassa. Il che significa che una modesta inflazione attesa non solo può risultare funzionale ad un forte contenimento della dinamica salariale in sede di contrattazione, ma contribuisce pure ad un parziale nascondimento delle effettive restrizioni di bilancio. Ad ogni modo, un così elevato costo sociale dell’abbattimento del debito viene talvolta giustificato affermando che esso è tipico della sola fase di transizione: l’idea è che, una volta raggiunto il valore obiettivo del debito al 60% del Pil, si potranno finalmente trarre i frutti del cosiddetto “risanamento”. Si trascura però di aggiungere che, dopo tanti sacrifici, alla fine il raccolto potrebbe rivelarsi modestissimo. Infatti, il differenziale tra l’avanzo primario necessario a stabilizzare il debito ai valori correnti e quello che permetterebbe di stabilizzarlo al 60% è inferiore al punto percentuale di Pil. Questo significa che, dopo aver subito per circa un ventennio le enormi strette necessarie ad abbattere il debito, si otterrebbero guadagni annui appena superiori a 10 miliardi. Anche attualizzando queste cifre a tassi generosamente bassi, anche trascurando le pesanti ricadute strutturali che è ragionevole attendersi da una tale estensione temporale delle restrizioni, appare evidente che l’emergere di un vantaggio netto dalla politica di abbattimento si perderebbe in un futuro così remoto da risultare pressoché irrilevante: stando ai calcoli non basterebbero infatti tre quarti di secolo per far sì che la somma delle differenze attualizzate tra gli avanzi primari derivanti dalla stabilizzazione e quelli derivanti dall’abbattimento del debito diventi positiva. Ed è bene specificare che tali conclusioni potranno al limite essere rafforzate ma mai controvertite da eventuali, ulteriori incrementi dei tassi di mercato. Il minore aggravio in termini di avanzo primario derivante dalla stabilizzazione del debito al 60% anziché ai livelli correnti verrebbe infatti ampiamente compensato dai maggiori oneri che ci si dovrebbe accollare durante il percorso di riduzione del debito. Pertanto, se anche la Banca centrale europea decidesse irresponsabilmente di accentuare il già consistente scarto tra interessi e crescita, la politica di abbattimento resterebbe comunque la più costosa, probabilmente ancor più di prima. Ma allora, stando a queste evidenze, perché mai si dovrebbe preferire l’abbattimento alla stabilizzazione del debito pubblico?

<<L’abbattimento rappresenta una via obbligata. I mercati ci costringono a percorrerla>>. Per verificare se questa opinione così in voga sia anche plausibile, va subito chiarito che il problema non verte affatto sull’eventualità di modesti incrementi, rispetto agli attuali minimi storici, del differenziale tra i tassi nazionali e quelli medi europei. Se pure si volesse paventare l’esistenza di precise relazioni causali tra debito e interessi, abbiamo già precisato che ordinarie variazioni degli oneri finanziari non rappresentano assolutamente una ragione di per sé valida per preferire l’abbattimento alla stabilizzazione del debito. Il vero problema è allora quello di verificare se la scelta di stabilizzare il rapporto tra debito e Pil possa suscitare dubbi sulla futura “sostenibilità” delle finanze pubbliche italiane. In una tale circostanza infatti si aprirebbe la via ad una vendita in massa di titoli pubblici nazionali e a una crisi di fiducia nei confronti dell’Italia e più in generale dell’unificazione monetaria europea. Si tratta, come sappiamo, di una eventualità evocata di frequente, soprattutto in ambito politico. A questo riguardo Padoa-Schioppa ha addirittura dichiarato che i mercati già “sentono l’odore del sangue”. Al di là tuttavia delle infelici espressioni granguignolesche del ministro, ci pare che su questa tematica si sia voluto alimentare un formidabile equivoco. Esaminando la letteratura, infatti, si scopre che nessun concetto formalmente ammissibile di sostenibilità delle finanze pubbliche consente di privilegiare l’abbattimento del debito alla sua mera stabilizzazione. Sul piano strettamente logico le combinazioni del deficit e del debito che possono esser definite sostenibili risultano infinite. Chiaramente non sono mancati i tentativi di legittimazione scientifica delle sole combinazioni situate al di sotto dei limiti del 3% e del 60% sanciti a Maastricht. Questi esperimenti tuttavia si sono sempre basati su ingiustificate ipotesi ad hoc sui divari tra risparmi e investimenti, o addirittura su improbabili esplicitazioni utilitaristiche delle funzioni obiettivo degli agenti economici. Vale a dire su artifici che gli economisti più avveduti – almeno da questa parte dell’Atlantico – giudicano a dir poco risibili. L’opinione corrente secondo cui bisognerebbe abbattere il debito per renderlo sostenibile appare dunque tanto diffusa quanto analiticamente infondata. Questo significa pure che la crisi di fiducia verso l’Italia e verso l’unificazione monetaria sia da ritenersi inverosimile? Niente affatto. Abbiamo più volte segnalato, anche su queste pagine, che il futuro dell’Unione risulta effettivamente minacciato da fenomeni di instabilità interna. Questa tuttavia riguarda gli squilibri dei conti esteri tra paesi membri, non dei conti pubblici. Anzi, è bene ricordare che la stabilizzazione del debito lascerebbe qualche margine aggiuntivo di intervento sui disavanzi commerciali, mentre l’abbattimento ne affiderebbe la risoluzione al solo meccanismo della deflazione da salari e da domanda. Una via, quest’ultima, che potrebbe incontrare legittime resistenze sociali e potrebbe quindi effettivamente preludere a una crisi generale.

Non sussistono ragioni plausibili, insomma, per ritenere che i mercati premieranno l’abbattimento e puniranno la stabilizzazione del debito. A meno ovviamente di una possibilità: ammettere che i players del mercato finanziario siano in grado non tanto di prevedere quanto piuttosto di fare il mercato, e con esso quindi anche la politica. Questa ipotesi, che in letteratura ha iniziato a farsi strada attraverso i modelli di oligopolio finanziario, ha due fondamentali implicazioni: da un lato essa in effetti segnalerebbe un vincolo ulteriore alla sovranità statuale in materia di politica economica, ma dall’altro il fatto stesso di ammetterla potrebbe far nuovamente esplodere il dibattito sulle scelte dell’ultimo trentennio in materia di liberalizzazione finanziaria. Un argomento di discussione tanto scomodo quanto avvincente, dunque, sul quale sarebbero senz’altro benvenuti una presa d’atto e un approfondimento da parte degli economisti avversi alla proposta di stabilizzazione.

<<E’ l’Europa che ci impone di abbattere il debito>>. Al di là dell’ultima circostanza menzionata, rimane allora soltanto il vincolo politico-istituzionale europeo a giustificare la scelta di abbattere anziché stabilizzare il debito. Per i firmatari dell’appello del 16 luglio, la sola possibilità di situare a questo livello l’altimetro della discussione costituirebbe di per sé un successo. Ci troveremmo infatti nell’ambito della politica tout-court, senza appigli né mistificazioni teoriche. Non tanto gli economisti, quanto piuttosto i politici, dovrebbero a quel punto convincerci del fatto che su questo versante spazi di manovra non ve ne sono. Un’opera di persuasione che si annuncia ostica, per vari motivi. In primo luogo perché il Trattato dell’Unione prevede sanzioni in caso di superamento del limite del deficit annuo al 3% del Pil, mentre nulla è direttamente stabilito riguardo alla violazione del vincolo del debito al 60%. Questa lacuna è un fatto politico rilevantissimo che nessuna risoluzione interpretativa del protocollo aggiuntivo può sminuire. Il che potrebbe bastarci, considerato che la proposta di stabilizzazione del debito non implica necessariamente violazioni del limite del deficit al 3%. Ma è forse opportuno aggiungere ancora qualcosa. Va infatti ricordato che, grazie anche al decisivo placet dell’Italia, negli ultimi anni è sempre mancato il sanzionamento delle ripetute e significative violazioni del limite del 3% da parte di altri paesi membri. E’ questo, come sappiamo, uno dei numerosi sintomi dell’attuale stallo politico-istituzionale europeo. Uno stallo che viene giudicato negativamente dai più, ma nel quale sarebbe molto miope non intravedere anche un’importante occasione politica. Nell’attuale situazione l’Italia potrebbe infatti giocare un ruolo attivo in difesa degli interessi propri, delle “periferie” europee e del lavoro, attraverso una richiesta formale di riapertura della discussione sui capitoli macroeconomici del Trattato. Non dimentichiamo che gli studi in questa direzione ormai abbondano: dalle pubblicazioni del Cambridge Journal of Economics alle ricerche del cosiddetto Euromemorandum group. A meno di considerare ottimale il vigente assetto deflazionistico dell’Unione –  instabile, sperequativo e sempre più a corto di consensi – perché mai dovremmo lasciar passare una fase così propizia, rinunciando a suggerire una nuova, credibile via di rilancio del progetto europeo?

<<Più mercato, meno Stato>>. Una possibile risposta è che forse c’è un pregiudizio a monte che spiegherebbe l’adesione di molti ai piani di abbattimento del debito pubblico e più in generale all’attuale, pernicioso assetto dell’Unione europea. E’ il pregiudizio di chi vorrebbe sempre e in ogni caso ridurre il peso del bilancio statale nell’economia, e che non esita ad evocare le più improbabili correlazioni al fine di giustificare il proprio orientamento politico. Si pensi ai frequenti quanto fumosi richiami alla possibilità che l’abbattimento del debito ci costringerà ad esser più virtuosi nel campo della lotta all’evasione, o addirittura che assicurerà una più vigorosa crescita del reddito e del benessere sociale. In tutta franchezza non riteniamo che di fronte a simili argomentazioni sia necessario scomodare la vasta letteratura sui nessi tra debito da un lato e base imponibile e reddito dall’altro, né quella sui reali effetti in termini di welfare delle strette fiscali e delle privatizzazioni. Preferiamo lasciare ai temerari sostenitori di simili relazioni causali il gravoso onere della prova. Del resto, è noto che la gran parte dell’accademia italiana ha dimostrato di saper mantenere, in questi anni difficili, un grande distacco critico nei confronti delle tendenze politiche prevalenti e dei rozzi argomenti con cui esse venivano il più delle volte sostenute. E’ dunque ragionevole attendersi che la netta maggioranza degli economisti contrari all’appello per la stabilizzazione del debito accetti di confrontarsi con i suoi promotori con l’animo di chi intende davvero approfondire la questione, evitando di ricorrere alle inflazionate espressioni apodittiche della vulgata liberista. La sfida è lanciata. Siamo certi che verrà ben presto cavallerescamente raccolta.

DATI E BREVI CONSIDERAZIONI SUL DEBITO PUBBLICO

DEBITO PUBBLICO IN RAPPORTO AL PIL (2009)

GIAPPONE….. 192%

ITALIA ……… 115%

USA…………… 87%

FRANCIA……….79%

GERMANIA……77%

REGNO UNITO..68%

IL DP MONDIALE E’ TRIPLICATO NEGLI ULTIMI 20 ANNI (di politiche mondiali neoliberiste!!!): è pari a 35.000 mld. di $ su 58.000 mld. del PIL mondiale.

DEBITO PUBBLICO RAPPORTATO A COSA?

 

1)      VIENE CALCOLATO IN RAPPORTO AL PIL: il DP rappresenta la consistenza delle passività accumulate gradualmente in più anni finanziari con il PIL, che è il valore dei beni e servizi prodotti in un solo anno.

2)      Sarebbe più corretto confrontare il DP con un dato ad esso omogeneo come LA RICCHEZZA FINANZIARIA NAZIONALE  (insieme di moneta, depositi, titoli accumulati nel tempo da tutti gli operatori economici del paese). Ricchezza finanziaria Italia 2009 pari a 3.595 miliardi, PIL pari a circa 1.500.  DP attorno ai 1.800 mld.. In questo caso il DP risulterebbe pari al 50%,anziché al 115%, una cifra più coerente, dal punto di vista economico, ma anche meno…preoccupante, come spauracchio!

3)      Se si prendessero alla lettera gli esempi di “comune buon senso” usati per far percepire ai sudditi, quanto i sovrani governino nel loro (esclusivo!) interesse, bisognerebbe fare riferimento ai PATRIMONI TOTALI. Infatti, spesso, si confronta l’economia nazionale a quella di una famiglia, argomentando che è palese che non ci si può indebitare indefinitamente, che non si può fare il passo più lungo della gamba e, quindi, che i debiti devono essere rapportati alla ricchezza della famiglia. Nel 2008 la ricchezza netta delle famiglie italiane, cioè la somma di attività reali (abitazioni, terreni) e attività finanziarie (depositi, titoli, azioni), al netto delle passività finanziarie (mutui, prestiti personali), risultava pari a circa 8.284 miliardi di euro. In questo caso il DP italiano sarebbe pari al 22%… Una vera miseria!!!

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