Servizi pubblici locali: un nuovo orizzonte per i movimenti territoriali

di Marco Bersani

Mentre si è diffusamente parlato degli effetti dell’approvazione, lo scorso novembre, dell’art.15, sulla gestione dell’acqua, attraverso le forte proteste promosse in tutto il Paese dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, quasi nulla si è detto sulle gravissime conseguenze che il medesimo provvedimento provocherà sulla gestione dei rifiuti.
Un settore già da sempre impostato sullo smaltimento attraverso impianti di incenerimento –grazie al CIP 6, ovvero al finanziamento pagato in tariffa da tutti i cittadini per favorire le energie rinnovabili e “assimilabili”- e da sempre controllato da potenti interessi mafiosi, con l’approvazione dell’art. 17 verrà definitivamente consegnato ai privati.
Alcuni numeri per capire : ad oggi, le SpA a totale controllo pubblico gestiscono il 59,2% dei rifiuti e servono il 46% della popolazione, un altro 19,1% dei rifiuti -10,1% della popolazione è gestito direttamente dai Comuni. Solo un terzo della popolazione è di conseguenza servito da imprese private.
Si tratta di un business che vale 7,6 miliardi di euro all’anno, pari allo 0,47% del PIL.
E le grandi lobbies sono tutte ai blocchi di partenza : dalle multiutility italiane (Hera, Enia, A2A, Ama etc.) alle aziende straniere : le francesi Veolia e Cnim, la belga Electrabel, la spagnola Urbaser, la tedesca Remondis (quella che ha smaltito la spazzatura di Napoli nella scorsa emergenza).
Si consegna la gestione dei rifiuti al privato per aumentare l’efficienza? Non si direbbe, guardando la realtà. Le molte gestioni pubbliche del centro-nord hanno dimostrato ottime capacità di gestione, a differenza del meridione, dove la gestione affidata alle gare e al mercato ha prodotto emergenze, commissariamenti straordinari, spese fuori controllo e la totale infiltrazione dei poteri criminali.
Ma “business is business” e i servizi pubblici locali vanno consegnati agli appetiti finanziari, che da sempre chiedono profitti sicuri e garantiti dallo Stato.
Basti tenere conto del fatto che, nonostante i consumi siano in diminuzione per effetto della crisi economica, i costi di gestione negli ultimi anni sono saliti alle stelle, come documenta il Green BooK, rapporto annuale di Federambiente.
E la strategia “rifiuti zero”, ovvero la raccolta differenziata, il riuso, il recupero e il riciclaggio sono costantemente boicottati : pur producendo rifiuti nella media europea (troppi comunque!), la quota parte che in Italia viene trattata in impianti di selezione e compostaggio è inferiore del 30% alla media europea, e mentre in Europa finiscono in discarica e all’incenerimento il 35% dei rifiuti prodotto, nel nostro Paese questa cifra supera il 50%.
Che effetto farà su questi allarmanti dati la privatizzazione delle gestioni dei rifiuti? Non potrà che innalzare gli indici sopra descritti, aumentare la produzione di rifiuti e le conseguenti tariffe.
E, diminuendo il già scarso controllo pubblico, aprirà le forte ad una ancora più consistente penetrazione mafiosa.
Forse sarebbe il caso che i moltissimi movimenti territoriali che da sempre lottano contro gli inceneritori e che hanno fatto della lotta alle nocività il giusto asse della loro mobilitazione provassero ad assumere anche la questione del “pubblico/privato” come ulteriore asse della loro battaglia. In questo, trovando forti sinergie con i movimenti per la ripubblicizzazione dell’acqua.

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