Pomigliano e la fine della sinistra

Pomigliano e la fine della sinistra

Marino Badiale, Massimo Bontempelli 

La vicenda di Pomigliano dell’estate 2010 mostra a che punto sia arrivato l’ormai pluridecennale processo di attacco alle conquiste che i lavoratori, e in generale i ceti subalterni, avevano ottenuto, a prezzo di lotte durissime, nella fase precedente. I contenuti della proposta FIAT, accettati con un referendum dalla maggioranza dei lavoratori ricattati e isolati, sono stati esposti dalla stampa di quei giorni, e non li riassumiamo qui. Basti dire che rappresentano sia un attacco alla qualità della vita (maggiori turni, minori pause), sia a diritti costituzionali come il diritto alla salute (con la “punizione” economica di chi resta a casa in malattia) o il diritto di sciopero.

E’ chiarissimo come tutto questo rappresenti un caso paradigmatico di attacco ad alcuni valori storici della sinistra come la difesa dei lavoratori e dei ceti subalterni, o l’estensione di diritti sociali universali. Inoltre, tale attacco avviene in un contesto di crisi economica e in riferimento proprio ai lavoratori della FIAT, cioè ad una realtà operaia che ha sempre costituito in Italia uno degli indici dai quali comprendere le tendenze nei rapporti di forza fra le classi: tutti questi elementi portano facilmente ad argomentare che la vicenda di Pomigliano, oltre a rappresentare un arretramento dei diritti per i cinquemila lavoratori coinvolti, sia solo l’inizio di una fase di ulteriori attacchi ai diritti e ai redditi degli operai e, in generale, dei ceti subalterni. Se questo è chiaro, appaiono stupefacenti l’imbarazzo e la sostanziale incapacità di reazione con i quali la sinistra italiana ha guardato a questa vicenda. E’ nostra convinzione che questo tipo di reazione (o questa assenza di reazioni) non debba stupire, e non dipenda neppure principalmente dai limiti culturali e morali (certo presenti) dei ceti dirigenti della sinistra. Questa assenza di reazione, in questo come … in tanti altri casi, è un indizio di un fenomeno profondo, che è alla base anche dello stesso manifestarsi dei limiti morali e intellettuali della sinistra: si tratta, a nostro avviso, dell’esaurimento storico della stessa nozione di sinistra.

Quando si introduce il tema dell’attualità o dell’esaurimento della nozione di sinistra (e di destra), occorre naturalmente definire cosa si intende per sinistra (e per destra). A questo riguardo la mossa più comune è quella di cercare un insieme di valori, di riferimenti ideali, di principi morali, che possano fungere da criteri di distinzione: le proposte possono allora essere molte, per esempio di caratterizzare la sinistra con l’ideale dell’uguaglianza[1] e la destra con quello della gerarchia, o la sinistra con l’ideale della democrazia radicale e la destra con quello dell’autorità politica. E’ probabile che una buona sintesi di queste proposte consista nel caratterizzare la sinistra con l’ideale dell’emancipazione dei ceti subalterni, o più in generale dei gruppi sociali oppressi e discriminati, e la destra con l’ideale di una società autoritaria in cui viene mantenuta una struttura gerarchica “naturale” e “giusta”.

Questo approccio ci sembra però troppo generico. Limitiamoci a spiegarlo in riferimento alla sinistra. In primo luogo, quando la sinistra è definita nel modo sopra indicato, viene a perdere le sue determinazioni storiche. E’ noto che si parla di sinistra e di destra a partire dalla Rivoluzione Francese: la coppia concettuale sinistra/destra nasce cioè con la modernità. Ma se si parla dei riferimenti ideali citati in precedenza, appare chiaro che essi si possono ritrovare nei più diversi periodi storici e nei più diversi contesti. Definire la sinistra nel modo detto equivale allora a creare una Sinistra Eterna, staccata dalle dinamiche storiche e politiche. In secondo luogo, e questa è la considerazione più importante, la definizione di un luogo politico nei termini dei suoi fini ideali non tiene conto del fatto che in politica i mezzi sono più stabili e concreti dei fini. Il comunismo novecentesco, per fare un esempio, lo si comprende realmente se si mette al centro della riflessione non il generico e maldefinito fine che si prefiggeva (il comunismo), ma piuttosto il mezzo che esso si diede, cioè il partito leninista.

Per capire cosa la sinistra è stata fino ad una trentina di anni fa occorre allora prendere in considerazione un’altra nozione tradizionalmente associata alla sinistra stessa, quella di progresso. Ma cosa vuol dire progresso? Il progresso è sempre progresso di qualcosa. Se definissimo l’identità ideale trascorsa della sinistra come “emancipazione e progresso”,  il progresso sarebbe progresso dell’emancipazione, cioè passaggio da una situazione di minore emancipazione ad una di maggiore emancipazione. Queste banali osservazioni ci suggeriscono che il progresso non è un “fine ideale” come l’emancipazione o l’eguaglianza, non ha cioè valore autonomo, non è un fine perseguito come tale. Esso è piuttosto una prospettiva storica di realizzazione di fini ideali. E’ in sostanza il mezzo (in un senso molto ampio della parola “mezzo”) attraverso cui la sinistra ha pensato di realizzare i propri fini.

L’adesione al progresso può però essere intesa in molti modi diversi, ad esempio come la fede che il movimento storico porterà sicuramente alla vittoria di certi ideali, o la convinzione (legata alla precedente) che ogni novità storica in quanto tale sia positiva. Ci sembra di poter affermare che la sinistra si è definita scegliendo una accezione particolare di questa nozione non ben definita: la sinistra si è affermata ed ha avuto grande rilevanza nei due secoli della sua storia declinando la nozione di “progresso” come sviluppo economico e tecnologico. Possiamo allora stringere e affermare che la sinistra è la parte politica e culturale che negli ultimi due secoli ha pensato la realizzazione degli ideali di emancipazione dei ceti subalterni attraverso la prospettiva storica dello sviluppo economico e tecnologico.

Se questa definizione è corretta, ne discendono conseguenze interessanti: possiamo per esempio leggere la storia della sinistra, fino agli anni ’70 del Novecento, come la storia di una realtà che in effetti è riuscita, sia pure solo in parte, sia pure in mezzo a mille contraddizioni, ad ottenere effettivi progressi attraverso lo sviluppo economico. E la fase “keynesiano-fordista” del capitalismo nei paesi occidentali, quella dell’impressionante sviluppo del secondo dopoguerra, appare come l’apogeo della sinistra, perché in essa quella relazione costitutiva fra emancipazione e sviluppo che è l’essenza della sinistra diventa norma sociale, tanto che anche le forze politiche di destra devono in qualche modo accettarla, per accedere al governo. Tutto questo termina appunto con gli anni Settanta del Novecento, con la crisi della fase “keynesiano-fordista” del capitalismo e il passaggio al capitalismo contemporaneo che è usuale, anche se un po’ impreciso, chiamare “neoliberista” e “globalizzato”. E’ in questo passaggio che si radica la crisi dissolutiva della sinistra.

Il passaggio dal capitalismo “fordista” a quello attuale è infatti un passaggio attraverso il quale la società va in direzione esattamente opposta a quella dei tradizionali ideali emancipativi della sinistra: il lavoro perde diritti, aumentano le disuguaglianze sociali, gli elementi di democrazia sostanziale mediati dal sistema del Welfare State (pensioni, istruzione per tutti, assistenza sanitaria per tutti) vengono erosi, i ceti subalterni vengono a poco a poco ricacciati in una condizione di insicurezza materiale. Ma questo passaggio è, contemporaneamente, un passaggio ad una nuova forma di sviluppo economico. La forma attuale del capitalismo è la risposta alla crisi economica degli anni Settanta, cioè ad un blocco dello sviluppo economico, ed è una risposta che fa ripartire lo sviluppo economico stesso. Lo fa ad un livello minore che nella fase precedente: nei paesi occidentali i tassi di sviluppo del Pil negli ultimi trent’anni sono mediamente inferiori, anche di molto, ai tassi di sviluppo del dopoguerra. Ma anche se il tasso di sviluppo è minore, si tratta pur sempre di sviluppo. Il capitalismo “neoliberista-globalizzato” è la risposta ad una crisi dello sviluppo che salva lo sviluppo nell’unica forma storicamente possibile nella situazione creatasi negli anni Settanta. Ma se è vero che la sinistra si è storicamente fatta definire dalla fusione di emancipazione e sviluppo, in una situazione storica nella quale lo sviluppo è de-emancipatorio, la sinistra semplicemente non può più esistere nella sua forma storica tradizionale. Né d’altra parte è possibile pensare di ritornare ai meccanismi del capitalismo “keynesiano-fordista” del secondo dopoguerra, in parte per motivi economici (mancanza di un bene trainante come è stata l’automobile), in parte per i vincoli ecologici ormai sempre più stringenti.

Riassumendo: emancipazione e sviluppo sono i due binari sui quali il treno della sinistra ha viaggiato per tutta una fase storica. A partire dagli anni Settanta, questi due binari si sono divaricati e sono andati in direzioni opposte: il treno non poteva che deragliare, e in tali condizioni l’unica scelta razionale, per i viaggiatori sopravvissuti, è quella di abbandonare il treno e continuare il viaggio in altro modo e su altri mezzi. La fine della sinistra emancipativa non è quindi, se non in modo derivato, un risultato degli errori politici, della pochezza intellettuale e morale, dei tradimenti dei ceti dirigenti della sinistra stessa. Tutto questo vi è stato, ma sulla base di un esaurimento storico dell’identità fondamentale della sinistra stessa.

Se adesso torniamo al caso di Pomigliano, vediamo come le reazioni della sinistra siano in sostanza interne allo schema che abbiamo delineato. Da un parte c’è chi (come Veltroni[2] o Scalfari[3]) dichiara inevitabile, in nome della globalizzazione e dell’innovazione, ciò che succede a Pomigliano, e al più si preoccupa di cercare forme di compensazione per i lavoratori. Dall’altra c’è chi (come Claudio Mezzanzanica[4]), rifiuta la distruzione dei diritti dei lavoratori, ma lo fa in sostanza riproponendo il modello fordista.

Il fatto che la sinistra non riesca a pensare proposte politiche (per Pomigliano, o per qualsiasi altro problema) che non siano interne alla logica dello sviluppo, genera la sostanziale impotenza politica della sinistra stessa, in una fase nella quale lo sviluppo va in direzione diametralmente opposta agli ideali storici della sinistra stessa.

Il problema cruciale per il pensiero critico oggi è quello di salvare l’ideale storico dell’emancipazione dei ceti subalterni sciogliendolo dal nodo con lo sviluppo, e quindi oltrepassando l’identità storica della sinistra. A nostro avviso la nozione che può permettere questo passaggio è quella della “decrescita”, sulla quale ci promettiamo di tornare[5].


[1]               Come Norberto Bobbio nel suo fortunato pamphlet: N.Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli editore, Roma 1994.

[2]              Corriere della Sera, 17 giugno 2010.

[3]              Eugenio Scalfari, La Repubblica, 20 giugno 2010.

[4]              Claudio Mezzanzanica, Il Manifesto, 17 giugno 2010.

[5] Le idee qui esposte in forma schematica sono state approfondite in alcuni lavori ai quali ci permettiamo di rimandare: M.Badiale, M. Bontempelli, Il mistero della sinistra, Graphos, Genova 2005. Id., La sinistra rivelata, Massari, Bolsena 2007. Id., Bisogna finire, bisogna cominciare, reperibile in rete all’indirizzo http://www.megachipdue.info/tematiche/kill-pil/4298-bisogna-finire-bisogna-cominciare.html

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