Lo sciopero del 28 gennaio e il sindacalismo Base.

Lo sciopero dei metalmeccanici della Fiom potrebbe ora trasformarsi finalmente in sciopero generale e generalizzato. I Cobas hanno svolto, in questa situazione, un ruolo veramente significativo, con la proclamazione dello sciopero generale da parte della nostra confederazione. Analogamente si sono comportati tutti gli altri sindacati di base: dall’USB, alla CUB, all’USI, sino a comprendere tutte le sigle del sindacalismo alla sinistra della Cgil. Si tratta di un meccanismo abbastanza naturale, che parte dalla comprensione della posta in gioco, che comprende e reagisce alle pratiche di solidarietà padronale e di servilismo assoluto messe in atto dai collaborazionisti di Cisl e Uil, dal governo, e in particolare dal ministro Sacconi, e naturalmente dagli esponenti più trendy e scodinzolanti del partito sedicente democratico: da quella  “volpe” della politica che risponde al nome di Walter Veltroni, al sindaco torinese Sergio Chiamparino (compagno di merende di Sergio Marchionne), a Massimo D’Alema, a un latifondista da sempre schierato contro le lavoratrici e i lavoratori e impegnassimo nelle più umilianti pratiche servili a beneficio dei padroni, come Pietro Ichino. Il resto della nomenclatura del PD tace o balbetta. Che poi Sergio Cofferati, l’ex sindaco moderato e giustizialista di Bologna, o Fausto Bertinotti, che tre o quattro anni fa aveva sponsorizzato proprio Sergio Marchionne come padrone illuminato (ma non è un ossimoro?), si scoprano amici dei metalmeccanici è una cosa che mi lascia molto sospettoso e diffidente.

La Fiom ha avuto l’indubbio merito di smarcarsi dalle pratiche concertative e dalla subordinazione, senza se e senza ma, ad ogni ricatto dei capitalisti. Sta resistendo alle pressioni della maggioranza della sua stessa confederazione, ha prodotto una piattaforma rivendicativa sostanzialmente condivisibile, non sta cedendo al nemico di classe, né ai suoi maggiordomi sindacali. Questo non significa ovviamente mettere in non cale il ruolo che tutta la Cgil ha giocato in passato per escludere i Cobas e tutto il sindacalismo anticoncertativo dalle rappresentanze sindacali unitarie sui luoghi di lavoro. Ma sono proprio i fatti che stanno conducendo la Fiom e (o almeno lo spero) la minoranza della Cgil fuori da quell’ottica insieme moderata e autoritaria.

È la stessa dinamica della guerra di classe che i padroni conducono contro di noi a scompigliar le carte, a produrre cambi di campo e a far riflettere sulle virtù rivoluzionarie della democrazia operaia e sindacale.

È l’asprezza dello scontro che produce radicalizzazioni tanto nel campo dei padroni e dei loro servi, quanto in quello del proletariato e delle sue organizzazioni sindacali.

È la radicalità dell’attacco autoritario e padronale che cerca di ricostruire la profittabilità e di invertire la tendenziale caduta del saggio di profitto privatizzando i beni comuni ed espropriando i diritti che spinge alla mobilitazione, alla lotta, allo sciopero e alla piazza i lavoratori di fabbrica, il mondo della scuola, le e i migranti, una gioventù sempre più precaria e a cui queste elite hanno letteralmente rubato il futuro. È in queste dinamiche che sta la concreta possibilità di unificazione delle lotte!

In qualsiasi modo vadano a finire le cose a Mirafiori e alla Fiat, qualunque sarà il risultato del referendum (peraltro illegittimo sul piano costituzionale) del 14 gennaio, qualsiasi scenario economico e politico si delineerà a partire dalla fine di questo mese, si può esser certi del fatto che nulla sarà più come prima sul piano dei rapporti di forza tra le classi, delle relazioni sindacali, e quindi delle strategie da adottare per resistere e per radicarsi nei luoghi di lavoro.

La frammentazione del sindacalismo di classe non potrà quindi, secondo me, continuare sussistere a lungo. È la situazione stessa che impone di avviare un processo di unificazione di tutto il sindacalismo di base. Naturalmente non potrebbe trattarsi che di un processo a tappe, a geometrie variabili. Ad esempio non è scritto da nessuna parte che si debba cominciare da una fusione tra noi e l’USB. Questa potrebbe rivelarsi anche come la fase finale, o come una tappa intermedia, del processo complessivo.

D’altra parte ritengo che non dovremmo affatto rinunciare alla nostra identità di Cobas: infatti il processo di unificazione del sindacalismo democratico, rivoluzionario e di classe non potrà che partire dal basso, dovrà essere necessariamente partecipativo, dovrà ispirarsi a criteri radicalmente antiburocratici, perché è la burocratizzazione la causa fondamentale della corruzione del sindacalismo in tutto il mondo.

In altri termini e con estrema franchezza: è fuorviante cercare sponde politiche, magari anche un tantino ibride e confuse. Dovremmo invece farci promotori di un processo di unificazione del sindacalismo di base e mantenere le nostre attuali strutture e quelle future assolutamente indipendenti dai partiti, dobbiamo e dovremo in futuro essere autonomi da qualsiasi organizzazione politica, fosse anche la migliore del mondo.

È chiaro per chiunque che la forbice tra la maggioranza della Cgil da un lato, e la Fiom e la componente non genuflessa di questa stessa confederazione dall’altro, si fa sempre più ampia. Nessuno è in grado di prevedere quali saranno gli esiti di questa contraddizione.

Quello che è certo invece è che solo se in Italia sarà presente un sindacato di classe unito, forte e democratico, solo in questo caso sarà possibile offrire una casa comune a quei settori di Cgil che si oppongono alla direzione concertativa di Susanna Camusso  della sua maggioranza.

Genova, 10 Gennaio 2011. 

Bruno Demartinis

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