Al di là della crescita: a Berlino il primo congresso di Attac

Si è tenuto presso la Technische Universität di Berlino dal 20 al 22 Maggio il primo congresso di Attac, il movimento globale per il cambiamento ecologista, solidale e pacifista. Un’occasione per riflettere sulle strategie della decrescita e sulla crisi dell’attuale modello economico, ma anche per mettere a fuoco problemi e prospettive. L’appuntamento ha avuto un notevole successo di pubblico e ha contato sulla straordinaria capacità di organizzazione da parte dei volontari di Attac.

di Elisa Magrì – 25 Maggio 2011   fonte:   http://www.ilcambiamento.it/

congresso attacSi è svolto a Berlino, presso la Technische Universität, dal 20 al 22 Maggio, il primo congresso di  Attac, il movimento per il cambiamento ecologista, solidale e pacifista che conta 90.000 membri in 50 Paesi diversi. Particolarmente attivo in Germania, Attac ha dedicato il suo primo congresso al tema  Jenseits des Wachstums!? (Al di là della crescita!?), attirando una notevole attenzione, almeno a giudicare dal numero degli iscritti: circa 2500, fra cui moltissimi giovani.

Le domande rilanciate da Attac non erano delle più semplici: in che modo si può ripensare oggi una post-economia della crescita, che faccia salvi i diritti sociali, la giustizia ecologica e la qualità della vita? Come dovrebbero essere riconfigurati il mondo del lavoro, il sistema finanziario, i rapporti di genere e la sfera della sicurezza sociale al fine di tirarci fuori dall’impasse del presente?

Quesiti impegnativi, ma essenziali, per i quali Attac si propone di elaborare delle soluzioni coerenti e concrete, collocandosi così a pieno titolo nel dibattito europeo inaugurato dalla  Sustainable Development Commission in Gran Bretagna e dalla  Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress in Francia.

L’evento di Berlino era strutturato in due differenti sezioni caratterizzate da specifiche tipologie di discussione, così che i partecipanti potevano combinare i workshops di analisi e di critica della crescita economica, con i dibattiti sulle alternative, le visioni e le strategie per il futuro. Ad intervenire più di cento relatori, fra economisti, sociologi, attivisti e cittadini provenienti dall’Europa all’America latina. Un evento notevole, che ha visto, fra l’altro, la partecipazione di Vandana Shiva e Alberto Acosta, giunti entrambi venerdì per esprimere i saluti e introdurre l’avvio dei lavori.


Vandana Shiva ha posto l’accento sul muro che ancora richiede di essere raso al suolo per poter edificare una nuova realtà

Vandana Shiva ha subito posto l’accento sul muro che ancora richiede di essere raso al suolo per poter edificare una nuova realtà: la barriera delle illusioni, quelle che autorizzano le speculazioni di denaro e debiti a danno dell’economia naturale, basata sull’equilibrio e non sullo spreco ed il consumo selvaggi.

La studiosa indiana ha portato l’esempio del suo Paese, la cui crescita si regge al 90% sulla distruzione delle risorse naturali, innescando un processo che rende i cittadini prigionieri, perché condannati a possedere cose (auto, cellulari, oggetti di consumo), ma senza la possibilità di un lavoro dignitoso. Così l’India, la terra del cotone per antonomasia, ha visto crescere il costo delle sementi a partire dagli anni Ottanta, mentre la varietà biologica viene gradualmente distrutta ed aumenta la criminalità a causa delle mancate condizioni di salute e sazietà.

Dal canto suo, Alberto Acosta ha preso posizione contro il sistema capitalistico, che è alla base dell’attuale economia della crescita. Secondo l’economista dell’Ecuador occorre ridefinire il progresso attraverso nuovi stili di vita, facendo proprio il buen vivir tanto caro alla tradizione indigena, la quale è sempre più in via di estinzione. Significa godere della qualità della vita in quanto ci si sente parte dell’ecosistema, senza distruggerlo per puro profitto.

Sono questi gli stimoli che i diversi tavoli di studio dovevano  approfondire ed esaminare, pur fra alcune controversie e difficoltà. Perché, se è vero che negli slogan è facile riconoscerci, diverso è delineare nel merito le strategie da adottare.

Un aspetto saliente, che spesso ha acceso le discussioni e si è rivelato principale ostacolo per il raggiungimento dell’accordo, riguarda proprio la nozione di ‘crescita’. È davvero opportuno parlare di una post-economia della crescita, oppure bisogna ripensare radicalmente il modello attuale nel quale viviamo, riconfigurando ciò che deve crescere da quel che deve essere ridotto?

L’opposizione fra Schrumpfung (crescita negativa) e Wachstum (crescita positiva) è stata fatta propria dalla rappresentante della Rosa Luxemburg Stiftung, Sabine Reiner, che ha rilanciato Keynes e la necessità di aprire nuove trattative sul lavoro. Ma, per risanare la situazione del lavoro, Sabine Reiner non intende il sistema capitalista un avversario, bensì un mezzo che si può opportunamente usare.


Il congresso Attac ha rappresentato un’occasione per riflettere sulle strategie della decrescita e sulla crisi dell’attuale modello economico

Di diverso avviso Niko Paech, economista dell’Università di Oldenburgh, che ha invece insistito sull’urgenza di avviare la demonetarizzazione dei rapporti sociali ed economici. Nico Paech ha illustrato la necessità di una Kopernikanische Wende, una rivoluzione copernicana che si attui nella cultura, come imperativo etico, spingendo tutti ad adottare stili di vita radicalmente nuovi: abbandonare l’auto, diventare vegetariani, condividere i mezzi materiali, seguire il modello delle Transition Towns.

È la cultura della sussistenza in antitesi a quella della sopravvivenza, perché dà valore al tempo, ai rapporti sociali ed alle attività manuali. In questo modo, una volta che tali stili si siano affermati individualmente fino a raggiungere la maggioranza all’interno di una comunità, la politica non potrà fare a meno di applicarli, avendone saggiato il successo.

Abbandonare la moneta per mettere fuori uso il capitalismo, sostiene Paech, ma come bisogna affrontare il sistema finanziario e il dilagare del debito? La crisi attuale è stata sinteticamente delineata da  Christian Zeller dell’Università di Salisburgo, che ha mostrato come la politica economica neoliberale sia, in sostanza, un’economia del debito permanente, contro la quale è indispensabile richiedere: una moratoria per l’annullamento dei debiti illegittimi (quelli che ricadono sui privati cittadini, benché non provocati da loro); la riappropriazione pubblica del credito; la tassazione delle transazioni finanziarie  e la chiusura definitiva dei paradisi fiscali per mezzo di politiche europee adeguate.


Al congresso sono intervenuti più di cento relatori, fra economisti, sociologi, attivisti e cittadini provenienti da ogni parte del mondo

Una posizione affine a quella di Filka Sekulova dell’Università di Barcellona, secondo la quale la decrescita significa, anzitutto, rendere il mercato finanziario meno rilevante mediante forme diverse di investimenti e precise regolamentazioni, in linea con quelle proposte nel 2010 da Basilea 3, il Comitato per la supervisione bancaria (come la liquidità a breve e i requisiti di capitale).

Sono solo alcune delle voci che hanno animato il dibattito dello scorso fine settimana a Berlino, destando interesse e curiosità, ma anche molte perplessità. Sotto diversi aspetti il congresso avrebbe dovuto offrire un maggiore approfondimento dei temi trattati, spesso illustrati in modo troppo generico e frettoloso. Non a caso le domande del pubblico invitavano i relatori ad andare oltre (non solo oltre la crescita, evidentemente), ad illustrare nel merito le strutture cui si faceva riferimento e a non dare troppo per scontati concetti chiave come capitalismo, eguaglianza e bisogni.

Ma proprio quest’esigenza diffusa di analisi e concretezza è il segnale di un’ansia di partecipazione e di cambiamento reale avvertiti fra giovani e meno giovani. Un esempio visibile di ciò lo hanno dato i volontari che hanno organizzato il congresso e i tanti ragazzi all’opera nella preparazione del pranzo e dei rinfreschi vegetariani e vegani, preparati nel cortile dell’Università con fornelli a gas e serviti in scodelle di latta. Una vera Volksküche, cucina popolare, cui tutti erano invitati a dare una mano

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