Cambiare il sistema.

 di Ignacio Ramonet

(Specialista in Geopolitica e strategia internazionale, nonché consulente per l’ONU, attualmente insegna presso la Sorbona di Parigi. Con un editoriale su Le Monde Diplomatique del 1997 diede inizio alla creazione di ATTAC, un movimento internazionale che promuove il controllo democratico dei mercati finanziari e delle istituzioni incaricate a loro volta di controllarli. Il lavoro dell’ATTAC si dedicò originariamente alla difesa della Tobin Tax, mentre oggi si dedica alla difesa di una grande varietà di cause; Ignacio Ramonet ne è il presidente onorario.)

Europeisti più estasiati come inesorabilmente schiacciati: se non avessimo l’euro, dicono, le conseguenze della crisi sarebbero state peggio per molti paesi europei. Divinizzano un euro “forte e protettivo” È la loro dottrina e la difendono fanaticamente.  Ma la verità è che avrebbero dovuto spiegare ai Greci (e gli irlandesi, portoghesi, spagnoli, italiani e altri europei, frustati dai piani di accomodamento) che cosa intendono per “conseguenze peggiori” …  In realtà, queste conseguenze sono così insopportabili socialmente  che, in diversi paesi della zona euro, è in aumento, e non senza argomenti, una ostilità radicale per la moneta unica e altrettanto verso la stessa unione europea (UE).

 Hanno ragione  questi indignati.  Perché l’euro, moneta di 17 paesi e dei suoi 350 milioni di abitanti, è un attrezzo con un obiettivo: il consolidamento dei dogmi neoliberali, (1), nei quali si basa l’UE.   Il Patto di stabilità (1997) ha confermato questi dogmi e  per la Banca centrale europea (BCE) le disposizioni sono essenzialmente tre: la stabilità dei prezzi, equilibrio di bilancio e stimolo della  concorrenza.  Nessuna preoccupazione sociale, nessun proposito di ridurre la disoccupazione, nessuna volontà di garantire la crescita, ed ovviamente nessun impegno nella difesa dello Stato di benessere.   

Con la voragine attuale, i cittadini continuano a capire che tanto il corpo dell’Unione Europea, come il proprio euro, sono stati due richiami per farli entrare in una trappola neoliberale dalla quale non c’è facile via d’uscita. Si trovano ora nelle mani dei mercati perché così hanno voluto esplicitamente i dirigenti politici, di sinistra e di destra che, da tre decenni, edificano l’Unione Europea. Essi hanno organizzato sistematicamente l’impotenza degli Stati col fine di concedere sempre  più spazio e maggiore margine di manovra ai mercati e agli speculatori. 

Pertanto si è deciso (su insistenza della Germania) che la BCE fosse “totalmente indipendente” dei governi (2).  Questo significa in particolare che è oltre la portata della democrazia.  Così, né i cittadini né i governi eletti da loro possono ostacolare le opzioni neoliberali.

Oggi, queste caratteristiche, (impotenza dei politici, indipendenza politica della BCE), sono in parte responsabili dell’incapacità dell’Europa di risolvere il dramma del debito greco.  L’altra ragione è che, sotto la sua apparente unità, l’Unione europea (in questo caso l’eurozona) è profondamente divisa in due fazioni quasi inconciliabili: da un lato, la Germania e la sua area di influenza (Benelux, Austria e Finlandia) dall’altro: Francia, Italia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia.

L’origine del debito greco, come quello di degli altri paesi periferici colpiti per la crisi del debito sovrano, compresa Spagna, è conosciuto. Quando la Grecia fu ammessa nella zona euro, (3), le istituzioni finanziarie considerarono immediatamente che questo piccolo Stato presentava, nonostante la sua evidente fragilità e le sue scarse risorse, tutte le garanzie necessarie per ricevere crediti massicci ed economici. Piovvero su Atene offerte di finanziamento a tassi di interesse d’affari, in questione le banche tedesche e francesi che incitarono i governanti ellenici ad indebitarsi a basso costo ed a lungo termine per acquisire principalmente materiale militare (4) tedesco e francese… 

Dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008 (dei cosiddetti “subprime”), la stessa si diffonde rapidamente al settore bancario europeo.  Le istituzioni finanziarie per mancanza di liquidità restringono severamente il credito.  Questo minaccia di soffocare l’intera economia, per evitare ciò la salvano con l’aiuto massiccio alle banche.  Per fare questo molti stati si indebitano ancora più comprando denaro nel mercato internazionale,( la BCE si rifiuta).  Qui, improvvisamente, le agenzie di rating coinvolte penalizzano l’indebitamento eccessivo di queste nazioni (fatto per salvare le banche !)…  Immediatamente, i tassi di interesse sui prestiti agli Stati fortemente indebitati sono stati attaccati …  E c’è la crisi del debito sovrano.

Di per sé, il debito greco è insignificante se si considera che il PIL della Grecia è inferiore al 3% del PIL nella zona euro.  Il problema, tecnicamente, sarebbe potuto essere risolto da oltre un anno senza grandi difficoltà.  Ma il governo conservatore tedesco che affrontava allora alcune complicate elezioni locali (perse), stimò che sarebbe stato moralmente giusto che i Greci, accusati di “corruzione” e “lassismo” non uscissero tanto rapidamente dal cattivo passo. Bisognava punirli affinché non si diffondesse “il cattivo esempio.”.

 Un aiuto troppo rapido ad Atene, ha detto Angela Merkel, “ha l’effetto negativo che gli altri paesi in difficoltà potrebbero smettere di fare sforzi” (5).  Pertanto, con l’appoggio dei suoi alleati, Berlino ha iniziato a creare ostacoli di ogni genere.  Lasciando passare mesi.

Tempo nel quale  i mercati, eccitati dal dissenso politico europeo, colsero l’occasione per depredare  la Grecia.  Tutto si complicò allora. La Germania finì per accettare un (incompleto) piano di aiuto con una condizione: che partecipasse il Fondo Monetario Internazionale (FMI).  Perché?  Per due ragioni.  In primo luogo perché si è ritenuto che le istituzioni europee mancavano di un boia abbastanza forte da castigare i Greci.  In secondo luogo, la specialità del FMI, da quaranta anni, è di richiedere sempre sforzi asociali ai paesi indebitati.  Le sue ricette (applicate con vendetta in America Latina durante il 1970 e il 1980) sono sempre le stesse: alti tassi al consumo, tagli brutali nei bilanci pubblici, un rigoroso controllo dei salari, privatizzazioni massicce … (6).

Il governo Papandreou ha dovuto rassegnarsi ad adottare un piano di austerità feroce.  Ma il danno era fatto.  Il ritmo della politica europea è lungo e lento, quello dei mercati  è immediato.  Gli speculatori capirono che l’UE è un gigante politico senza cervello, e l’euro una “moneta forte”, con struttura debole (non c’è esempio nella storia, di una moneta che non sia incorniciata da un’autorità politica). Attaccarono l’Irlanda, passò la stessa cosa e tornarono a guadagnare. Attaccarono il Portogallo ed idem. Attaccarono la Spagna e l’Italia, ed i Governi di questi paesi si affrettarono ad autoimporsi le impopolari ricette del FMI.

In tutta Europa si estende ora la “dottrina shock di austerità”, i suoi sostenitori la presentano come un elisir universale di economia, quando in realtà sta causando un clamoroso danno sociale.  Peggio ancora, queste politiche di tagli  aggravano la crisi, soffocano le aziende di qualsiasi dimensione con finanziamenti più costosi, e seppelliscono la prospettiva di una rapida ripresa economica.  Spingono gli Stati verso la spirale di autodistruzione, il reddito diminuisce, la crescita non si avvia, aumenta la disoccupazione, (impresentabili) agenzie di rating abbassano la loro nota di fiducia, gli interessi del debito pubblico aumentano, la situazione complessiva peggiora e i paesi cercano aiuto di nuovo (7).  Entrambi, Grecia Irlanda e il Portogallo, i tre stati “aiutati” finora dall’Unione Europea attraverso il Fondo di stabilizzazione e il Fondo monetario internazionale, sono precipitati completamente, Paul Krugman li chiama “fanatici del dolore” ( 8), la diapositiva fatale.

Il “Patto dell’euro”, istituito nel marzo, non risolve nulla.  In realtà è un tocco in più all’austerità, un accordo “di competitività” che prevede più tagli alla spesa pubblica, più dottrina fiscale, e penalizza principalmente e di nuovo i lavoratori… con minacce di sanzioni contro gli Stati che non rispettano il Patto di stabilità (9).  Si propone la tutela del debito pubblico e un tasso fisso di riduzione, e cioè: una limitazione di sovranità.  “I paesi europei dovrebbero essere meno liberi di emettere debito”, dice, per esempio, Lorenzo Bini Smaghi, membro della direttiva della BCE.  Alcuni eurocrati vanno oltre, proponendo di eliminare i governi che non abbiano rispettato il patto di stabilità, la responsabilità di gestire le proprie finanze …

Tutto questo è assurdo e scellerato. Il risultato è una società europea impoverita in beneficio delle banche, delle grandi imprese e della speculazione internazionale..  Per ora le proteste legittime dei cittadini si concentrano contro i loro governanti , compiacenti marionette dei mercati.  Che cosa accadrà quando decideranno di concentrare la loro rabbia contro il vero colpevole, cioè il sistema, cioè l’Unione europea?

 (1) definito nel trattato di Maastricht (1993), Amsterdam (1999), Nizza (2003) e Lisbona (2009).

 (2) Tra le altre limitazioni, la BCE non può prestare denaro agli stati, solo le banche private.

 (3) Grazie ad un bilancio della sua situazione economica falsificato e truccato per l’anteriore governo conservatore con l’aiuto della banca statunitense Goldman Sachs.

 (4) La Grecia è il maggior importatore di attrezzature militari dell’Unione Europea e dello Stato dedicato alla sua difesa (a causa della rivalità con la Turchia), la più grande percentuale del proprio PIL.

 (5) El Pais, Madrid, 18 luglio 2011.

 (6) Leggi Askenazy Philippe, “L’à la Grèce austérité imposée di Charybde a Scilla”, Le Monde, Parigi, 19 onJuly 2011.

(7) benché sia stato accolto con sollievo, per la stampa neoliberale, il nuovo piano di riscatto alla Grecia, annunciato il passato 21 di Luglio, poco servirà. I mercati ed i fondi avvoltoi hanno annusato il sangue e non fermeranno i loro attacchi finché non sono frenati con autentici cambiamenti strutturali.    

 (8) Paul Krugman: “Quando il fallimento dell’austerità”, El Pais, Madrid, 24 maggio 2011.

 (9) che fissa il limite per il deficit di bilancio al 3% del PIL e il debito sovrano del 60% del PIL.

da:  http://www.monde-diplomatique.es/?url=editorial/0000856412872168186811102294251000/editorial/?articulo=5053bc25-de12-4da0-969c-79395c452f3f

trad Giuseppe Oliva – Attac Genova –

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: