Gli USA declassati e la “serva Italia”

Gli USA declassati e la “serva Italia” 

di: Sergio Casanova – Attac Genova –

Il declassamento degli USA è stato decretato da soggetti poco stimabili (che solo in un sistema economico sempre più simile ad un casinò potevano assurgere ad una posizione così influente) e prende solo molto parzialmente e tardivamente atto della crisi USA.

Eppure, mi pare ci siano buoni motivi per pensare che possa indicare una svolta significativa. Non certo per le ragioni su cui sproloquiano i mezzi di disinformazione di massa.

In sintesi: 1) da quasi 50 anni l’economia USA si è collocata in un capitolo a sé, rispetto alle “regole” (o addirittura “leggi”!) economiche valide per gli altri Stati, eppure nessuno ha pensato di potergliene chiedere conto; 2) se la pazza dinamica della finanziarizzazione dovesse procedere in modo analogo ai percorsi innescati nella UE da mamma BCE, ci sarebbe una caduta del valore di mercato dell’enorme massa di titoli USA in possesso di investitori esteri (in particolare, come noto, della Cina). Ciò avrebbe ricadute assolutamente imprevedibili sull’economia del mondo intero. 

Il declassamento, alla luce della storia dell’ultimo cinquantennio, era tutt’altro che scontato. Infatti:

a) dalla metà degli anni ’60 la bilancia commerciale USA è, consecutivamente, in passivo. In qualsiasi manuale di economia tra le “regole” che si danno per indiscutibili c’è quella secondo la quale “non si può” importare se non ci si procura, attraverso le esportazioni, la valuta necessaria per pagare. Valuta può provenire anche da investimenti provenienti da Paesi esteri, ad esempio con l’acquisto di titoli di stato del Paese in deficit.

Ma gli USA sono stati sottratti a queste regole dal Trattato di Bretton Woods, dettato agli Alleati del campo capitalista nel 1944. Esso ufficializzava il dollaro quale moneta unica degli scambi a livello internazionale, in cambio dell’impegno da parte USA di convertire in oro i dollari eventualmente presentati dalle Banche centrali dei vari Paesi. Ciò permise agli USA di acquistare materie prime, beni d’investimento e beni di consumo o servizi semplicemente stampando dollari.

b) Negli anni ’60 il mondo fu allagato di dollari ( a causa, in particolare, del finanziamento della guerra in Vietnam). Sotto la pressione di De Gaulle (che minacciò di chiedere la conversione dei dollari “immagazzinati” in Francia), Nixon, nel 1971, dichiarò l’inconvertibilità del dollaro in oro, stracciando l’impegno preso a Bretton Woods. Le montagne di dollari restarono accatastate nei forzieri delle Banche centrali di tutto il mondo ed il valore delle loro riserve valutarie diminuì pesantemente a causa delle ripetute svalutazioni del dollaro (in particolare quella del 1973). Ciò , inoltre, aumentava la competitività USA, favorendone le esportazioni e rendendo più costose le importazioni.

c)La fine del sistema di Bretton Woods ebbe due conseguenze asimmetriche, ma entrambe negative per “il resto del mondo” . Da un lato, si passò dal sistema dei cambi fissi a quello dei cambi flessibili tra le valute, vero e proprio apripista della sciagurata finanziatizzazione dell’economia. Il regime di cambi flessibili rese possibili le liberalizzazioni dei movimenti di capitale e la speculazione sul corso delle valute. Dall’altro, nonostante la caduta della condizione che aveva formalmente giustificato il ruolo di moneta mondiale del dollaro, esso restò tale e, quindi, gli USA poterono sostanzialmente continuare a comprare merci estere stampando dollari. 

Si vede bene, dunque, che le motivazioni economiche o il mancato rispetto delle supposte regole dei mercati, anche quando si sono espresse in modo ben più clamoroso, non sono mai sfociate in nulla di analogo all’attuale declassamento. 

La micidiale macchina da guerra mantenuta efficiente a qualsiasi costo dagli USA vale più di mille buone ragioni e permette di infrangere regole, “leggi” economiche e trattati internazionali. D’altra parte, agli altri imperialismi non dispiaceva certo avere gli USA come braccio armato dei loro interessi! Ciò permetteva risparmi ai rispettivi Paesi, con conseguenti minori imposte e maggiori risorse per lo stato sociale, quindi con + profitti e + pace sociale.

Da questo punto di vista, lo scenario comincia a cambiare a partire dalla seconda guerra all’Iraq. Gli USA cominciano a pretendere “collaborazione dalla comunità internazionale”. Fino all’attuale guerra alla Libia, data in appalto agli “alleati europei”. 

Insomma, nella crisi le guerre pesano più che in passato e in modo crescente. Ma “bisogna” farle, si sa, per estendere i confini della democrazia! 

Ignoro se la nostra classe dominante pensi di cercarsi un nuovo padrone…più precisamente, ignoro se pensi! D’altra parte, oggi, “il più sano c’ha la rogna”…a meno di non pensare alla Cina (ma anch’essa può essere coinvolta).

Come i tolemaici ai tempi di Copernico, asserivano con certezza: “la Terra è al centro dell’Universo, è indiscutibile!”, i peggiori liberisti della storia del capitalismo continuano a parlare come se quelle attuali fossero le uniche politiche economiche possibili e come se la politica fosse impotente di fronte alla finanza. Invece, è il contrario: è stata la politica a creare l’attuale sistema che alcuni definiscono “finanzcapitalismo”, quindi altre scelte politiche possono rimediare alle attuali mostruosità economico-finanziarie.

 Il problema centrale è che la classe dominante in senso allargato (capitalisti, banchieri, finanzieri, manager; partiti parlamentari e loro diramazioni sul terrotorio e politici in Parlamento e in tutte le istituzioni locali; sindacati confederali, con le loro elefantiache macchine del consenso; associazionismo collaterale di massa; “informazione” televisiva, radiofonica, giornalistica e anche in rete, per la stragrande maggioranza) sostiene come un sol uomo gli assi essenziali del monopensiero liberista. 

Nessuno di lorsignori dice, ad esempio, che sarebbe indispensabile vietare la compravendita di titoli “allo scoperto” (cioè senza possederli). Le contrattazioni sui titoli “derivati” rientrano in questa categoria: se “gli speculatori” vendono titoli del debito pubblico italiano (senza possederli!), ne provocano la riduzione di valore e, quindi, l’aumento del tasso d’interesse (*). Questo aumento provoca l’aumento della massa degli interessi passivi del DP e, “quindi”, la riduzione della spesa sociale e l’aumento delle imposte. Quando il titolo si sarà “sufficientemente” deprezzato, gli speculatori lo riacquisteranno (sempre in modo virtuale) guadagnando la differenza (nell’esempio della nota *: 100 prezzo di vendita – 50 prezzo di acquisto = 50 di guadagno).

Se la BCE avesse immediatamente contrastato l’azione speculativa, acquistando titoli, la speculazione non avrebbe avuto successo ( se vendite e acquisti di uno stesso titolo si equivalgono, il valore ne resta invariato, così come il tasso d’interesse; se gli acquisti sono inferiori alle vendite, il valore del titolo si abbassa, ma non come nelle aspettative degli speculatori) e quindi avrebbe perso la sua stessa ragion d’essere (un lauto guadagno).

Perché la BCE avrà fatto marcire la situazione fino a stasera? Eppure era in gioco proprio il famigerato spread (la differenza tra i tassi d’interesse dei titoli pubblici italiani e quelli tedeschi. Se cresce il tasso sui titoli italiani aumenta lo spread). Ma se era quello che si diceva di temere tanto, perché non si è intervenuti con due possibili misure: divieto di vendite allo scoperto e acquisto di titoli da parte della BCE. Tra l’altro la prima misura avrebbe, probabilmente, reso non necessaria la seconda). Come non pensare ad un’interazione BCE – “speculatori”? La BCE garantisce i guadagni della speculazione e la speculazione aiuta a demolire ciò che resta dello stato sociale?

Non a caso, l’unica ragione che mi viene in mente e che può spiegare il tardivo intervento della BCE è la volontà di ottenere un ulteriore peggioramento della manovra finanziaria italiana. E questo risultato è stato ottenuto proprio ieri…guarda caso! 

Ma poi, avranno un progetto….sia pur criminale? Oppure si sono semplicemente prostituiti allo strapotere economico di fondi pensioni, ecc.? E qual’è il confine tra la prostituzione intellettuale per denaro ( quella nella quale si vende “solo” il cervello e la moralità e, quindi, viene chiamata corruzione. E poi, storicamente, è appannaggio dei maschi!) e quella per avere successo e fama, ottenere una cattedra universitaria, un posto nel TG, la pubblicazione dei propri libri presso case editrici prestigiose e dei propri articoli presso grandi giornali, ecc. …e tutto ciò richiede, salvo eccezioni rarissime, di non essere fuori dal coro. (**)

Perché i dubbi non possono non venire, quando si continua a parlare di privatizzazioni e liberalizzazioni, di falsi invalidi come causa del deficit, dell’inserimento nella Costituzione del pareggio di Bilancio (***), della libertà assoluta d’impresa, insomma di “proposte” fallite innumerevoli volte o basate su falsità….e le “controproposte” sono quantomai vaghe! 

Sergio Casanova – Attac Genova – 07/08/2011 

(*) Un esempio (semplificato ed assolutamente irrealistico nei numeri usati, ma spero utile):

un titolo emesso ad un valore nominale 100 e ad un tasso del 10%, rende 10 € l’anno a chi lo acquista. Se il suo valore di mercato scende a 50, quel rendimento di 10 € rappresenta un tasso d’interesse del 20%. Quindi, la riduzione del valore di un titolo a reddito fisso (titoli di stato, obbligazioni) ne provoca l’aumento del tasso.

(**) Queste riflessioni possono apparire fuori tema. A me non pare. La compartecipazione agli interessi del Capitale come asse centrale (attorno al quale proliferano altri centri di potere di portata minore, ma che si intrecciano e si integrano, sull’essenziale, persino quando appaiono opposti) a me pare davvero l’avversario peggiore di ogni cambiamento in positivo. E, quindi, credo che vadano denunciati anche i comportamenti spesso giustificati come “normali”, “comprensibili”, ecc.. Bisogna pur distinguere tra chi si sottomette per sopravvivere e chi lo fa per i motivi detti sopra.

Altrimenti si crea un’area di “giustificazionismo” che si estende dal classico e (quasi) unanimemente accettato “gli affari sono affari” alla vasta casistica accennata.

(***) 1) La scienza economica è assolutamente divisa sulla positività del Bilancio pubblico in pareggio. E’ una proposta caratteristica unicamente delle diverse scuole economiche che si sono succedute negli ultimi 250 anni. Molti, non solo i keynesiani, ritengono il pareggio “a prescidere” del bilancio dannoso e insensato. Della sua introduzione nelle carte costituzionali cominciò a parlare, una trentina d’anni fa, un economista USA appartenente ad una sotto-scuola dell’estremismo liberista. 2) Si tratta di una proposta solo ideologica e, probabilmente, senza effetti, tenuto conto dei tempi necessari per una legge costituzionale e della scadenza elettorale ballerina. A meno che non ci pensi il “governo tecnico”!

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One Response to Gli USA declassati e la “serva Italia”

  1. Morando Sergio Crocefieschi Genova Malpotremo Lesegno Italia Argentina says:

    Gli USA (STATI UNITI..) prima o poi si sveglieranno..”ricordandosi” delle Loro TANTE MULTINAZIONALI dislocate in Europa..e TANTISSIME in Italia.. e per AIUTARE i LORO CONNAZIONALI USA nella propria patria in crisi..e DISOCCUPAZIONE..prenderanno le stesse loro multinazionali…e le trasferiranno negli Stati Uniti “giustamente” per aiutare i propri disoccupati… e L’Italia che si è SVENDUTA agli STRANIERI più che altri sarà ancora più messa in CRISI e nel contempo si farà un altra guerra legalizzata..all’Euro…all’Europa..all’Italia..semplicemente trasferendo le multinazionali stesse nelle proprie Nazioni non solo naturalmente solo USA quelle operanti in Italia.
    Morando Sergio.

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