La “Cospirazione” della NATO contro la Rivoluzione Libica.

La “Cospirazione” della NATO contro la Rivoluzione Libica.

16 agosto 2011, di Gilbert Achcar.                          [Traduzione dall’inglese di  Bruno Demartinis – Attac Genova -]

In un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal (19 luglio 2011), Max Boot – rinomato scrittore e storico militare neoconservatore, noto per il suo
sostegno all’ “esportazione della democrazia” sulla canna del fucile, e ardente sostenitore del pieno impegno militare degli Stati Uniti in Libia – ha citato un articolo del Financial Times (15 giugno), che paragona l’attuale campagna di bombardamento sulla Libia alla guerra aerea del Kossovo del 1999 allo scopo di enfatizzare “la mancanza di potenza di fuoco nelle operazioni militari in Libia. In linea con la stessa argomentazione, Boot ha aggiunto ulteriori dettagli.

Le guerre anticipate non sono quasi mai “Apocalypse Now”— questo è strettamente limitato dalle loro proprie motivazioni. Ma dopo 78 giorni di guerra in Kossovo, gli alleati della Nato avevano impiegato 1.100 arerei in 11.107 missioni di volo. Non a caso, dopo 78 giorni di belligeranza Slobodan Milosevic aveva deciso di rinunciare al Kossovo, mentre dopo ben 124 giorni – e dopo quelli a seguire – Gheddafi è sempre abbarbicato al potere.

I paradossi della NATO in Libia.

Nell’operazione “Tempesta nel Deserto”  lanciata dalla coalizione a guida statunitense contro l’Iraq nel 1991 non ci sono voluti più di  undici giorni per raggiungere il numero sopra indicato di incursioni aree compiute sulla Libia in settantotto giorni. Il numero totale di incursioni  in quarantatre giorni di ”Tempesta nel Deserto” era arrivato a 109.876 voli – con una media di 2.555 al giorno. Tra le devastazioni causate dalla ”Tempesta” e la successiva campagna di bombardamenti durante i 12 anni di embargo dal 1991 al 2003, sono state effettuate 41.850 missioni di volo soltanto durante le prime quattro settimane della cosiddetta Operazione “Libertà irachena”; di queste 15.825 sono state missioni d’attacco, mediamente 565 al giorno. Di conseguenza Andrew Gilligan ha potuto scrivere sullo Spectator  a proposito della  Libia (4 giugno):

«Nonostante tutte le rituali esagerazioni sugli attacchi “intensificati” e sui “bombardamenti finora più massici”, questi sono, e sono sempre stati, relativamente leggeri. Durante l’intera operazione, il numero delle missioni d’attacco della NATO – soltanto una parte delle quali si sono risolte in effettivi attacchi aerei – ha raggiunto la media di 57 al giorno, meno della metà di quelli effettuati nella campagna dell’alleanza occidentale in Kossovo, che era molto simile a questa; nient’altro che una frazione di quanto hanno fatto Stati Uniti e Gran Bretagna in Iraq.»

Si aggiunga che ci vuole molta più pressione per costringere un dittatore a rinunciare al potere che per obbligarlo a cedere una parte del suo territorio. Sin da quando le possibilità di Gheddafi di riprendere il controllo di Bengasi si sono ridotte a zero, egli in realtà avrebbe dovuto essere ben contento di sbarazzarsi della città  ribelle e con essa dell’’intera regione a est di Ajdabiya, nel tentativo di salvare il trono del  “Re dei re dell’Africa”, per il quale ha comprato fedeltà pagandole generosamente sin dal 2008. Questo spiega perché ha concentrato così tante forze militari e ha usato tanta violenza, tentando di prendere Misurata, la città – chiave in mano ai ribelli nell’ovest della Libia che gli ha impedito di dividere di fatto il paese. Ed ecco perché gli insorti si sono concentrati per tenere ostinatamente Misurata, nonostante i violenti attacchi che hanno subito, e persino benché avessero la possibilità di essere evacuati via mare insieme al resto degli abitanti della città, come le migliaia di immigrati e di feriti che avrebbero potuto in questo modo essere trasferiti fuori dalla città.

La più vecchia accusa della propaganda contro gli insorti, che supponeva che essi stessero portando avanti un progetto di secessione del paese, è stata completamente smentita dalla loro implacabile lotta per la liberazione dell’intero territorio nazionale dalla dittatura di Gheddafi. Questo sta avvenendo nonostante un costo enorme per i ribelli causato dalla profonda sproporzione tra le loro forze di terra e quelle del regime – una sproporzione che riguarda anche i veicoli blindati, l’artiglieria, i missili e i combattenti addestrati, solo parzialmente compensata dall’intervento della NATO. I giornalisti che corrispondono dai diversi fronti della guerra di terra in Libia danno rilievo sia al carattere dilettantesco e caotico dell’organizzazione degli insorti, male armati e mal addestrati, sia alla straordinaria dedizione di un gran numero di civili trasformati in combattenti per la liberazione di tutto il loro paese. Questa dedizione spiega la determinazione dei ribelli nel continuare la lotta contro un avversario di questa potenza, nell’affrontare le forze ben equipaggiate e ben addestrate, che vengono pagate generosamente dal regime di Gheddafi.

Le questioni cruciali sono queste: perché la NATO sta conducendo una guerra aerea di basso profilo in Libia, non solo in rapporto con la componente aeronautica della guerra finalizzata alla conquista dell’Iraq – ricco di petrolio -, ma anche in relazione al Kossovo, economicamente  irrilevante?  E perché nello stesso tempo l’alleanza si rifiuta di rifornire gli insorgenti delle armi che essi hanno continuamente e insistentemente richiesto? Di fronte a ciò i paradossi in campo sono sin troppi.

Il primo paradosso è che sia in Iraq che in Afghanistan le coalizioni militari a guida statunitense avevano enfatizzato la”nazionalizzazione” del conflitto (nello spirito della “vietnamizzazione” che precedette la ritirata degli Stati Uniti nel 1973). In Libia, quando le forze armate ribelli hanno pregato la NATO di rifornirle degli armamenti di cui avevano bisogno e avevano assicurato che con armi adeguate avrebbero potuto ben presto portare a termine la liberazione del loro paese, la NATO si è rifiutata di armarli – un fatto che il limitato invio di armi sul fronte occidentale da parte della Francia non ha sostanzialmente modificato.

Questo è avvenuto malgrado il fatto che, al contrario degli afghani, gli insorti libici erano disponibili e potenzialmente in grado di pagare le forniture militari che fossero state consegnate loro. Come sanno tutti, non è nella tradizione dei mercanti di morte dell’Occidente storcere il naso di fronte a così allettanti opportunità di lucro. Tutti loro, negli ultimi anni, sono entrati in una così accanita competizione per vendere armi a Gheddafi da riuscire a stringere contratti con lui da poco meno di un miliardo di dollari tra la fine del 2004, quando i loro governi posero termine all’embargo sulla Libia, e la fine del 2009. Tra queste armi erano incluse anche le bombe a grappolo, vendute da un’industria spagnola, che Gheddafi non ha esitato ad usare contro il suo stesso popolo.

Il corollario logico del rifiuto della NATO di armare gli insorti sarebbe potuto essere l’avvio di una campagna di guerra aerea ad altissima intensità per compensare la debolezza a terra di coloro che la NATO si proponeva di appoggiare. E sinora – secondo paradosso – la campagna aera della NATO sulla Libia impallidisce a confronto con quella sul Kossovo, per non parlare delle altre guerre aeree a guida statunitense, che hanno avuto luogo in tempi recenti. Questo ha provocato un forte risentimento tra gli insorti libici, come i  corrispondenti occidentali hanno denunciato sin dai primi giorni della guerra aerea della NATO. Come riferisce C. J. Chivers il 24 giugno sul blog “At war” del New York Times, la frustrazione dei ribelli cresce sempre di più:

«Una delle più diffuse sensazioni percepite ascoltando i combattenti d’opposizione in Libia è la consapevolezza della differenza tra ciò che hanno da dire le truppe e i militanti sulla campagna di bombardamenti della NATO e le dichiarazioni ufficiali del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), di fatto l’autorità ribelle. Ufficialmente la direzione ribelle non può che ringraziare i piloti che volano in alto. Gli esponenti politici del CNT hanno fornito mielate dichiarazioni di pieno sostegno e gratitudine per il lavoro[1] della NATO, i cui leader sono chiaramente timorosi di irritare.

Coloro  che sono a contatto con i combattenti, o che vivono nelle zone più esposte, hanno un’opinione più radicale. Anch’essi esprimono gratitudine per le operazioni compiute dalla NATO nei primi tempi della guerra, quando le forze del colonnello Muammar Gheddafi furono fermate dalle incursioni dell’aviazione prima che travolgessero i ribelli sul fronte orientale e schiacciassero l’insurrezione a Bengasi. Ma hanno anche espresso una frustrazione profonda e a tratti angosciata per la bassa intensità e la scelta degli obiettivi da parte del contingente aereo, e parlano spesso di ciò che essi percepiscono dell’impegno dimezzato e  dell’incompetenza della NATO.»

Come è possibile che la NATO, che aveva sconsideratamente spinto il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (CSNU) a condurre la sua guerra aerea contro il regime di Milosević nel 1999, si converta improvvisamente all’osservanza delle regole del diritto internazionale? Difficile. Non sarà dunque che la NATO si senta costretta ad attaccarsi alla lettera della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza che autorizza una campagna area sulla Libia? Soltanto un pazzo potrebbe crederlo. Sia la lettera che lo spirito di questa risoluzione sono stati ampiamente violati dall’intervento militare della NATO, che viene presentata come la messa in atto di “tutte le misure necessarie alla protezione dei civili e delle aree abitate a rischio di attacco.”  Ciò comportava una grande quantità di raid su Tripoli e sulle altre roccaforti del regime che ha incrementato i rischi e la portata dei danni collaterali inflitti a quella popolazione civile che ci si proponeva di proteggere.

La “severa applicazione dell’embargo sulle armi” richiesta dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza (CSNU) senza dubbio non è ciò che tratterrà le potenze della NATO dal fornire armi ai ribelli. Se l’intenzione di queste potenze fosse stata quella di consegnare adeguati armamenti ai ribelli, né i veti di Mosca, né quelli di Pechino avrebbero potuto impedire agli Stati Uniti e ai loro alleati di fare quel che volevano, come hanno fatto nei Balcani nel 1999 e ancora in Iraq nel 2003. Allo stesso modo se la NATO non interviene a terra, non lo fa affatto in ossequio alla risoluzione del CSNU, che esclude l’impiego di ”forze straniere di occupazione in qualsiasi forma e in qualsiasi parte del territorio libico”.  E questo soprattutto perché gli stessi ribelli sono stati categorici nel rifiutare un intervento terrestre. Un cartello nella piazza Tahrir di Bengasi, la cui foto si può vedere sul blog della giornalista palestinese Dima Khatib, significativamente dichiara: “No all’intervento sul nostro suolo, sì all’armamento dei ribelli.”

Sul cartello si legge: “No all’intervento sul nostro suolo, sì all’armamento dei ribelli”

Una reciproca diffidenza.

Chiaramente la diffidenza è reciproca. L’atteggiamento pratico delle potenze occidentali nei confronti dei ribelli libici contrasta fortemente con il loro atteggiamento nei confronti dell’UCK (“Esercito di liberazione del Kossovo”) prima e durante la guerra del 1999, o con il loro atteggiamento nei confronti dell’Alleanza del Nord prima e durante i loro bombardamenti sull’Afghanistan iniziati nell’ottobre del 2001. Si consideri la continua insistenza, improntata all’islamofobia, dei media occidentali sul ruolo degli “islamisti” nella ribellione libica, utilizzata come pretesto per non rifornire i ribelli di armi e la si paragoni alla loro compiacenza verso la presenza di gruppi simili tra le forze kosovare, per non insistere sul fatto che l’Alleanza del Nord in Afghanistan (il cui vero nome è “Fronte Unito Islamico per la Salvezza dell’Afghanistan”) è composta in maggioranza da gruppi cresciuti all’ombra del fondamentalismo, che sono soltanto lievemente meno estremisti dei Talebani veri e propri. I media occidentali denunciano ipocritamente i fondamentalisti islamici quando essi sono antioccidentali, ma rimangono tuttora molto prudenti sullo stato più fondamentalista del pianeta, che è anche il principale sostenitore mondiale dei gruppi più reazionari del fondamentalismo islamico, cioè sul Regno Saudita.

I media occidentali non si sono mai preoccupati dell’eterogeneità delle forze afghane raggruppate nell’Alleanza del Nord, alla quale hanno consegnato il potere in Afghanistan. E ancora nel 1992 – dopo la sconfitta del regime di Najibullah che era stato sostenuto da Mosca sino alla scomparsa, l’anno precedente, dell’Unione Sovietica – proprio le stesse componenti dell’Alleanza del Nord avevano trasformato l’Afghanistan in un caotico campo di battaglia che ha materializzato l’hobbesiana “guerra di tutti contro tutti” Lo ”Stato Islamico di Afghanistan” si è rivelato un tale sanguinoso disastro, che i Talebani hanno ottenuto una vittoria relativamente facile nel 1996. Ovviamente Washington non aveva presenti tali preoccupazioni quando decise di far cadere i Talebani sotto l’azione congiunta delle truppe dell’Alleanza del Nord e delle sue forze aeree – con una media di 85 incursioni al giorno durante i 76 giorni dall’inizio delle operazioni in ottobre sino al 23 dicembre 2001 (cioè a dire il 50 percento in più della media delle incursioni sulla Libia).

Il carattere paradossale dell’intervento dell’Occidente in Libia è stato sottolineato da diversi osservatori, che hanno visto il suo nucleo razionale gravitare attorno al controllo della stabilità nella Libia del “dopo-Gheddafi”. Molti simpatizzanti della rivolta libica – alcuni dei quali, me compreso, avevano espresso comprensione per il fatto che Bengasi invocasse “il diavolo” a sostenerla contro un massacro annunciato – sin dal primo giorno hanno messo in guardia i ribelli raccomandandogli di non dipingere questo diavolo come un angelo nemmeno in questo frangente e di non incoraggiare illusioni sulle reali motivazioni dell’Occidente. Queste prime ipotesi sono state ben presto confermate dal’evoluzione della situazione in Libia, sino al punto che adesso si è diffusa nei circoli arabi antioccidentali la consapevolezza che la NATO stia deliberatamente prolungando la guerra e con essa l’esistenza del regime di Gheddafi. Questa convinzione è stata articolata con chiarezza da Munir Shafiq, un ex leader della corrente maoista interna alla Al-Fatah di Yasser Arafat e segretario generale del Congresso Nazionalista Islamico (un contenitore di vari partiti e personalità, che include i Fratelli Musulmani, Hamas ed Hezbollah, in un trafiletto pubblicato in arabo su Aljazeera.net (4 di luglio):

«Nessuno può capire le ragioni per cui gli aeroplani della NATO si concentrino a Tripoli su obiettivi che sono praticamente un’esca, mentre permette che Misurata e altre città siano attaccate con missili, artiglieria e bombardieri. Inoltre permette anche che i battaglioni di Gheddafi si muovano indisturbati in campo aperto, senza essere attaccati. Dov’è allora la protezione dei civili e in cosa consiste l’aiuto al popolo per sbarazzarsi di Gheddafi?

Le posizioni dell’America e della NATO sono in fragrante cospirazione contro la rivoluzione del popolo libico e lasceranno stare le forze armate di Gheddafi finché non otterranno il controllo del CNT e probabilmente anche di qualche capo militare. Vorrebbero soltanto far cadere Gheddafi, mentre cospirano contro il popolo, contro la rivoluzione e contro il futuro della Libia».

Echi di un simile sospetto si sono propagati anche tra gli stessi ribelli libici, come è dimostrato dalle dichiarazioni di uno dei loro leader locali al quotidiano di Beirut Al-Akhbar (2 giugno):

«Secondo Abu-Bakr al-Farjani, portavoce del consiglio cittadino di Sirte, che aderisce al fronte d’opposizione del CNT, la stessa NATO ha progredito lentamente nelle operazioni militari contro le divisioni di Gheddafi, tanto da mantenerlo più a lungo al potere e per alzare in tal modo il prezzo che le opposizioni dovranno pagare alle potenze mondiali e ai più importanti monopoli che stanno dietro di loro.»

I piani della NATO per la Libia.

Non si tratta qui delle proiezioni fantasmatiche di una certa inclinazione mediorientale verso la teoria della cospirazione. Queste sensazioni corrispondono invece ai fatti reali che stanno in campo, come la dislocazione degli attacchi della NATO, così come è stato spiegato da Tom Dale su The Guardian  online (4 luglio). Questo piano è stato inoltre rivelato, tra tutti questi testimoni di una autentica cospirazione dei poteri forti della NATO contro il futuro della Libia, anche da Andrew Mitchell, il segretario del Regno Unito per lo sviluppo mondiale, il 28 di giugno. Il “progetto per la stabilità” pensato  da un “team per una soluzione stabile” a guida britannica (che include la Turchia) in una cinquantina di pagine disegna un ”Dopo-Gheddafi” in cui il “Re dei re” si ritirerà dal potere o sarà abbattuto. Questo perché, nonostante i continui tentativi occidentali di convincere il CNT a sottoscrivere un accordo con lo stesso Gheddafi, proprio mentre, negli ultimi mesi, veniva regolarmente dato come in fuga su tutti i media, il CNT ha fatto chiaramente capire che la cacciata di Gheddafi insieme ai suoi figli per la ribellione libica non è negoziabile. Persino la prospettiva di offrire a Gheddafi un confortevole rifugio in Libia, che è stato evocato tra mille esitazioni e timidezze dal CNT sotto le pressioni occidentali, è stata rapidamente abbandonata a causa delle proteste tra le truppe ribelli.

Un protagonista chiave dei tentativi occidentali di siglare un patto con la cerchia intima di Gheddafi è suo figlio, Saif al-Islam, l’uomo che si era comprato un dottorato (su società civile e democratizzazione) presso la London School of Economics e si era assicurato visite e consigli da parte, tra gli altri, di Richard Perle, Anthony Giddens, Francis Fukuyama, Bernard Lewis, Benjamin Barber e Joseph Nye, per dare lustro alla Libia e a Muammar Gheddafi. Saif ha dichiarato al quotidiano algerino  Al-Khabar (11 luglio, in lingua araba) che il governo francese, a dispetto delle sue posizioni ufficiali sulla Libia, stava negoziando con Tripoli:

«Stiamo tenendo nuovi negoziati con la Francia, dove abbiamo dei contati. La Francia ci ha detto che il Coniglio Nazionale di Transizione le è subordinato. I Francasi ci hanno persino detto che se raggiungeranno un accordo con noi a Tripoli, imporranno un cessate il fuoco al CNT. Affermo che se la Francia vuole vendere aerei Raffaele, se loro desiderano continuare a fare affari con il petrolio, se vogliono far tornare in Libia le loro aziende, è necessario che dialoghino con il legittimo governo della Libia e con il popolo libico per mezzo di canali pacifici e riconosciuti».

Il “Re dei re”, per parte sua, non si mostra disposto a cedere. Il 23 luglio ha ribadito la sua radicale condanna dei popoli tunisino ed egiziano rei di aver rovesciato i propri dittatori. In ogni caso il piano della NATO sostenuto dalla Gran Bretagna è basato su uno scenario che implica il cessate il fuoco tra il regime e i ribelli”, intendendo che gli apparati e i gerarchi del regime dovranno restare in campo.

Il principale interesse che filtra dal piano della NATO ispirato dall’Inghilterra è evitare di ripetere la catastrofica gestione della situazione in Iraq dopo l’invasione occidentale. Là l’amministrazione Bush è stata costretta a scegliere tra la cooptazione del grosso dell’amministrazione statale ba’athista[2] e la sua totale distruzione. Ha poi optato per questa seconda soluzione sostenuta da Ahmed Chalabi e dai neocons con il loro fallimentare progetto di uno stato iracheno ridotto ai minimi termini e a un protettorato degli Stati Uniti. Di conseguenza, il nuovo piano di penetrazione in Libia, ispirato allo scenario desiderato dalla CIA, coincide con quello che era stato scartato per l’Iraq. Come ha spiegato Mitchell, si basa sulla «raccomandazione che la Libia non segua l’esempio iracheno sciogliendo l’esercito: questo è stato giudicato da alcuni ufficiali un errore strategico, che molto ha aiutato gli insorgenti nelle delicate e instabili vicende successive al rovesciamento di Saddam Hussein.

La stessa preoccupazione riguardo al CTN è stata condivisa dal ministro degli esteri britannico William Hague a un giorno dalla sua visita a Bengasi, il 5 giugno: «No alla de-baathificazione[3], questo [i ribelli l’hanno] sicuramente imparato. – dice Hague – Essi hanno ora bisogno di diffondere più efficacemente la loro volontà di convincere i membri dell’attuale regime che questa strategia può effettivamente funzionare». E ancora la medesima preoccupazione determina l’atteggiamento delle potenze occidentali nei confronti dello sviluppo dei moti rivoluzionari in Siria. La loro influenza in Libia, nello stato attuale, è comunque maggiore. La descrizione che ci fa Mitchell della “ferma intenzione” da parte della NATO e dei suoi alleati di amministrare la Libia nel “Dopo-Gheddafi” – a meno di qualche “colpo subito sul campo” – è così esilarante che ci si chiede se non stesse parlando a vanvera:

«L’Unione Europea, la Nato e le Nazioni Unite si farebbero carico della sicurezza e della giustizia; l’Australia, la Turchia e l’Onu contribuirebbero alla ricostruzione con i servizi di base; la Turchia, gli Stati Uniti e le istituzioni finanziarie internazionali dirigerebbero l’economia – ma, aggiunge Mitchell – è assolutamente necessario che il progetto nel suo insieme rimanga nelle mani dei libici. Questo è fare un favore al popolo libico».

Questo Piano A non è stato varato senza un Piano B che segnala quanto poco le potenze occidentali ritengano probabile un’ordinata transizione (per ripetere la formula che è stata ripetuta come un  mantra dall’amministrazione Obama a proposito dell’Egitto). In un servizio sul progetto lanciato dal Regno Unito, il Wall Street Journal ha rivelato (29 giugno) che i comandi militari delle Nazioni Unite stanno preparando un “piano d’emergenza” che comporta “il dispiegamento di un esercito multinazionale” che “potrebbe tranquillamente includere anche forze armate provenienti dalle nazioni dell’area, come la Turchia, la Giordania e forse da alcuni stati dell’Unione Africana. Uno dei sostenitori di una tale opzione militare è, come ci si poteva aspettare, uno dei capi occidentali più ostili ai ribelli libici, il Generale Carter Ham, attuale comandante del contingente militare degli Stati Uniti in Africa (US AFRICOM). Il generale condivide questo orientamento con i militari algerini che ha incontrato ai primi di giugno per metterli in guardia dal rischio che le armi che circolano in Libia possano finire nelle mani di Al-Qaeda. (Un’altra causa dell’ostilità di Algeri è la probabile emancipazione dei berberi nella Libia occidentale).

Il CNT libico non ha impiegato molto tempo a sottrarsi alle indicazioni della NATO e a elaborare un proprio piano militare, sottraendosi naturalmente in tal modo dal soddisfare l’ossessione occidentale per l’esempio iracheno. Una copia di 70 pagine di questo programma libico per una fuga di notizie è arrivata al Times di Londra, che ne ha pubblicata una sintesi l’8 di agosto. Il documento riporta dettagliatamente una visione talmente incredibile, che i suoi autori possono tranquillamente essere accusati di aver cercato di compiacere i loro superiori della NATO:

«Si rivendica il fatto che un contingente di 800 ufficiali dei servizi del governo di Gheddafi sia stato reclutato segretamente alla causa dei ribelli e che sia pronto a costituire la spina dorsale dei nuovi servizi di sicurezza … Il documento sostiene che i gruppi ribelli a Tripoli e nella regione circostante contino 8660 sostenitori, 3255 dei quali fanno parte dell’esercito di Gheddafi. Una defezione di massa da parte degli ufficiali di grado elevato, il 70% dei quali appoggia il regime unicamente per paura, è considerata altamente probabile.»

Dissensi tra le fila dell’opposizione.

Il commento del Times dimostra scetticismo rispetto alle intenzioni del CNT di cooptare al suo interno esponenti del regime. “È facilissimo dimostrare come questo sia non soltanto pericoloso, ma anche contradditorio, con molti dei ribelli determinati a spazzare via tutte le vestigia del vecchio regime.” Come ha rilevato il Wall street Journal nel riportare il piano sostenuto dal Regno Unito,

«Molte bande ribelli si sono trasformate in milizie – alcune delle quali non sopportano di ricevere ordini, o di dover lavorare al fianco di coloro che hanno avuto un ruolo nei servizi di sicurezza del regime del colonnello Gheddafi, e che hanno successivamente cambiato bandiera per unirsi alla ribellione esplosa in febbraio. Alcuni influenti capi della rivolta hanno chiesto l’epurazione dei lealisti da ogni futura istituzione statale e di dare la precedenza a chi ha combattuto contro il regime del colonnello Gheddafi.»

La determinazione dei ribelli a epurare le istituzioni future dal personale che si è schierato a fianco del regime e contro l’insurrezione è la vera chiave per comprendere il paradossale comportamento della NATO che è stato analizzato sopra. Le potenze della NATO non vogliono che i ribelli liberino Tripoli con i loro mezzi, come ha dichiarato senza mezzi termini l’Economist di Londra, il 16 giugno:

«La speranza dei governi occidentali è che i ribelli non conquistino Tripoli dopo un’irresistibile avanzata da est, con i connessi pericoli che essi ricompensino come meritano i lealisti incontrati lungo la strada. Piuttosto preferirebbero che il regime cadesse per cause interne, prima che il popolo di Tripoli insorga per abbattere il colonnello – un’eventualità che i circoli occidentali  pensano debba essere assolutamente evitata.»

Tom Dale ha così interpretato la preferenza della NATO per una “distruzione dall’interno del regime”:

«Ma perché mai le potenze occidentali dovrebbero preferire un colpo di stato da parte del circolo ristretto degli intimi di Gheddafi alla vittoria dell’esercito ribelle? Un simile golpe comporta una composizione negoziata tra gli elementi del vecchio regime ancora fedeli al colonnello e la leadership ribelle, che pure ha reclutato molti esponenti del passato regime. I governi occidentali esigono stabilità ed egemonia e vedono gli esponenti del vecchio regime, ad esclusione della famiglia Gheddafi, come i migliori garanti di questo scenario.»

Quest’ultima asserzione dovrebbe essere spiegata meglio. Prendiamo ad esempio il generale di divisione Abdul-Fattah Younis, una delle figure chiave del regime di Gheddafi, che ha aderito alla rivolta pochi giorni dopo il suo inizio. Capo militare della rivolta libica, finche non è stato recentemente ucciso dopo aver criticato apertamente le azioni della NATO, aveva instaurato una relazione assai conflittuale con l’addetto della CIA, colonnello Khalifa Haftar (ma molti scrivono “Hifter”), che dopo aver vissuto in esilio per un quarto di secolo, per lo più negli Stati Uniti e sul libro paga della CIA, è tornato in Libia e ha ottenuto dal CNT un ruolo militare di alto livello su pressioni di Washington. Quest’uomo è detestato da molti all’interno dell’opposizione libica. Come ha spiegato il giornalista Shashank Bengali sul Real News Network (14 aprile):

«Qui c’è qualche sospetto che i lunghi anni trascorsi da “Hifter” negli Stati Uniti e i suoi supposti legami con la CIA e con altri capi militari statunitensi ne facciano una figura controversa per i libici  fortemente convinti dell’autonomia nazionale della loro rivoluzione. Quindi non vogliono che la ribellione sia controllata da forze estranee come la CIA.»

Il conflitto tra Younis e Haftar ha indotto qualcuno a credere che l’omicidio del primo sia stato commissionato dalla CIA per spianare la strada al secondo. Comunque, Younis non è stato sostituito da Haftar, ma da un altro transfuga dal regime delle prime ore, il generale Suleiman Mahmoud, che prima della sua defezione aveva il comando militare della provincia orientale di Tobruk. Quidi le condizioni non sono sembrate favorevoli agli uomini che mantenevano legami più stretti con gli stranieri, come testimoniano i commenti sullo scioglimento del governo provvisorio da parte del CNT sull’onda dell’assassinio di Younis:

«Anche il rimpasto è sembrato rispondere a una manovra di alcuni di alcuni gruppi di pressione all’interno del movimento ribelle, che comprendono i leader che dall’interno del paese hanno contribuito a dare inizio alla ribellione e rivendicano la loro supremazia sui capi che sono successivamente rientrati dall’esilio e hanno chiesto posizioni chiave. Per mesi hanno lamentato che i membri del governo provvisorio fossero sconosciuti alla maggioranza dei libici, dato che avevano trascorso altrove – soprattutto in Qatar, il paese che si è rivelato il più entusiastico sostenitore della ribellione – gran parte della loro esistenza. Un portavoce dei ribelli ha affermato che al sig. [Mahmoud] Jibril [l’economista neoliberale posto a capo del governo provvisorio dal CNT, dopo aver presieduto la commissione per le riforme neoliberali sotto il regime di Gheddafi dal 2007 sino all’insurrezione], che ben raramente è stato visto a Bengasi, bisognerebbe intanto cominciare a chiedere di passare più tempo in Libia.»

Una spiegazione plausibile dell’assassinio di Abdul-Fattah Younis è stata fornita dal suo collaboratore, Mohammed Agoury, che attribuisce l’omicidio ai membri della brigata ”Martiri del 17 febbraio”. (Secondo un’altra fonte i sicari appartengono a un gruppo islamista che si fa chiamare Brigata Ubaidah Ibn al-Jarrah.) La testimonianza di Agoury permette di gettare uno sguardo sulla composizione complessa ed eterogenea della ribellione:

«La brigata Martiri del 17 febbraio è un gruppo composto da centinaia di civili che hanno preso le armi per unirsi alla ribellione. I suoi combattenti hanno partecipato in prima linea alle battaglie contro l’esercito di Gheddafi, ma hanno anche assunto le funzioni di servizio semiufficiale di sicurezza per le forze d’opposizione. Alcuni tra i suoi leader provengono dal Gruppo Islamico di Combattimento, un gruppo islamista che negli anni ’90 ha condotto una violente campagna contro il regime di Gheddafi. Essi – aggiunge Agoury – diffidano di chiunque abbia sostenuto il regime di Gheddafi. Ed esigono vendetta.»

Un ulteriore evento rivelatore che dimostra l’eterogeneità tra le fila dell’opposizione è stata a “Conferenza per il Dialogo Nazionale” convocata a Bengasi il 28 luglio. Vi hanno partecipato in 350, tra cui gli stessi membri della brigata Martiri del 17 febbraio e gli ex militanti del ramo libico dei Fratelli musulmani, nonostante gli stessi Fratelli musulmani neghino qualsiasi legame con la Conferenza. I membri della Conferenza hanno esaltato l’unità della Libia, il suo carattere islamico, e la necessità di un dialogo nazionale aperto, mentre l’esponente del CNT Al-Amin Belhaj ha dichiarato che sebbene Gheddafi e i suoi figli non possano restare al potere, potrebbero però rimanere in Libia sotto protezione. A quanto pare, alcuni dei partecipanti alla Conferenza erano in contatto con Saif al-Islam Gheddafi, un fatto che ben si accorda con le recenti dichiarazioni di quest’ultimo al New York Times.

«Ho liberato dalle prigione [gli islamisti libici], li conosco personalmente e sono miei amici», ha dichiarato. Ma poi ha aggiunto che ritiene “ovviamente un errore” il loro rilascio, dato il ruolo che hanno assunto nella rivolta.

Una dimostrazione ha avuto luogo davanti all’albergo dove si è tenuta la conferenza. Il servizio di Aljazeera.net ha mostrato un giovane che recava un cartello firmato dai “Giovani della Rivoluzione del 17 febbraio” che diceva: “La Conferenza Nazionale rappresenta solo se stessa”. I manifestanti hanno rivendicato il loro rifiuto di qualsiasi dialogo con Saif al-Islam e i suoi collaboratori. Hanno accusato gli organizzatori di servirsi delle milizie per impadronirsi del potere prima della totale liberazione della Libia. Naima Djibril, una giurista membro del “Comitato per l’inserimento delle donne nei processi decisionali” di Bengasi, ha protestato sulla rete contro l’esclusione delle donne dalla conferenza.

Ulteriori dettagli del progetto del CNT, secondo quanto è stato riportato dal Wall Street Journal (12 agosto), dimostrano una rassicurante consapevolezza della complessità della situazione in Libia e la volontà di affrontarla in modo democratico:

«Il documento programmatico riconosce che la leadership di Bengasi non ha ancora l’appoggio ufficiale delle regioni tuttora controllate dal colonnello Gheddafi e si propone di avviare un procedimento per riservare 25 seggi vacanti in un organo composto da 65 membri a disposizione dei rappresentanti di quelle zone. Secondo il documento, agli attuali membri del consiglio dovrebbe essere vietato di partecipare come candidati alle prime due convocazioni di elezioni nazionali e di accettare incarichi politici nei governi che ne deriveranno … Ancora secondo il documento, un Consiglio Nazionale di Transizione allargato – che includa i nuovi rappresentanti delle regioni ancora controllate da Gheddafi – dovrebbe governare negli otto mesi successivi alla caduta del colonnello Gheddafi, periodo nel quale si terranno le elezioni per l’assemblea costituente e per un congresso nazionale transitorio di 200 membri. La rappresentanza di ciascun distretto sarà valutata in base ai dati del censimento del 2010. Il congresso dovrebbe governare ad interim per meno di un anno; in questo periodo il nuovo progetto di Costituzione dovrebbe essere approvato da un referendum e il nuovo governo stabile della Libia dovrebbe essere eletto in conformità alle regole sancite nella nuova Costituzione.

Si può solo sperare che la realtà rispecchi gli intenti del documento. Ma le probabilità vanno contro la tranquilla applicazione di questo schema, dato il caotico intreccio di forze tribali, etniche e politiche che costituisce la società libica appena uscita da quattro decenni di una delle più folli dittature della storia moderna. La Costituzione provvisoria recentemente pubblicata, basata sul documento programmatico menzionato sopra, è già stata contestata a Bengasi e il CNT è stato accusato di averla elaborata a porte chiuse. La differenza fondamentale tra i tumulti politici in Libia e il quadro che prevale in Egitto è che opposizioni e governo sono territorialmente separati in Libia e che la famiglia al potere è stata cacciata al Cairo, ma non ancora a Tripoli. Come in Egitto, divampa la lotta politica tra i diversi gruppi d’opposizione, alcuni dei quali, presenti soprattutto tra le forze islamiche, sono disponibili al compromesso con le istituzioni di regime, mentre altri soggetti, specialmente quelli giovanili, rifiutano questa prospettiva e si battono per una radicale trasformazione del loro paese. Una differenza ancora più rilevante è l’assenza in Libia del  movimento operaio, che invece ha molta importanza nel processo egiziano.  (comunque, Kamal Abu-Aita, il presidente della nuova Federazione dei Sindacati Indipendenti Egiziani, mi ha detto che una simile federazione indipendente è stata recentemente fondata a Bengasi).

La situazione in Libia – come in Tunisia, in Egitto e in tutti gli altri paesi del Medio Oriente dove si è aperta una fase rivoluzionaria – segnala l’inizio di uno sviluppo tumultuoso e protratto nel tempo.  Questo è il destino di qualsiasi sollevazione rivoluzionaria. Le potenze occidentali incontreranno molte difficoltà nel controllo di questi processi. Non dispongono di truppe terrestri – al di là del fatto che sono stati incapaci di controllare la situazione in paesi dove invece hanno potuto schierare gli eserciti, come in Iraq e in Afghanistan. Il processo di liberazione e autodeterminazione dei popoli è convulso e può anche passare attraverso fasi terribili. Ma senza questo processo e senza la disponibilità a pagarne i costi inerenti, che si possono anche rivelare molto pesanti, il mondo intero vivrebbe ancora sotto regimi assolutisti.


[1] Corsivo del traduttore

[2] Il “Partito Baa’th Arabo Socialista” era il partito unico al potere in Iraq sotto il regime di Saddam Hussein. [NdT]

[3] Vedi nota precedente. L’attuale regime siriano di Hafez Al Assad ha un’analoga espressione partitica. [ NdT]

da:

http://www.jadaliyya.com/pages/index/2401/natos-conspiracy-against-the-libyan-revolution

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