Otto proposte per un’altra Europa

La crisi scuote l’Unione europea fin dalle fondamenta. Per molti paesi, il nodo scorsoio del debito pubblico si è stretto su di loro, e sono presi alla gola dai mercati finanziari. Con la complicità attiva dei governi in carica, della Commissione europea, della Banca centrale europea e dell’Fmi, le istituzioni finanziarie all’origine della crisi si arricchiscono e speculano sui debiti degli Stati. Il padronato approfitta della situazione per lanciare un’offensiva brutale contro una serie di diritti Economici e sociali della maggioranza della popolazione. 

di Eric Toussaint*

La riduzione dei deficit pubblici non si deve fare con la riduzione delle spese sociali pubbliche ma con l’aumento delle entrate fiscali, lottando contro la grande evasione fiscale e tassando di più il capitale, le transazioni finanziarie, il patrimonio e i redditi delle famiglie ricche. Per ridurre il deficit bisogna anche ridurre radicalmente le spese per armamenti e altre spese socialmente inutili e pericolose per l’ambiente. In compenso, è fondamentale aumentare le spese sociali, in particolare per rimediare agli effetti della depressione economica. Ma al di là, bisogna considerare questa crisi come una possibilità di rompere con la logica capitalista e realizzare un cambiamento radicale della società. La nuova logica da costruire dovrà rompere con il produttivismo, integrare il dato ecologico, sradicare le diverse forme di oppressione (razziale, patriarcale, ecc.) e promuovere i beni comuni. Per questo occorre costruire un fronte anticrisi, tanto su scala europea quanto localmente, allo scopo di riunire le energie per creare un rapporto di forza favorevole alla messa in pratica di soluzioni radicali centrate sulla giustizia sociale e climatica. Dall’agosto 2010, il Cadtm ha formulato otto proposte riguardanti la crisi attuale in Europa1. L’elemento centrale è la necessità di procedere all’annullamento della parte illegittima del debito pubblico. Per riuscirci, il Cadtm raccomanda l’attuazione di una revisione del debito pubblico effettuata sotto il controllo dei cittadini. Tale revisione dovrà, in certe circostanze, essere combinata con una sospensione unilaterale e sovrana del rimborso del debito pubblico. L’obiettivo della revisione è di arrivare a un annullamento/ripudio della parte illegittima del debito pubblico e di ridurre fortemente il resto del debito.

La riduzione radicale del debito pubblico è una condizione necessaria ma non sufficiente per fare uscire i paesi dell’Unione europea dalla crisi. Occorre completarla con tutta una serie di misure di grande ampiezza in diversi campi.

 

1. Realizzare una revisione del debito pubblico per annullare la parte illegittima.

Una parte importante del debito pubblico degli Stati dell’Unione europea è illegittima, poiché deriva da una politica deliberata dei Governi che hanno deciso di privilegiare sistematicamente una classe sociale, la classe capitalista, e altri strati privilegiati a detrimento del resto della società. La diminuzione delle imposte sui redditi elevati delle persone fisiche, sul loro patrimonio, sugli utili delle società private, ha portato i poteri pubblici ad aumentare il debito pubblico per colmare il buco lasciato dalla suddetta diminuzione. Hanno anche aumentato fortemente il carico delle imposte sulle famiglie modeste, che costituiscono la maggioranza della popolazione. A questo si è aggiunto, dopo il 2007-2008, il salvataggio delle istituzioni finanziarie private, responsabili della crisi, che è costato carissimo alle finanze pubbliche e ha fatto esplodere il debito pubblico. La diminuzione delle entrate, provocata dalla crisi causata dalle istituzioni finanziarie private, ha dovuto essere nuovamente compensata da prestiti massicci. Questo quadro generale rende illegittima una parte importante dei debiti pubblici.

A ciò si aggiungono, in un certo numero di paesi sottoposti al ricatto dei mercati finanziari, altre fonti evidenti di illegittimità. I nuovi debiti contratti a partire dal 2008 lo sono stati in un contesto in cui i banchieri (e altre istituzioni finanziarie private) utilizzano il denaro, fornito a basso tasso di interesse dalle banche centrali, per speculare e costringere i poteri pubblici ad aumentare le retribuzioni che gli versano. Inoltre, in paesi come la Grecia, l’Ungheria, la Lettonia, la Romania o l’Irlanda, i prestiti accordati dall’Fmi sono stati accompagnati da condizioni che costituiscono una violazione dei diritti economici e sociali delle popolazioni. Fatto aggravante, queste condizioni favoriscono ancor più i banchieri e le altre istituzioni finanziarie. Per queste ragioni, anche queste sono marchiate di illegittimità. Infine, in certi casi, la volontà popolare è umiliata: ad esempio, mentre nel febbraio 2001 gli irlandesi hanno votato a larga maggioranza contro i partiti che avevano fatto regali ai banchieri e avevano accettato le condizioni imposte dalla Commissione Europea e dall’Fmi, la nuova coalizione di Governo prosegue grosso modo la stessa politica dei suoi predecessori. Più in generale, si assiste in certi paesi a una emarginazione del potere legislativo a favore di una politica del fatto compiuto, imposta dal potere esecutivo che stipula accordi con la Commissione europea e l’Fmi. Il potere esecutivo presenta successivamente al Parlamento l’accordo che è da prendere o lasciare. Accade anche che sia organizzato un dibattito senza voto su soggetti di primaria importanza. La tendenza del potere esecutivo di trasformare l’organo legislativo in una camera di registrazione si rafforza.

In questo contesto estremamente inquietante, sapendo che una serie di Stati si troverà ben presto di fronte al rischio concreto di insolvenza per mancanza di liquidità, e che il rimborso di un debito illegittimo è per principio inaccettabile, è opportuno pronunciarsi chiaramente per l’annullamento dei debiti illegittimi. Annullamento il cui costo deve essere sostenuto dai colpevoli della crisi, cioè le istituzioni finanziarie private. Per paesi come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, o paesi dell’Europa dell’Est (e al di fuori dell’Ue, paesi come l’Islanda), cioè paesi sottoposti al ricatto degli speculatori, dell’Fmi e di altri organismi come la Commissione europea, è opportuno ricorrere a una moratoria unilaterale del rimborso del debito pubblico. Questa proposta diventa popolare nei paesi più colpiti dalla crisi.

A Dublino, alla fine di novembre del 2010, in un sondaggio di opinione realizzato al telefono su 500 persone, il 57 per cento degli irlandesi interrogati si sono pronunciati a favore di una sospensione del pagamento del debito (default in inglese) piuttosto che per l’aiuto d’urgenza dell’Fmi e di Bruxelles. «Default! Say the people» (il popolo è per la sospensione del pagamento) era il titolo del Sunday Independent, il principale quotidiano dell’isola. Secondo il Cadtm, una tale moratoria unilaterale deve essere combinata con una revisione dei prestiti pubblici (con la partecipazione dei cittadini). La revisione deve permettere di portare al Governo e all’opinione pubblica le prove e gli argomenti necessari all’annullamento/ripudio della parte del debito identificata come illegittima. Il diritto inter-nazionale e il diritto interno dei paesi offrono una base legale per una tale azione sovrana unilaterale di annullamento/ripudio. Per i paesi che ricorrono alla sospensione del pagamento, il Cadtm, sulla base della sua esperienza sulla questione del debito dei paesi del Sud, mette in guardia contro una misura insufficiente, come una semplice sospensione del rimborso del debito, che può rivelarsi controproducente. È necessaria una moratoria senza aggiunta di interessi sul ritardo per le somme non rimborsate.

In altri paesi, come la Francia, la Gran Bretagna o la Germania, non è imperativamente necessario decretare una moratoria unilaterale durante la realizzazione della revisione. Questa deve essere condotta per determinare, anche in questi casi, l’ampiezza dell’annullamento/ripudio al quale occorrerà procedere. In caso di deterioramento della congiuntura internazionale, una sospensione del pagamento può diventare di attualità anche per paesi che si credevano al riparo dal ricatto dei prestatori privati. La partecipazione dei cittadini è la condizione imperativa per garantire l’obiettività e la trasparenza della revisione. La commissione di revisione deve essere composta in particolare dai diversi organi statali interessati e da esperti della revisione delle finanze pubbliche, da economisti, giuristi, costituzionalisti, rappresentanti dei movimenti sociali… Esso permetterà di determinare le diverse responsabilità nel processo di indebitamento, e di esigere che i responsabili, sia nazionali che internazionali, ne rendano conto alla giustizia. In caso di atteggiamento ostile alla revisione da parte del governo in carica, è necessario costituire una commissione di revisione cittadina senza partecipazione governativa.

In tutti questi casi è legittimo che le istituzioni private e le persone fisiche ad alto reddito che detengono titoli di questi debiti sostengano il peso dell’annullamento dei debiti sovrani illegittimi, poiché portano largamente la responsabilità della crisi, della quale per di più hanno largamente profittato. Il fatto che essi debbano sostenere il peso dell’annullamento non è che un giusto ritorno verso una maggiore giustizia sociale. È importante compilare un registro dei detentori di titoli per indennizzare tra questi i cittadini e le cittadine a medio e basso reddito. Se la revisione dimostra l’esistenza di reati legati all’indebitamento illegittimo, gli autori dovranno essere severamente condannati a pagare riparazioni e non devono sfuggire a pene carcerarie in funzione della gravità dei loro atti. Bisogna chiedere che le autorità che abbiano lanciato prestiti illegittimi ne rendano conto alla giustizia.

Anche in questo caso sarà opportuno realizzare una discriminazione positiva a favore dei piccoli possessori di titoli del debito pubblico, che converrà rimborsare normalmente. Per il resto, si dovrà porre un tetto all’importo della parte del bilancio dello Stato destinato al rimborso del debito, in funzione dello stato dell’economia, della capacità dei poteri pubblici di rimborsare e del carattere incomprimibile delle spese sociali. Bisogna ispirarsi a quanto era stato fatto per la Germania dopo la Seconda guerra mondiale. L’Accordo di Londra del 1953 sul debito tedesco, che consisteva essenzialmente in particolare nel ridurre del 62 per cento il capitale del debito, stipulava che il rapporto tra il servizio del debito e gli introiti delle esportazioni non doveva superare il 5 per cento. 

Si potrebbe definire un rapporto di questo tipo: la somma assegnata al rimborso del debito non può eccedere il 5 per cento delle entrate dello Stato. Bisogna anche adottare un quadro legale per evitare la ripetizione della crisi iniziata nel 2007-2008: divieto di socializzare i debiti privati, obbligo di organizzare una revisione permanente della politica di indebitamento pubblico con la partecipazione dei cittadini, imprescrittibilità dei reati legati all’indebitamento illegittimo, nullità dei debiti illegittimi…

 

2. Bloccare i piani di austerità, sono ingiusti e approfondiscono la crisi.

I Governi dei paesi europei, in accordo con le esigenze dell’Fmi, hanno fatto la scelta di imporre ai loro popoli politiche di stretta austerità, con tagli nelle spese pubbliche: licenziamenti nella funzione pubblica, blocco o anche diminuzione degli stipendi dei funzionari, riduzione dell’accesso a certi servizi pubblici vitali e della protezione sociale, allungamento dell’età pensionabile. All’opposto, le imprese pubbliche reclamano, e ottengono,  un aumento delle loro tariffe, mentre il costo dell’accesso alla salute e all’istruzione è a sua volta rivisto verso l’alto. Aumenta il ricorso ad aumenti delle imposte indirette particolarmente ingiuste, in particolare l’Iva. Le imprese pubbliche del settore concorrenziale vengono privatizzate massicciamente. Le politiche di rigore messe in atto sono spinte ad un livello mai visto dopo la Seconda guerra mondiale. Gli effetti della crisi sono in tal modo decuplicati dai pretesi rimedi, che mirano soprattutto a proteggere gli interessi dei detentori di capitali. Insomma, i banchieri festeggiano, i popoli pagano il conto!

Ma i popoli sopportano sempre meno l’ingiustizia di queste riforme, segnate da una regressione sociale di grande ampiezza. In termini relativi, sono i salariati, i disoccupati e le famiglie più modeste quelli costretti a contribuire perché gli Stati continuino a ingrassare i creditori. E nelle popolazioni più colpite le donne sono in prima fila, poiché l’organizzazione attuale dell’economia e della società patriarcale fa pesare su di esse gli effetti disastrosi della precarietà, del lavoro a tempo parziale e sottopagato. Direttamente colpite dal degrado dei servizi sociali pubblici, pagano il prezzo più alto. La lotta per imporre un’altra logica è indissociabile dalla lotta per il rispetto assoluto dei diritti delle donne. 

 

3. Instaurare una vera giustizia fiscale europea e una giusta ridistribuzione della ricchezza. Vietare le transazioni con i paradisi giudiziari e fiscali. Lottare contro la massiccia evasione fiscale delle grandi imprese e dei più ricchi. 

Dal 1980, le imposte dirette sui redditi più elevati e sulle grandi imprese non hanno cessato di diminuire. Nell’Unione europea, dal 2000 al 2008, i tassi superiori di imposta sul reddito e l’imposta sulle società sono diminuite rispettivamente di 7 e di 8,5 punti. Queste centinaia di miliardi di euro di regali fiscali sono state orientate per l’essenziale verso la speculazione e l’accumulazione di ricchezza da parte dei più ricchi.

Bisogna combinare una riforma in profondità della fiscalità al fine della giustizia sociale (ridurre i redditi e i patrimoni dei più ricchi per aumentare quelli della maggioranza della popolazione), con la sua armonizzazione su scala europea per impedire il dumping fiscale. L’obiettivo è un aumento delle entrate pubbliche, in particolare tramite l’imposta progressiva sul reddito delle persone fisiche più ricche (il tasso marginale sulla fascia più elevata di reddito deve essere portato al 90 per cento), l’imposta sul patrimonio a partire da un certo ammontare e l’imposta sulle società. Questo aumento delle entrate deve andare di pari passo con una rapida diminuzione del prezzo di accesso ai beni e servizi di prima necessità (alimenti di base, acqua, elettricità, riscaldamento, trasporti pubblici, materiale scolastico…), in particolare tramite una riduzione forte e mirata dell’Iva su questi beni e servizi vitali. Bisogna anche adottare una politica fiscale che favorisca la protezione dell’ambiente, tassando in maniera dissuasiva le industrie inquinanti.

L’Ue deve adottare una tassa sulle transazioni finanziarie, in particolare sui mercati dei cambi, allo scopo di aumentare le entrate dei poteri pubblici. I diversi G20, malgrado le loro dichiarazioni di intenti, hanno rifiutato di attaccare realmente i paradisi giudiziari e fiscali. Una misura semplice per lottare contro i paradisi fiscali (che fanno perdere ogni anno ai paesi del Nord, ma anche a quelli del Sud, risorse vitali per lo sviluppo delle popolazioni) consiste, per un Parlamento, nel proibire a tutte le persone fisiche e a tutte le imprese presenti sul suo territorio di realizzare qualsiasi transazione passando per i paradisi fiscali, pena un’ammenda di un importo equivalente. Al di là, bisogna sradicare questi buchi neri della finanza, dei traffici criminali, della corruzione e della delinquenza ad alto livello. L’evasione fiscale priva di mezzi considerevoli la collettività e agisce contro l’occupazione. Mezzi pubblici adeguati devono essere assegnati ai servizi delle finanze per lottare efficacemente contro di essa. I risultati devono essere resi pubblici e i colpevoli pesantemente sanzionati.

 

4. Mettere sotto controllo i mercati finanziari, in particolare con la creazione di un registro dei proprietari di titoli, con il divieto delle vendite allo scoperto e della speculazione in una serie di ambiti. Creare una agenzia pubblica europea di valutazione (rating).

La speculazione su scala mondiale supera di molte volte le ricchezze prodotte sul pianeta. L’organizzazione sofisticata del sistema finanziario lo rende totalmente incontrollabile. Gli ingranaggi che suscita destrutturano l’economia reale. L’opacità sulle transazioni finanziarie è la regola. Per tassare i creditori alla fonte, bisogna identificarli. La dittatura dei mercati finanziari deve cessare. La speculazione deve essere vietata in tutta una serie di ambiti. Conviene vietare la speculazione sui titoli del debito pubblico, sulle monete, sugli alimenti. Devono essere altresì vietate le vendite allo scoperto, e i Credit Default Swaps devono essere strettamente regolamentati. Occorre chiudere i mercati Otc (più o meno a transazione diretta) di prodotti derivati che sono veri buchi neri, che sfuggono a ogni regolamentazione e sorveglianza.

Anche il settore delle agenzie di valutazione (rating) deve essere strettamente riformato e inquadrato. Lungi dall’essere lo strumento di una stima scientifica obiettiva, sono strutturalmente parti beneficiarie della mondializzazione neoliberista e hanno scatenato a più riprese catastrofi sociali. Infatti, la degradazione della valutazione di un paese implica un aumento dei tassi d’interesse sui prestiti che gli sono accordati. Di conseguenza, la situazione economica del paese interessato si deteriora ancora di più. Il comportamento gregario degli speculatori decuplica le difficoltà incontrate, che peseranno ancora più sulle popolazioni. La forte sottomissione delle agenzie di valutazione (rating) agli ambienti finanziari nordamericani fa di queste agenzie un attore maggiore a livello internazionale, la cui responsabilità nello scatenamento e nella evoluzione delle crisi non è abbastanza messa in luce dai media. La stabilità economica dei paesi europei è stata messa nelle mani di queste agenzie, senza salvaguardie, senza mezzi di controllo seri da parte del potere pubblico. La creazione di un’agenzia pubblica di valutazione è inevitabile per uscire da questo vicolo cieco.

 

5. Trasferire le banche al settore pubblico sotto il controllo dei cittadini.

Dopo decenni di derive finanziarie e di privatizzazioni, è ora di far passare il settore del credito all’ambito pubblico. Gli Stati devono ritrovare la capacità di controllo e di orientamento dell’attività economica e finanziaria. Devono altresì disporre di strumenti per realizzare investimenti e finanziare le spese pubbliche riducendo al minimo il ricorso al prestito presso istituzioni private o/e straniere. Bisogna espropriare senza indennizzo le banche per trasferirle al settore pubblico sotto il controllo dei cittadini. In certi casi, l’esproprio delle banche private può rappresentare un costo per lo Stato in ragione dei debiti che esse hanno potuto accumulare. Il costo in questione deve essere recuperato sul patrimonio generale dei grandi azionisti. Infatti, le società private che sono azioniste delle banche e che le hanno condotte verso l’abisso facendo lauti profitti detengono una parte del loro patrimonio in altri settori dell’economia. Si deve dunque fare un prelievo sul patrimonio generale degli azionisti. Si tratta di evitare al massimo di socializzare le perdite. L’esempio irlandese è emblematico, il modo in cui la nazionalizzazione della Allied Irish Bank è stato effettuato è inaccettabile. Occorre trarne le lezioni.

 

6. Socializzare le numerose imprese e i servizi privatizzati dal 1980.

Una caratteristica di questi ultimi trent’anni è stata la privatizzazione di un buon numero di imprese e servizi pubblici. Dalle banche al settore industriale, passando per le poste, le telecomunicazioni, l’energia e i trasporti, i Governi hanno consegnato ai privati interi settori dell’economia, perdendo nel  passaggio   ogni   capacità di regolazione dell’economia. Questi beni pubblici, generati dal lavoro collettivo, devono ritornare nell’ambito pubblico. Si tratterà di creare nuove imprese pubbliche e di adattare i servizi pubblici secondo i bisogni della popolazione per rispondere in particolare alla problematica del cambiamento climatico, con la creazione, per esempio, di un servizio pubblico di isolamento degli alloggi.

 

7. Ridurre radicalmente il tempo di lavoro per creare occupazione aumentando i salari e le pensioni.

Ripartire diversamente le ricchezze è la risposta migliore alla crisi. La parte destinata ai salariati nelle ricchezze prodotte è diminuita nettamente da vari decenni, mentre i creditori e le imprese hanno aumentato i profitti per dedicarli alla speculazione. Aumentando i salari, non solo si permette alle popolazioni di vivere degnamente, ma si rafforzano anche i mezzi che servono al finanziamento della previdenza sociale e dei regimi pensionistici.

Diminuendo il tempo di lavoro senza riduzione di salario e creando posti di lavoro, si migliora la qualità della vita dei lavoratori, si fornisce un’ occupazione a quelle e quelli che ne cercano. La riduzione radicale del tempo di lavoro offre anche la possibilità di mettere in pratica un altro ritmo di vita, una maniera diversa di vivere in società allontanandosi dal consumismo. Il tempo guadagnato in favore del tempo libero deve permettere l’aumento della partecipazione attiva delle persone alla vita politica, al rafforzamento delle solidarietà, alle attività di volontariato e alla creazione culturale. 

8. Rifondare democraticamente un’altra Unione europea basata sulla solidarietà.

Molte disposizioni dei trattati che reggono l’Unione Europea, l’eurozona e la Bce devono essere abrogate. Ad esempio, bisogna sopprimere gli articoli 63 e 125 del trattato di Lisbona, che vietano ogni controllo dei movimenti di capitali e ogni aiuto a uno Stato in difficoltà. Si deve altresì abbandonare il Patto di stabilità e di crescita. Di più, si devono sostituire i trattati attuali con dei nuovi, nel quadro di un vero processo costi-mente democratico, per arrivare a un patto di solidarietà dei popoli per l’occupazione e l’ecologia. Si deve rivedere completamente la politica monetaria nonché lo statuto e la pratica della Banca centrale europea. L’incapacità del potere politico di imporre alla Bce di creare moneta è un handicap molto pesante. Creando questa Bce al di sopra dei Governi e quindi dei popoli, l’Unione europea ha fatto una scelta disastrosa, quella di sottomettere l’umano alla finanza, invece del contrario. Quando numerosi movimenti sociali hanno denunciato statuti troppo rigidi e profondamente inadatti, la Bce è stata costretta a cambiare modo di agire nel momento più acuto della crisi, modificando d’urgenza il ruolo che le è stato concesso. Sfortunatamente, ha accettato di farlo per cattive ragioni: non perché siano presi in considerazione gli interessi dei popoli, ma perché siano preservati quelli dei creditori. È la prova che le carte devono essere rimescolate e ridistribuite: la Bce deve poter finanziare diret-tamente degli Stati preoccupati di raggiungere obiettivi sociali e ambientali che integrino perfettamente i bisogni fondamentali delle popolazioni. Oggi, attività economiche molto diverse sono finanziate in modo simile, come l’investimento nella costruzione di un ospedale o un progetto puramente speculativo. Il potere politico deve almeno prendere in considerazione di imporre costi molto diversi agli uni e agli altri: devono essere riservati tassi bassi agli investimenti socialmente giusti ed ecologicamente sostenibili, tassi molto alti, se non addirittura inaccettabili quando la situazione lo esige, per le operazioni di tipo speculativo, che è altresì auspicabile vietare puramente e semplicemente in certi ambiti (vedi sopra). Una Europa basata sulla solidarietà e la cooperazione deve permettere di voltare le spalle alla concorrenza e alla competizione, che tirano «verso il basso». La logica neoliberista ha portato alla crisi e rivelato il proprio fallimento. Ha spinto gli indicatori sociali al ribasso: meno protezione sociale, meno posti di lavoro, meno servizi pubblici. I pochi che hanno profittato di questa crisi l’hanno fatto calpestando i diritti della maggioranza degli altri. I colpevoli hanno guadagnato, le vittime pagano! Questa logica, che sottende tutti i testi fondatori dell’Unione europea, Patto di stabilità e di crescita in testa, deve essere spezzata: non è più sostenibile. Un’altra Europa, basata sulla cooperazione fra Stati e la solidarietà fra i popoli, deve diventare l’obiettivo prioritario. Per questo, le politiche budgetarie e fiscali, poiché le economie europee presentano forti disparità, devono essere non uniformizzate ma coordinate, perché alla fine emerga una soluzione “verso l’alto” Devono imporsi politiche globali su scala europea, comprendendo investimenti pubblici massicci per la creazione di impieghi pubblici nei settori essenziali (dai servizi di prossimità alle energie rinnovabili, dalla lotta contro il cambiamento climatico ai settori sociali di base). Quest’altra Europa democratizzata deve, per il Cadtm, operare per imporre principi non negoziabili: rafforzamento della giustizia fiscale e sociale, scelte volte alla elevazione del livello e della qualità di vita dei suoi abitanti, disarmo e riduzione radicale delle spese militari (compresi il ritiro delle truppe europee dall’Afghanistan e partenza della Nato), scelte energetiche durevoli senza ricorso al nucleare, rifiuto degli organismi geneticamente modificati (Ogm). Deve anche risolutamente mettere fine alla propria politica di fortezza assediata verso i candidati alla immigrazione, per diventare un partner equo e veramente solidale nei riguardi dei popoli del Sud del pianeta. 

*Eric Toussaint, dottore in Scienze Politiche delle università di Liegi e Parigi Vili, presidente del Cadtm Bel­gio , membro del Consiglio in­ternazionale del Forum sociale mondiale e della Commissione presidenziale di revisione inte­grale del debito (Caie) dell’Ecua­dor e membro del Consiglio scientifico di Attac Francia. Traduzione dal francese di Gigi Viglino. 

Articolo pubblicato da Erre  n°44 giugno/luglio/agosto 2011

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