Italia e Grecia: una faccia, una razza!

di Bruno Demartinis – Attac Genova –

L’incubo si sta materializzando. Un bel governo d’union sacrée nominato direttamente dalla BCE e – beninteso- anche dal FMI e dalle altre organizzazioni del comando capitalistico planetario – con l’ovvia benedizione del Colle e dei mercati, di cui il presidente della Repubblica è agente fedele ed efficiente.

Italia e Grecia si trovano ora di fatto ad essere declassati a protettorati delle istituzioni economiche internazionali, a vedere la propria sovranità ridotta a un lumicino. I loro governi non faranno altro che applicare la cura da cavallo imposta da una neoaristocrazia che rivendica il suo potere e che giustifica le sue pretese di nobiltà con la forza dei suoi capitali e con la pervasività del suo dominio mediatico. In comune con la vecchia aristocrazia ha la vocazione ancestrale di rubare ai poveri per dare ai ricchi, cioè di impoverire il 99 percento (per usare una metafora tanto fortunata ed efficace sul piano della comunicazione, quanto irrealistica e in un certo senso illusoria) pur di continuare a garantirsi ricchezza e privilegi.

Sono fatti come questi che rendono rivoluzionaria e sovversiva qualsiasi coerente rivendicazione di democrazia reale. Cioè diretta e rivoluzionaria.

Nelle vite parallele di Mario Monti e di Lucas Demetrios Papademos – come in quelle, altrettanto parallele, di Romano Prodi e di Mario Draghi – la fedeltà al capitale industrial-finanziario emerge granitica e inossidabile.

Così come emerge un minimo comun denominatore che si chiama Golden Sachs. Quasi un certificato di garanzia. Tutti questi personaggi hanno svolto importanti ruoli nella direzione di questo colosso finanziario, che guarda caso si è salvato dalla crisi con i soldi degli Stati per poi chiederne ancora e, attraverso i meccanismi del prestito e gli interessi usurai, di nuovo ancora – seguendo paradigmi che si sono consolidati negli ultimi trent’anni.

Così come emerge il sostanziale esautoramento di qualsiasi sovranità e di qualsiasi parvenza di democrazia formale, cioè borghese, come si sarebbe detto ancora qualche decennio fa. Allo Stato, che è ben lungi dall’estinguersi, rimane essenzialmente il monopolio della forza: la guerra e la repressione del malessere e dell’indignazione sociale delle moltitudini escluse, della parte dei senza parte, cioè del proletariato.

In Italia e in Grecia i nuovi governi dovranno innanzitutto assumersi l’ingrato (?) compito della macelleria sociale: l’attacco alle pensioni per risanare il debito, aumentando lo sfruttamento e facendo scempio del diritto alla previdenza che i nostri nonni cominciarono a conquistare già un secolo fa; i licenziamenti più facili, anche senza giusta causa, possibilmente riducendo al minimo o eliminando del tutto le tutele legali; la privatizzazione dei beni comuni con relativa regressione all’Ottocento liberista, ulteriori dismissioni del patrimonio fondiario e immobiliare della nazione. E del resto non è che ci si potesse aspettare poi altro da un economista che è stato membro per dieci anni della commissione Europea, International advisor della Golden Sachs e presidente europeo della Trilateral di Rockfeller (e i quarti di nobiltà di Demetrios Papademos, che è già salito sul ponte di comando della Grecia neocoloniale, non sono certo da meno).

Non mi pare vi siano dubbi eccessivi su come si vorrà gestire la crisi da parte delle classi dominanti e dei loro governi, a livello internazionale, in Eurolandia e nella provincia italiana: cedere alla rapina dei banchieri e accogliere le ricette del capitalismo tossico che tutte le confindustrie nazionali vorranno costringerci a ingurgitare.

La regia istituzionale del presidente Giorgio Napolitano è stata tutta improntata in questo senso. Il dissidio tra il Colle e il governo Berlusconi non è esploso quando sono stati criminalizzati gli immigrati ed è stato violato l’articolo 3 della Costituzione, che insiste sull’eguaglianza giuridica dei cittadini a prescindere dalle condizioni personali e sociali, né quando sono stati calpestati i diritti sindacali residui; così come non abbiamo visto nemmeno un ditino alzato sul conflitto d’interesse o sui reati penali dell’ex premier. Il presidente si è limitato a invitare entrambe le parti ad abbassare i toni. Poi ha cominciato ad intervenire spingendo una destra recalcitrante alla guerra in Libia, ovviamente violando, e non certo per primo, l’articolo 11 della Carta e soprattutto gestendo la crisi di governo e il passaggio da Berlusconi a Monti, che era stato preventivamente nominato senatore a vita proprio per iniziativa del Colle. Nessuno aveva mai fatto tanto per il passaggio a una repubblica presidenziale. Del resto sono proprio i mercati a reclamare una fase costituente che riduca il potere nel minor numero di mani possibili: è infatti il modo più efficace per gestire i massacri sociali. Napolitano si è semplicemente adeguato con intima convinzione e la sedicente “opposizione” parlamentare ha naturalmente compiuto con entusiasmo la stessa scelta. E dato che il Partito Democratico è l’azionista di maggioranza sia di questa pallida opposizione che del sindacalismo un tempo concertativo, anche le confederazioni sindacali si sono rapidamente adeguate.

Certo, la caduta di Berlusconi è in quanto tale un fatto positivo: è crollata, insieme all’anziano satrapo, tutta la sua corte grottesca, feroce e criminale. Ma siamo proprio così sicuri che quella metastasi sociale che ha prodotto e nutrito il berlusconismo si sia estinta o sia stata in qualche modo sconfitta da mitici anticorpi? Sembrerebbe purtroppo di no.

Berlusconi è caduto perché è stato comprensibilmente sfiduciato dalle oligarchie europee ed internazionali, non c’è stato affatto un abbattimento del sistema di potere del Caimano da parte di un movimento di massa: al massimo c’è stata un po‘ di tifoseria antiberlusconiana che si è espressa – e post factum – soltanto a Roma e che ha tirato un sospiro di sollievo perché qualcuno l’ha liberata dal vecchietto priapista. Ma appunto qualcuno l’ha liberata, cioè è arrivata un’armata straniera: non un 25 aprile dunque, dato che non c’è stata alcuna guerra partigiana: anzi in realtà non c’è nemmeno stato uno straccio di autentica opposizione parlamentare; lo stesso paragone con il 25 luglio regge quindi poco. Il livello bassissimo del personale politico berlusconiano non è stato infatti in grado di produrre nemmeno un Gian Galeazzo Ciano e Berlusconi non è su un qualche Gran Sasso, ma se ne sta comodamente alla Camera tra strette di mano a Monti, pacche sulle spalle degli amici e dei meno amici e naturalmente fiducia al nuovo gabinetto “tecnico” di unità nazionale.

Non solo: la caduta del governo di destra ha spianato la strada a un’oligarchia tecnocratica non eletta da nessuno e quindi doppiamente incontrollabile: sia nella sua veste di esecutivo “tecnico” dotato di una maggioranza parlamentare di un’ampiezza notevolissima, sia perché vanta un investitura forte garantita dalle istituzioni dell’economia capitalista internazionale, dalla Commissione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale.

Il governo Monti è dunque anche l’ennesimo colpo a una democrazia borghese e rappresentativa già duramente provata e devastata dal ventennio breve berlusconiano. E svela ormai senza alcun pudore che democrazia e capitalismo non sono più compatibili. Naturalmente non lo sono mai stati, se si intende la democrazia nel suo significato etimologico di “potere del popolo”. Ma quello a cui stiamo assistendo ora in Italia e in Grecia e un po’ in tutto il mondo è il divorzio tra democrazia borghese e capitalismo per incompatibilità funzionale.

Se poi andiamo a vedere chi sono i nuovi ministri emerge con una chiarezza solare che queste donne e questi uomini sono espressione diretta della finanza e delle banche, del capitale industriale, della lobby nuclearista, dei privatizzatori dei beni comuni, della casta militare e del Vaticano. Diventa ministro della guerra l’ammiraglio Gianpaolo Di Paola, un generale della Nato (ed ecco che i militari tornano al governo); Corrado Passera, ministro alle infrastrutture e ad di Intesa San Paolo, è il secondo banchiere sul ponte di comando, dopo il presidente del consiglio; Francesco Profumo, che succede a Maria Stella Gelmini, non è solo un barone universitario, ma è anche membro di numerosi consigli di amministrazione nelle industrie degli armamenti e nelle banche; mentre il nuovo titolare del ministero della sanità, Renato Balduzzi, ha diretto nel 2005 la campagna per l’astensione al referendum sulla procreazione assistita ed è legato agli ambienti vaticani.

Si tratta di cambiamenti politici di enorme portata, che fanno presagire quali e di che segna saranno le riforme strutturali che seguiranno l’approvazione della legge di stabilità, che ha rappresentato il biglietto da visita di questo governo e il dono che Monti ha portato ai potenti d’Europa. Pare proprio che la borghesia capitalistica in questa fase non abbiano più alcun bisogno dell’intralcio di un comitato d’affari che gestisca professionalmente la politica in sua rappresentanza: ora trova necessario governare direttamente. Tantomeno sopporterà qualsiasi espressione elettorale referendaria: infatti Papademos ha appena abolito il referendum greco sulla manovra economica e non è difficile prevedere che il nuovo governo italiano farà carta straccia del voto del 12 e del 13 giugno.

D’altra parte i popoli del mondo si stanno risvegliando: la Primavera Araba non è finita: anche se ha subito dei colpi e registrato alcune battute d’arresto, il processo rivoluzionario, come dimostra la resistenza di Piazza Tahrir, non si è fermato. La Spagna delle acampadas non è ritornata a casa, ma ha anzi organizzato una enorme manifestazione a Madrid il giorno precedente alle elezioni politiche del 20 novembre. Così come continua a resistere e ad allargarsi sul territorio dell’Unione il movimento statunitense. Il gigante (cioè il proletariato nordamericano) non solo si è svegliato, ma sta dimostrando una grande maturità negli obiettivi e nei programmi.

Anche in Italia, nonostante tutto, i movimenti non sono stati sconfitti e permangono le ragioni e le possibilità del conflitto sociale. Nonostante tutto il consenso mediatico a questo direttorio imprenditoriale e bancario, lo stato d’animo che si percepisce tra i settori più attenti e consapevoli del lavoro salariato, nelle fabbriche, negli uffici e nelle scuole è sintetizzabile in questa battuta: «siamo caduti dalla padella nella brace». In questa transizione autoritaria non c’è proprio nulla per cui far festa!

In (quasi) tutto il mondo si percepisce la richiesta di giustizia sociale, di libertà nelle scelte individuali e nelle determinazioni di genere e si delinea attraverso il rifiuto del debito, la dichiarazione di insolvenza, la lotta per i beni comuni. Ovunque si rivendica l’autodeterminazione e il potere decisionale, cioè la democrazia diretta.

In questo senso le rivendicazioni democratiche, unite alla difesa di quanto rimane dei beni comuni e alla lotta per il loro ampliamento rappresentano altrettanti fondamentali tasselli, ma non certo i soli, di un programma di transizione adattato al XXI secolo.

Genova, 20 novembre 2011.

da  http://sinistracriticagenova.wordpress.com/2011/11/20/italia-e-grecia-una-faccia-una-razza/#more-519

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