La strana gioventù che odia la velocità (ma ha capito più dei vecchi)

di Silvia Parodi *

Genova, 4 Marzo 2012

Dopo il pranzo domenicale a casa di mammà, mi capita tra le mani Repubblica che io ormai da almeno un anno ho smesso di comprare e leggere. Sfogliandolo mi cade l’occhio sull’editoriale di Scalfari intitolato “Una strana gioventù che odia la velocità”. Il fondatore del quotidiano in particolare si stupisce “della posizione degli studenti, ostile all’alta velocità”.

Oibò, a me invece stupisce il suo stupirsi! Capisco che lui non appartiene più alla categoria dei giovani, ma da giornalista navigato forse dovrebbe essere un po’ più a conoscenza delle aspirazioni e dei sentimenti del mondo giovanile, o quantomeno cercare di informarsi.

Io non sono molto giovane, vado per i 40, ma sono comunque più giovane di Scalfari, e allora provo a spiegargli qualcosa di questi “strani giovani”. Perché la differenza di visione e lo stupore hanno le loro origini proprio nell’età anagrafica. I giovani, a differenza di Scalfari, pensano al loro futuro. E quello che sarà l’Italia o il mondo tra 20 o 30 anni li tocca immensamente più di quanto non tocchi Scalfari, che magari a quell’epoca sarà passato a miglior vita (o forse no, gli auguriamo tutti lunga vita!).

I giovani meglio dei vecchi hanno capito che questo modello di società e sviluppo insostenibile sta distruggendo il loro futuro, i loro padri hanno permesso il depredamento delle risorse naturali, lo scempio del paesaggio, l’ipertrofia dei sistemi finanziari e speculativi, la corruzione, l’attaccamento al potere…, e si sono persi i rapporti di solidarietà e di comunità, si sono persi posti di lavoro, il welfare, la natura incontaminata, l’onestà, e mille altri valori.

I giovani meglio dei vecchi stanno capendo che per salvarsi bisogna ripensare il modello di società e di consumi. I giovani forse capiscono più dei vecchi concetti come “km 0”, “filiera corta”, “autoproduzione”, “sostenibilità”, “decrescita”, “beni comuni” ecc.. di cui forse Scalfari ignora il significato o li relega a utopie da ecologisti estremi, ignorando quanto stiano facendo presa e iniziando a cambiare molte realtà.

Nel futuro mio e dei giovani sogno che non ci sia più neanche bisogno di spostare tutte quelle merci per le quali sacrifichiamo intere comunità montane ed enormi quantità soldi pubblici, perché nel futuro dei nostri sogni avremo imparato a consumare meno e a consumare prodotti locali, prodotti da giovani che tornano a coltivare la terra e a fare artigianato o da piccole imprese sul nostro territorio.

Ora mi si accuserà di utopia, ma iniziano ad esserci esperienze reali di tutto ciò e l’alternativa contraria è la morte del genere umano e del pianeta. Pertanto io preferisco inseguire l’utopia.

L’unico modo per produrre ricchezza non è produrre merci inutili da usare pochi giorni e sostituire subito perché già obsolete, l’unico modo per produrre ricchezza non è costruire infrastrutture inutili e dannose, a vantaggio del partito del cemento.

Possiamo produrre benessere investendo in molti altri settori utili e sostenibili. Vogliamo fare lavorare l’edilizia? Risaniamo energeticamente tutto il patrimonio immobiliare, così saremo anche meno assillati dalla crisi energetica; mettiamo in sicurezza il territorio così non dovremo piangere morti e danni alla prossima alluvione; investiamo sull’agricoltura e il recupero dei boschi, sul turismo e l’artigianato. Tutte attività che hanno impatti solo positivi e duraturi.

I giovani forse questo lo hanno capito ed è per questo che protestano, e forse anche per difendere il diritto a dissentire e ad opporsi a scelte scellerate, la repressione poliziesca è un pessimo segnale e i giovani lo sanno bene.

Nel merito dell’opera ad oggi non ho ancora sentito una sola risposta alla domanda fondamentale: “se le merci che viaggiano sono solo 3 mln tonnellate e la vecchia linea può portarne fino a 20, a cosa serve una nuova linea?”. Le risposte sono state solo l’infantile “perché sì” oppure l’autoritaria repressione.

Ma ora concludo tornando all’editoriale di Scalfari dove, riguardo alla verifica dell’interesse generale dell’opera dice: “per questo c’è un Parlamento e un governo”.

Giustamente non ha aggiunto “democraticamente eletti”….

*Ing. Silvia Parodi, Comitato Acqua Bene Comune Genova

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