Assemblea nazionale di Attac Italia. Firenze 31 Marzo – 1 Aprile 2012

C’E’ BISOGNO DI ATTAC !

 

Analisi, riflessioni, domande e proposte

per l’assemblea nazionale di Attac Italia

Firenze, 31 marzo-1 aprile 2012

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clicca quì per scaricare il programma e i dettadgli dell’assemblea

 

1. “Disarmare i mercati” fu l’appello che, oltre dieci anni fa, diede l’avvio alla diffusione della rete internazionale di Attac, oggi presente in oltre 40 Paesi.

Quello che allora, in tempi di guerra globale permanente, venne interpretato come uno slogan astratto o provocatorio, oggi, dentro la crisi sistemica in atto, riflette la ragione profonda del nostro movimento altermondialista.

La dittatura dei grandi capitali finanziari è oggi sotto gli occhi di tutti.

Dentro una crisi che è allo stesso tempo economica e finanziaria, ecologica e sociale, l’alterità tra il pensiero unico del mercato e la democrazia non è mai stata così evidente.

Alla necessità di prendere atto dell’insostenibilità strutturale del modello capitalistico, i poteri forti economico-finanziari rispondono con la preservazione dello stesso a qualunque costo : ed ecco allora la costruzione artefatta di una crisi del debito, che altro non è se non l’ennesimo tentativo di ridisegnare il comando sociale, smantellando i diritti del lavoro e lo stato sociale e consegnando alla redditività finanziaria i beni comuni e la stessa vita delle persone.

Perfino la democrazia –per quanto rappresentativa e sempre più formale- diviene un disturbo da evitare, in nome dell’emergenza dettata dalle esigenze delle nuove divinità dell’Olimpo, i mercati.

“Disarmare i mercati” è allora  parola d’ordine più che mai attuale, da praticare dentro le lotte che in ogni Paese e a livello continentale mettono in campo movimenti, organizzazioni, popolazioni e persone che non ci stanno ad essere considerate variabili dipendenti dell’indice di Borsa o pedine di un modello che consegna tutte e tutti ad un’ineluttabile precarietà.

2. Attac Italia, sin dalla sua nascita, si è caratterizzata per l’analisi e la critica della globalizzazione neoliberista, che vedeva il suo motore nell’enorme espansione della finanziarizzazione come risposta alla crisi da sovrapproduzione dentro l’economia reale : la totale libertà di movimento dei capitali finanziari, la proliferazione dei paradisi fiscali, la drastica riduzione del ruolo del pubblico, le politiche di privatizzazione aprivano la strada ad un’espropriazione senza precedenti di reddito, diritti, beni comuni e democrazia.

Non fu quindi per caso che la prima campagna promossa dall’associazione fosse quella per l’introduzione della Tobin Tax, ovvero per una tassa su tutte le transazioni valutarie, intesa come ‘granello di sabbia’ per rivendicare il controllo democratico dei capitali finanziari e ripristinare il primato della politica sull’economia.

Quella esperienza vede oggi una forte continuità con la campagna 005 per l’introduzione della Financial Transation Tax (FTT) e più in generale con tutte le lotte aperte per sottrarre al gioco dei mercati finanziari la società e la vita delle persone, attraverso l’opposizione ai diktat del debito, alle politiche del patto di stabilità, alla cultura economicistica del rigore.

3. La crisi non è limitata al territorio nazionale : è globale ed investe in primis l’Unione Europea, mettendo a nudo gli obiettivi, tutti interni alle politiche liberiste, con le quali è stata forgiata.

Un’Unione basata sulla moneta e sulla totale libertà di movimento dei capitali finanziari che ha provocato una competizione feroce e il dumping sociale fra i diversi Stati, costretti a gareggiare sulla riduzione delle tasse per i redditi da capitale, sullo smantellamento dei diritti del lavoro, sulla precarietà e sulle privatizzazioni.

Un’Unione basata sull’autonomia della Banca Centrale Europea e sui vincoli del Trattato di Maastricht, indissolubili lacci per la democrazia reale, oggi costituzionalizzati con l’obbligatorietà del pareggio di bilancio, con il nuovo Patto per l’Euro e con il commissariamento dei governi e dei Parlamenti, a partire dalla Grecia.

Di fatto, negli ultimi mesi e in nome della crisi del debito, si è proceduto all’eliminazione sostanziale della democrazia negli stati dell’Unione Europea. Sottoscrivendo i due ultimi trattati europei, istitutivi l’uno del Meccanismo Europeo di Stabilità o MES (trattato firmato dai 17 stati dell’Eurozona il 2 febbraio 2012 sulla base di quanto definito dal precedente trattato dell’11 luglio 2011) e l’altro della nuova forma di governance economica detta del ‘fiscal compact’ (trattato sulla stabilità fiscale firmato da tutti gli stati dell’Unione Europea ad esclusione della Gran Bretagna e della Repubblica Ceca il 2 marzo 2012) gli stati dell’Unione Europea hanno abdicato ala propria sovranità nazionale. I due trattati pongono i parlamenti democraticamente eletti dei paesi sotto il potere di istituzioni europee e organizzazioni (il MES non è nemmeno una istituzione europea, bensì una organizzazione intergovernativa nel quadro del diritto pubblico internazionale) che sono lontane mille miglia dal controllo democratico dei popoli.

Si allarga pertanto il ventaglio di quelle istituzioni, quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, delle quali Attac ed i movimenti altermondialisti hanno da sempre denunciato il totale asservimento al grande capitale internazionale..

Così come riuscimmo a fare nel 2005 attraverso la campagna contro la direttiva Bolkestein, a maggior ragione oggi c’è la stringente necessità di una forte iniziativa dei movimenti a livello continentale di contrasto alle politiche dell’UE e di proposta per un altro modello sociale europeo, a cui Attac, forte della propria rete europea, può dare un contributo sostanziale.

4. L’analisi prodotta dentro l’associazione ha permesso nel contempo di affrontare il contrasto alla globalizzazione neoliberista anche da un altro punto di osservazione : se la pervasività dei capitali finanziari era tale da annettersi l’intera vita delle persone, era da queste che bisognava partire per costruire un diffuso cambiamento culturale e politico dentro la società.

L’attiva promozione a livello locale e nazionale di un movimento di lotta contro la privatizzazione dell’acqua, per la riappropriazione sociale della stessa e di tutti i beni comuni e per la loro gestione partecipativa è stato l’altro grande fronte cui Attac ha dato un fondamentale apporto e che ha consentito la costruzione di un movimento di massa, l’apertura di una vertenza nazionale, la costruzione di una diffusa sensibilizzazione sociale, fino alla straordinaria vittoria referendaria del giugno 2001.

Una vittoria che ha messo in campo il nuovo linguaggio dei beni comuni e della democrazia partecipativa come elementi profondi per un’altra uscita dalla crisi e per la costruzione di un nuovo modello sociale.

5. La precipitazione della crisi globale consente oggi di leggere con maggiore evidenza il filo rosso che ha legato sin qui l’esperienza di Attac e permette di comprenderne le ragioni di fondo e la possibile sintesi.

Non c’è battaglia contro la dittatura dei mercati finanziari che possa fare passi avanti senza un protagonismo diretto delle persone che rivendichino la riappropriazione sociale di ciò che a tutti appartiene; così come ogni “vittoria” sul fronte dei beni comuni rischia di arenarsi senza un rilancio forte per la rivendicazione di un nuovo spazio pubblico democratico, di una socializzazione del credito, di una riappropriazione collettiva delle risorse finanziarie necessarie per la costruzione di un altro modello produttivo e sociale.

C’è bisogno di Attac.

DI QUALE ATTAC C’E’ BISOGNO?

 

1. Dieci anni di esperienza autogestita sono senz’altro un importante risultato della nostra associazione, confortato dalle intuizioni e dalle campagne che abbiamo messo in atto o che abbiamo contribuito a costruire e a far crescere.

Ma sono anche un tempo sufficiente per affrontare una riflessione sulla capacità della nostra associazione di essere all’altezza dei compiti attuali.

Abbiamo sin dall’inizio definito la nostra associazione “movimento di autoformazione orientato all’azione”.

Questa felice definizione si basa su una caratteristica che abbiamo sempre desiderato imprimere alla nostra attività : l’indissolubilità del binomio formazione/azione, come elemento sostanziale per non scindere la teoria dalla prassi e per evitare di declinare la nostra presenza nell’alternativa tra l’autocentramento nell’analisi e la dispersione dentro l’agire senza consapevolezza sui nessi che legano le diverse esperienze.

Di più, abbiamo esplicitamente parlato di “autoformazione”, proprio perché riconosciamo nella crescita collettiva del sapere la possibilità di praticare la democrazia partecipativa e l’emancipazione inclusiva.

Per poter praticare fino in fondo la dimensione associativa che abbiamo voluto darci è evidente come siano necessari alcuni requisiti : che si costruisca in ogni luogo e a livello nazionale il campo dell’autoformazione collettiva da una parte e che l’associazione si allarghi e si espanda per poter rendere reale l’iniziativa della stessa.

Una prima serie di argomenti di riflessione da sottoporre alla discussione collettiva è dunque la seguente : 

a)    pensiamo sia ancora valida la definizione di Attac come “movimento di autoeducazione orientata all’azione”?

b)    se pensiamo che entrambi i poli della definizione siano necessari, attraverso quali proposte pensiamo di sviluppare il primo, ovvero il campo dell’autoformazione?

c)     lo strumento delle università popolari a livello nazionale e territoriale ci sembra valido?

d)    se sì, come facciamo a renderlo strumento permanente a livello nazionale e territoriale?

e)     se pensiamo che entrambi i poli della definizione siano necessari, attraverso quali proposte pensiamo di sviluppare il secondo, ovvero la capacità di azione dell’associazione?

f)       pensiamo che l’allargamento dell’associazione sia una priorità della nostra attività?

g)    se sì, come è possibile perseguirla a livello nazionale e locale?

La risposta collettiva a questo insieme di domande diviene urgente e necessaria, perché altrimenti è la stessa realtà a rispondere al posto nostro.

Senza un allargamento dell’associazione, non solo ne viene deprivata la capacità di azione, ma si va incontro alla possibile fine “biologica” della stessa, dovuta al naturale esaurimento delle forze in campo; nel contempo il profilo dell’associazione non può che divenire quello di una sorta di “centro studi” tutto fondato sulla formazione promossa da pochi.

Senza la definizione di un campo di autoformazione a livello nazionale e territoriale, si va incontro alla difficoltà di comprendere le ragioni profonde di un’associazione come la nostra, ovvero alla difficoltà a rispondere a se stessi e agli altri del perché sia utile fare Attac invece che qualsiasi altra associazione; o a spiegare a chi per esempio lavora in un comitato territoriale per l’acqua quale sia per lui/lei il valore aggiunto di far parte di Attac.

2. Naturalmente, l’esistente è più variegato e complesso e l’esperienza dimostra come sia molto ampia l’attenzione e la curiosità verso la nostra associazione, a partire dalle molte e molti che fanno parte del movimento per l’acqua, e più in generale dai tanti che sono attivi in altre lotte territoriali e da quelli che ricevono le nostre comunicazioni, newsletter e vanno sul nostro sito.

Ma anche quest’area ampia di attenzione deve porci delle domande: 

a) siamo sicuri della capacità di accoglienza dei nostri luoghi associativi, o invece l’imprinting involontariamente dato nel tempo alla nostra associazione richiede troppi pre-requisiti politici e motivazionali perché chi si vuole avvicinare possa farlo senza immaginare il tutto come molto gravoso?

b) attraverso quale percorso e quali strumenti è possibile accompagnare chi si avvicina ad Attac o vuole costruire Attac nel proprio territorio?

c) una proposta che abbiamo discusso dentro il CN è quella di costruire un percorso “Welcome Attac” per i nuovi soci o per chi si avvicina e vuole costituire un comitato locale. Può essere uno strumento, ne immaginiamo altri?

3. Se ripensiamo alla funzione della nostra associazione, anche gli strumenti dell’organizzazione interna necessitano di una riflessione collettiva.

Ad oggi, l’associazione è composta dai comitati locali che agiscono nel territorio e dal CN che ne produce e rappresenta il lavoro nazionale.

Emerge con evidenza lo iato che separa queste due dimensioni : il legame di appartenenza e di sinergia tra l’attività nazionale e quella dei comitati locali continua ad essere sporadico, volontaristico e legato più ad una condivisione simbolica che ad un confronto e ad una pratica reali.

Nel contempo, l’area di persone singole e/o realtà associative che guardano con simpatia alla nostra associazione faticano a trovare proposte e strumenti concreti di attività per rendere più interna e vicina la loro partecipazione.

Per sopperire a queste carenze, alcune proposte possono essere messe in campo, ma è bene che sulle stesse si apra una discussione ampia e fertile dentro l’associazione.

Si tratta di pensare la nostra associazione non più solo come un’associazione di comitati locali, bensì come un’associazione di persone, comitati locali e rete di altre realtà associative.

Ovvero si tratta di ridisegnare il nostro luogo comune come un luogo a partecipazione plurale, diversificata e non totalitaria.

a)     associazione di persone : significa trovare strumenti di inserimento, accompagnato e diretto, per ogni persona che voglia in qualche modo contribuire all’attività di Attac, indipendentemente dalla sua collocazione in un comitato locale. Una proposta in questa direzione è quella di rendere operativi dei veri gruppi di lavoro nazionali a partecipazione individuale sui temi che caratterizzano l’attività dell’associazione (crisi/finanza/debito – beni comuni/ democrazia partecipativa – dimensione europea di Attac – comunicazione/sito/granello – formazione/università/), in modo che ogni singola persona trovi un suo ambito operativo immediato di lavoro, utilizzando tutti gli strumenti utili allo scopo (mailing list, forum, riunioni via Skype);

b)    associazione di comitati locali : significa lavorare all’espansione dell’associazione, attraverso la costituzione di nuovi comitati locali, ma anche alla strutturazione di un lavoro comune che consenta il lavoro territoriale e l’identificazione di un profilo riconoscibile dell’essere e dell’agire della nostra associazione; in merito a questo, crediamo che la partecipazione al CN di almeno un membro di ogni comitato locale possa rappresentare un veicolo adeguato allo scopo (si tratta anche di immaginare diversamente l’impegno nel CN, ad esempio prevedendo riunioni mensili via Skype e un week end trimestrale di riunione collettiva)

c)     associazione come rete di realtà associative : significa intercettare realtà già definite nella loro storia e presenza a livello territoriale, ma che sentono l’esigenza di un collegamento con una dimensione di analisi, di confronto, di formazione e di appartenenza più globale; proporre l’adesione ad Attac di realtà associative territoriali può permettere un’azione più incisiva dell’associazione e la costruzione di importanti nuove sinergie.

Anche in merito alle sopra delineate proposte occorre rispondere alle seguenti domande :

a)    pensiamo sia condivisibile reinventare l’associazione in termini plurali come sopra descritto (persone, comitati locali, rete di altre realtà associative)?

b)    come e attraverso quali strumenti è possibile mettere in pratica queste proposte? 

4. Una nuova e urgente attenzione collettiva va posta sul fronte delle risorse economiche. E’ questo un tasto dolente, più volte accennato ma raramente condiviso con la dovuta profondità dall’insieme dell’associazione. Emergono in questo approccio collettivo retaggi e separatezze che vanno poste a tema ed elaborate nel confronto comune : da una parte, c’è una sottovalutazione ‘culturale’ dell’aspetto economico, quasi che l’urgenza della dimensione politica di Attac renda secondario il problema del reperimento delle risorse economiche necessarie all’azione dell’associazione; dall’altra c’è una sorta di delega –data e accettata- al Consiglio Nazionale di Attac, come se l’esistenza dell’associazione fosse un problema esclusivamente di coloro che hanno deciso di far parte della sua dimensione nazionale.

Attac Italia è un’associazione estremamente precaria dal punto di vista economico. Le entrate potenziali sulle quali l’associazione può contare sono quelle derivanti dal sostegno individuale e  quelle derivanti da progetti con enti pubblici.

Le entrate da sostegno individuale derivano dal tesseramento annuale e dal 5 per mille.

Inutile dire che questa fonte di finanziamento è quella che, per poter essere adeguata, necessita di una forte promozione dell’associazione a tutti i livelli di diffusione possibile.

Le entrate da progetti con enti pubblici sono in parte legate all’inserimento dell’associazione nell’albo delle Associazioni di Promozione Sociale del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, che consente l’annuale partecipazione a bandi, e in parte legate a progetti di formazione proposti ad enti locali.

Inutile dire che, con l’approfondirsi della crisi, queste possibilità –già di per sé non scontate- diventano ogni giorno di più difficile attuazione e necessitano di uno straordinario impegno di tutta l’associazione.

Anche su questo punto sorgono domande che necessitano di una risposta collettiva:

a)    riteniamo necessario lavorare collettivamente per il sostegno economico dell’associazione?

b)    come possiamo aumentare le entrate da adesione individuale (tesseramento e 5 per mille) ?

c)     come possiamo aumentare le entrate da progetti con enti pubblici (iscrizione albi APS regionali, progetti di formazione, università popolari) ?

d)    come possiamo organizzare altri modi di reperire risorse per l’associazione?

e)     riteniamo utile costruire un gruppo di lavoro nazionale ad hoc sul reperimento fondi per l’associazione? 

 

C’è senz’altro bisogno di Attac. Ma c’è altrettanto necessità di capire di quale Attac c’è bisogno e come, tutte e tutti assieme, costruirla.

L’assemblea nazionale può divenire il luogo dentro il quale tracciarne le linee, verificarne le possibilità, ridistribuirne i compiti.

Speriamo vogliate tutte e tutti dare un prezioso contributo al nostro sogno comune.

Marzo 2012

 

IL CONSIGLIO NAZIONALE DI ATTAC ITALIA

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