Riflessioni su una rielezione

di Stefano Risso (Attac Torino)

In un paese sconvolto dalla più grave crisi economica della sua storia dall’unità, con i disoccupati che si contano a milioni, profondamente frustrato e sfiduciato, attraversato da pulsioni populiste e saccheggiato dalla corruzione, un otttuagenario, dotato di prestigio e autorevolezza tanto nel proprio paese che a livello internazionale viene rieletto Presidente della Repubblica con l’appoggio determinante delle forze di centro-sinistra.

Appena rieletto il presidente sceglierà un capo del governo che riceverà l’appoggio entusiasta del mondo degli affari e della finanza. Questo nuovo governo perseguirà una politica di risanamento economico tenendo a bada, con mano ferma, le pressioni,talvolta confuse, provenienti da forze politiche e sociali popolari.

L’ottuagenario rieletto alla presidenza è il feldmaresciallo Paul von Hindenburg.

Non è dell’Italia di questi anni di cui si parla;ma della Germania degli anni trenta del secolo scorso.

La rielezione di Napolitano suscita queste riflessioni che, curiosamente, vennero fatte all’epoca di una possibile rielezione di Pertini, mentre oggi quest’analogia rimane un silenzioso convitato di pietra.

Ora come allora, seppure in contesti radicalmente diversi, addirittura secoli diversi, assistiamo ad un’autentica eclissi della Democrazia.

Il palazzo, meglio il bunker, che rielegge Napolitano si è spogliato del ruolo della rappresentanza popolare per diventare esclusivamente l’espressione di un’oligarchia.

Il paese legale, quello degli unici soggetti titolati a godere della reale pienezza dei diritti di cittadinanza (una moderna riedizione dei cives optimo iure), si compone, agli occhi dei grandi elettori di Napolitano di poche migliaia di persone: i membri dei consigli di amministrazione di banche e imprese quotate in borsa (o comunque di elevata capitalizzazione), i membri dei consigli direttivi di varie istituzioni come le fondazioni bancarie, gli ordini professionali (giornalisti compresi), le camere di commercio, l’Assobancaria e la Confindustria, i vertici della burocrazia civile e militare dello Stato e degli apparati di sicurezza.

Solo questi si hanno in mente quando si parla di “società civile”, solo a questi ci si rivolge, solo il pensiero di queste poche migliaia di persone è in grado di influenzare la funzione legislativa e quella di governo.

Gli altri sessanta milioni sono meri oggetti e nonsoggetti dell’agire politico. Il tutto conservando la forma dell’eguaglianza giuridica tra i cittadini (ormai ridotta a merafictio juris). Non è una novità, esempi di questa finzione giuridica, nel nostro paese, ci permettono di risalire nella storia di millenni.

La distinzione tra “paese legale” e “paese reale” nasce con il liberalismo ed è chiarissima e giuridicamente definita: il paese legale sono gli elettori (suffragio ristretto percenso), il paese reale l’intera società.

All’epoca del Risorgimento, nel Regno di Sardegna,il corpo elettorale era circa il 2% della popolazione. Malgrado questo, o forse proprio per questo, è degno di nota il comportamento della classe dirigente di allora.

Dopo la sconfitta di Novara nel 1849 il quadro è desolante, anche sul piano internazionale: la rivoluzione sconfitta in Italia, Germania e Austria-Ungheria, in Francia Luigi Napoleone liquida la seconda repubblica con un colpo di stato appoggiato dalle forze reazionarie, in Inghilterra il partito Tory è saldamente al potere.

Con questo quadro dinnanzi agli occhi Cavour non sceglie di allearsi con i conservatori rappresentati da Solaro della Margherita (peraltro figura ben al di sopra della sua triste fama),bensì con la “sinistra” (ben inteso liberale) di Urbano Rattazzi. Apparentemente questa scelta è la negazione della Realpolitik; in realtà si rivelerà vincente: porterà all’unità d’Italia e anticiperà l’affermazione del liberalismo inEuropa. L’alternativa avrebbe probabilmente portato Radetzky a Torino in pochi mesi.

Quell’accordo tra Cavour e Rattazzi, si basa sul progetto di una progressiva inclusione di parti del “paese reale”nel “paese legale” tramite l’allargamento del suffragio, il progresso economico e la lotta all’analfabetismo. Visione certo moderata; ma cui non è estranea l’idea di progresso, anche sociale.

Questa digressione serve a evidenziare l’abisso che separa i liberali nella loro fase ascendente dai neoliberali del tramonto. Abisso politico culturale e morale.

L’attuale “paese legale” (come definito prima e non come “casta” politica, termine utilizzato da una campagna populista, culturalmente affine all’anti parlamentarismo affermato si in Italia e Germania tra le due guerre) sta completando il processo di trasformazione in oligarchia totalmente autoreferente.Trasformazione indotta dall’attuale modello economico neoliberale,che ha portato ad una spaventosa concentrazione della ricchezza (l’1%contrapposto al 99%, denunciato dai vari Occupy, non è uno slogan; ma un dato supportato da fonti insospettabili), processo che ha potuto svilupparsi per il ribaltamento strutturale nella ripartizione del reddito tra capitale e lavoro (dato inconfutabile e facilmente reperibile).

L’attuale oligarchia sceglie, a differenza dei suoi predecessori ottocenteschi, uno sterile arroccamento a difesa del proprio monopolio del potere e dei propri privilegi, percepiti dal “paese reale” come odiosi in un momento di sofferenza sociale come quello attuale. Arroccamento privo di una qualunque visione culturale e morale; ma ridotto a una nichilista esaltazione della propria soggettiva volontà di potenza da esercitarsi attraverso una qualunque tecnica fine a se stessa.

L’attuale critica situazione economica che limita e forse esclude, anche per motivi ecologici, la possibilità di una ripresa economica basata sull’attuale modello produttivo e distributivo, permette di comprendere le motivazioni di un irrinunciabile obiettivo dell’oligarchia: la privatizzazione dei Beni Comuni.

La privatizzazione è in realtà l’appropriazione da parte dell’oligarchia dei Beni Comuni. Appropriazione anche personale e non solo come funzione sociale. Ci troviamo di fronte a una nuova rapace enclosure, anch’essa fenomeno ricorrente nella Storia. Il contrastarla indefessamente è la radice della Democrazia.

Solo partendo da queste premesse si comprende la gravità di portata storica della scelta di ostracizzare il professor Rodotà.

Abbiamo avuto la ventura, purtroppo alquanto sgradevole, di assistere ad una giornata storica, non solo per il nostro paese.

Abbiamo avuto modo di assistere, con precisione quasi didattica, alla manifestazione di uno scontro che sarà quello centrale dei prossimi anni: quello tra oligarchia e Democrazia. La stessa lotta di classe, come si è definita nell’ottocento e nel novecento diventa parte di questo più ampio confronto. Le parole del subcomandate Marcos “lottiamo per l’Umanità”, dopo vent’anni si rivelano profetiche.

Ora che anche noi abbiamo il nostro presidente anziano rieletto, dobbiamo ricordarci che nell’autunno del 2011 con la nascita del governo del prof. Monti (tempestivamente nominato Senatore a vita) ci fu data la dimostrazione che “sovrano è chi decide nello stato di eccezione e dello stato di eccezione”dando plastica visibilità alle lucide parole di Carl Schmitt, che lescriveva avendo dinnanzi agli occhi il tramonto, se non dell’intero occidente, quanto meno della repubblica di Weimar.

Non ci rimane che una domanda: a quando l’incendio del Reichstag?

20 aprile 2013

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