La fine dell’austerità (di Marco Bertorello)

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di Marco Bertorello  -Attac Genova –

Prende corpo l’idea che in Europa il tempo dell’austerità stia finendo. Persino la Merkel sembra disponibile ad allentare la stretta rigorista sui conti pubblici. In effetti il vortice prodotto dalle politiche di bilancio ha risucchiato crescita, occupazione e, in molti casi, anche avanzo nei conti pubblici. Nel vecchio continente sta diventando sempre più senso comune che l’austerità non conduca a un’inversione di tendenza rispetto al quadro recessivo. Anzi nel primo trimestre del 2013 la Francia torna tecnicamente in recessione e la Germania è al limite del ristagno (+0.1%). Queste le performance delle due principali economie, mentre a livello continentale siamo al quarto trimestre consecutivo con il segno meno (-0.2%). Il resto dell’Occidente non gode di buona salute, ma negare l’evidente fallimento europeo non può condurre molto lontano.

Si tratta allora di comprendere quale forma potrebbe prendere la fine dell’austerità. La cornice ideologica e culturale, infatti, resta la medesima. Nessun bilancio esplicitamente negativo delle politiche economiche finora condotte,  ma semplicemente un limitato allentamento dei cordoni al prezzo di una pesante contropartita sociale. Il ragionamento sembra il seguente.

Sul versante finanziario le scelte macroeconomiche e monetarie globali stanno raffreddando la crisi, si tratta ora di mettere le mani sull’economia per farla ritornare a marciare. C’è l’illusione che i due ambiti siano separati e talvolta addirittura che l’obiettivo sia il ritorno a una economia reale sana, non più inquinata da fattori finanziari degenerativi. Sullo sfondo resta il terreno della competitività e della rincorsa al ribasso sui prezzi delle merci per ottenere la tanto annunciata crescita. Il modello torna a essere quello statunitense.

La globalizzazione sta cambiando e nel mondo occidentale gli Usa sarebbero i campioni di questo riadeguamento alle mutate condizioni. I salari dei paesi emergenti sono in crescita e con adeguate riforme del mercato del lavoro i principali paesi possono tornare competitivi. Al momento dell’ingresso della Cina nel Wto il suo salario medio era 22 volte inferiore a quello statunitense. Ma da allora gli Usa hanno intrapreso un percorso teso a ridurre i salari (il loro potere d’acquisto è inferiore al 1980), a aumentare produttività e innovazione, a orientare l’apparato produttivo verso l’export, a difendere alcune produzioni locali, finendo per ridurre il differenziale con il sistema cinese e riuscendo ad avere salari, aggiustati alla produttività, inferiori del 33% a quelli giapponesi e del 25% a quelli tedeschi. Ecco la prospettiva per l’Europa.

La partita, dunque, si gioca sulla rilocalizzazione produttiva, cioè sul fermare quello spostamento del baricentro globale verso oriente e magari ritrovare competitività anche nei confronti degli altri paesi sviluppati. Il prezzo da pagare è l’approfondimento delle sperequazioni sociali presenti in maniera tanto profonda nella realtà americana.

L’equazione è così definita: le politiche di bilancio possono prevedere deroghe alle rigidità, si può concedere più tempo al rientro dei deficit nazionali e si può mettere fuori dai conti spese per gli investimenti, ma a condizione che si riducano le spese di welfare, si aumenti la flessibilità del mercato del lavoro, si liberalizzino e privatizzino i servizi e, perché no, si attenuino le politiche di tutela dell’ambiente. Il risultato è una nuova centratura del sistema sulle esigenze dell’impresa e sul primato del mercato. Le vittime sono il lavoro e quella maggioranza della popolazione che si avvicinerà terribilmente al 99%!

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