La surreale tassa che frena l’economia (di Andrea Baranes)

andrea-baranes-bd_2874166di Andrea Baranes – Banca Etica –
La neonata tassa sulle transazioni  finanziarie non si applica a molti derivati, strumenti principe della  speculazione e non frena le operazioni ad alta frequenza che generano  instabilità sui mercati 

Penalizzare l’economia reale e l’accesso al credito, incentivare la  speculazione finanziaria. Sembra questo il surreale doppio obiettivo  raggiunto dal governo Monti con l’introduzione della tassa sulle  transazioni finanziarie (Ttf) all’italiana. L’idea della Ttf è semplice quanto efficace.

Un’imposta minima,  dell’ordine dello 0,05%, su ogni transazione finanziaria. Gli impatti  sono minimi per chi opera con orizzonti di lungo periodo, mentre  diventano tanto più rilevanti quanto più gli obiettivi sono di breve  termine. Tutto questo sempre che la tassa venga pensata e implementata  correttamente, o per lo meno in modo accettabile. Da mesi gli stessi promotori e sostenitori della Ttf, riuniti in Italia  nella campagna Zerozerocinque, denunciano i pesanti limiti della  proposta introdotta dal governo Monti con l’ultima legge di stabilità.

Per fare un esempio la misura italiana non si applica alla stragrande  maggioranza dei derivati, gli strumenti principe della speculazione.  Ancora, non è efficace per frenare le operazioni ad alta frequenza che  generano fortissima instabilità sui mercati.

Con una metafora, è come  dire che dopo anni di campagne vengono finalmente introdotti dei limiti  di velocità sulle strade, ma si scopre che riguardano le biciclette ma  non le automobili. Questo non è ancora nulla. Il testo della legge prevede l’esclusione  delle società quotate con una capitalizzazione inferiore ai 500 milioni  di euro. Lo spirito della legge sembrerebbe quello di tassare unicamente  le azioni delle società di maggiori dimensioni. Una decisione su cui si  può essere o meno d’accordo. Ma il punto non è questo. Nella  formulazione attuale, di fatto tra le società con capitalizzazione  inferiore ai 500 milioni di euro vengono esentate unicamente quelle  quotate. Questo significa che una piccola Spa o una banca di credito  cooperativo (Bcc) rischiano di dovere pagare la Ttf per ogni loro  compravendita di azioni.

Uno dei problemi maggiori dell’economia italiana è la difficoltà di  accesso al credito per le piccole e medie imprese, il cosiddetto credit  crunch. Un problema in parte legato alla necessità per le banche di  aumentare il loro patrimonio e capitale sociale, per essere più solide.  Le Bcc sono un tassello fondamentale del sistema bancario italiano,  presenti in maniera capillare sul territorio e in prima fila nel  finanziare artigiani e piccole imprese. Se verrà confermata  l’interpretazione che sembra emergere dalla proposta italiana, tali  banche potrebbero essere costrette a pagare la Ttf sulla compravendita  di azioni, il che renderebbe più gravosa e complessa la raccolta di  capitale sociale, con potenziali conseguenze sul sistema produttivo in  Italia.

Un costo probabilmente limitato, come ricordato per operazioni non  speculative e di lungo periodo la Ttf ha un impatto minimo. Ma rimane un  incredibile principio di fondo, di fronte a una finanza ipertrofica e  sempre più scollegata dalla realtà che permette persino, tramite i  derivati, di scommettere sul fallimento di interi Paesi o sul prezzo  delle materie prime alimentari, andando di fatto a guadagnare sulla fame  dei più poveri. Bene, la geniale imposta italiana sembra ignorare  totalmente tali meccanismi per andare invece a incidere sull’economia  reale e il costo dell’accesso al credito per le imprese. Se confermata, una proposta talmente assurda che, cedendo a visioni  complottiste, verrebbe da domandarsi se non sia stata realizzata a bella  posta per gettare discredito sulla stessa idea della tassa sulle  transazioni finanziarie.

Certo è che l’attuale proposta italiana non  dovrebbe nemmeno essere chiamata con lo stesso nome, per non infangare  un’idea di per sé assolutamente valida ed efficace. In parallelo con il pasticcio italiano, le istituzioni europee si stanno  muovendo verso una loro versione della Ttf.

Dopo il voto favorevole del  Parlamento Ue e l’avvio della procedura di cooperazione rafforzata, la  Commissione europea ha pubblicato una propria bozza di direttiva. Una  proposta, per quanto ulteriormente migliorabile, che rappresenta  un’ottima base di discussione. Le esenzioni sono poche e circoscritte,  vengono tassati tutti i derivati e previsti dei meccanismi per limitare  fortemente le possibilità di elusione. Se davvero l’Italia volesse fare la sua parte, dovrebbe impegnarsi su  scala europea per fare approvare il prima possibile questa proposta  della Commissione, per poi implementarla in tempi brevi nel nostro  Paese. La Ttf potrebbe essere una misura di straordinaria efficacia per  frenare la speculazione, ridurre l’instabilità sui mercati e favorire  l’economia reale e produttiva.

Il nostro passato governo sembra essere  riuscito nell’incredibile impresa di andare esattamente nella direzione  opposta.

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