Capitale vs lavoro, il laboratorio Grecia.

Grecia bandieraDi  Marco Bertorello – Attac Genova –

L’odierno caso greco sta dimostrando la parabola con cui si prova a uscire dalla crisi e sopratutto il vuoto esistente tra la sfera economico-finanziaria e quella sociale. Per alcuni anni la Grecia è stata presentata come una sorta di modello negativo assoluto, in cui i suoi abitanti hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, drenando ricchezza dagli altri partner europei. La crisi sul debito pubblico che esplodeva lì nel 2010 veniva additata come la causa del ripiombare nella crisi per l’intero continente. Da allora un contrastato e doloroso percorso di presunto risanamento basato su rigore e austerità, con provvedimenti draconiani come la riduzione dei salari, riforme del mercato del lavoro, l’espulsione di quote significative di impiegati nella pubblica amministrazione, aumenti delle imposte. I risultati sono stati tutt’altro che incoraggianti. Il Pil greco è crollato progressivamente: solo nell’ultimo biennio è sceso del 13.5% e le stime parlano di una contrazione per quest’anno che ruoterà intorno a 6/7 punti. Nonostante questo crollo il rapporto debito/Pil è letteralmente esploso passando dal 113% nel 2009 al 161% nel 2011, per poi scendere al 154% nel 2012. Il contenimento dello scorso anno è dovuto alla parziale ristrutturazione del debito pubblico realizzata. Ma si ipotizza un’ulteriore crescita fino al 180%. La quota dei senza lavoro ufficialmente raggiunge il 27%.

A fronte di questi dati drammatici la Grecia sembrerebbe aver ripreso a volare sul versante finanziario. Il paradosso dell’attuale modello è proprio l’espansione finanziaria abbinata a quella della povertà sociale. La borsa ellenica in meno di un anno è cresciuta del 140%, con un incremento poderoso negli ultimi due mesi. Forse nessun’altra ha fatto meglio. Sul lato dei titoli pubblici i rendimenti sono scesi rispetto ai tempi del rischio fallimento, ma costituiscono pur sempre valori significativi. Il dato, infatti, che salta agli occhi è che la valanga di denaro facile immesso nel sistema globale da tutte le principali banche centrali dopo aver esaurito gli investimenti sicuri a bassi rendimenti si è andata riversando su titoli meno sicuri, ma con rendimenti più elevati. Tale massa monetaria è servita per acquistare non solo titoli di debito, ma anche titoli azionari. Da questo punto di vista alcune imprese greche rappresentano un’appetibile scommessa. La destrutturazione del mondo del lavoro, la riduzione degli stipendi pubblici e privati, scesi in media del 40%, e le ulteriori controriforme richieste dalla Troika determinano un ambiente favorevole persino per investimenti produttivi. Non è un caso che si verifichino i primi segnali di stabilizzazione e persino di ripresa. La Pubblic Power Corporation, società impegnata nel settore energetico, ad esempio, dopo un 2011 in secca perdita, è tornata nel 2012 in attivo di bilancio, con una crescita dei ricavi e un ritorno ai profitti per 30,5 milioni di euro. La causa di tale recente andamento è certamente da addebitarsi, in buona parte, a una riduzione dei salari. Ci sono poi multinazionali del settore alimentare, tra cui Barilla, che hanno chiesto al governo la possibilità di derogare i minimi salariali, già attestati sui 500 euro lordi mensili.

La ricetta per la ripresa, dunque, sembra comportare un ritorno del processo di finanziarizzazione combinato con una radicale trasformazione dei rapporti tra capitale e lavoro. La Grecia rappresenta un laboratorio estremo. In questo modo si prova a far assomigliare l’Europa a un paese emergente per contendersi il primato dentro un mercato globale iper-competitivo. Proprio da qui verranno i dolori.

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