Crisi e ripresa: problemi alla circolazione

banconote

 di Marco Bertorello – Attac Genova

La fine della crisi è cosa piuttosto  incerta, meno dovrebbe esserlo la fine delle tensioni sui mercati  finanziari. Ma a ben guardare anche qui i conti non tornano del tutto.  In Italia si parla di come acchiappare la presunta ripresa globale e si  finisce per scoprire quanto persino il sistema finanziario sia ancora  instabile, a partire proprio dal comparto del credito. Quest’ultimo  appare come uno dei crocevia decisivi per poter raggiungere la fine del  tunnel, a dimostrazione della compenetrazione tra sfera finanziaria e  dell’economia reale. Ignazio Visco descrive una situazione in via di  peggioramento: nel secondo trimestre di quest’anno il tasso annuo di  ingresso in sofferenza è salito al 2.9%. A metà del 2013 le partite  deteriorate hanno raggiunto i 300 miliardi, finendo per incidere sul  totale dei prestiti per il 14.7%. Vero è che i criteri di definizione  del deterioramento in Italia sono più rigidi che altrove, ma resta il  dato sulle tendenze di fondo e sulle cifre da capogiro coinvolte. Si è  affermato un circolo vizioso tra crisi economica e finanziaria, che si  alimentano vicendevolmente e di cui il sistema bancario rappresenta il  baricentro. Il problema dunque non è stato risolto dalla liquidità messa  in circolo con ogni mezzo, il tassello mancante risulta essere invece  il capitale. Oggi sembrerebbe che Banca d’Italia chieda alle banche di  ridurre l’impegno sui titoli di Stato per sostenere imprese e privati,  ma in realtà Visco spiega come tale spostamento possa avvenire solo a  ripresa in corso. Un bel dilemma. Uno studio di Intesa Sanpaolo sostiene  che dal 2000 al 2012 il credito alle aziende sia aumentato del 100%, ma  nel medesimo arco di tempo fatturato e investimenti per le imprese sono  cresciuti solo del 10% e la produzione è calata addirittura del 20. Le  banche dunque hanno alimentato un sistema che aumentava i debiti e non  la produzione. Il Fmi parla di un eccesso di debito delle imprese,  soprattutto medio-piccole. Romano Prodi, in un recente intervento, ha definito il credito come la  «circolazione sanguigna del nostro corpo economico» e ha avanzato  un’ipotesi di bad bank in cui convogliare i debiti cattivi.  Un’iniziativa complessa che dovrebbe coinvolgere l’intero sistema  nazionale, dalla Banca d’Italia alla Cassa depositi e prestiti, con  capitali privati affiancati da garanzie pubbliche. Il presidente  dell’Associazione Bancaria Italiana Antonio Patuelli a luglio ha  sostenuto che i margini nel settore sono «ridotti all’osso», tra i più  bassi di tutta l’operatività commerciale. Sempre Pattuelli a settembre  ha avanzato la proposta di una revisione nel trattamento fiscale delle  perdite sui crediti, riducendo per le banche i tempi di deducibilità dai  18 anni attuali a un anno soltanto. In quell’intervento faceva poi  riferimento all’«assoluta necessità di privatizzare tutto quello che è  privatizzabile, soprattutto a livello locale e nell’immobiliare».  Insomma la logica largamente condivisa che sottende questa bizzarra idea  di coesione sociale è che a farsi carico dei problemi di un settore  ritenuto centrale sia la collettività, al prezzo da un lato di  dismissioni del settore pubblico e dall’altro di investimenti sempre  pubblici. Il contributo dei privati, come dimostra il caso Mps,  consisterebbe nel ridurre i costi attraverso minori occupati e minori  servizi. Forse è tempo di immaginare che se la «circolazione sanguigna» necessita  di denaro pubblico sia non per privatizzare ulteriormente i guadagni e  socializzare le perdite, ma per creare un polo pubblico nel credito che  possa svolgere funzioni dirette e di regia per l’intero comparto. Se si  intende dare salute a un corpo in sofferenza, dopo decenni di farmaci a  base di privatizzazioni è bene provare a cambiare medici e meglio ancora  passare alla medicina alternativa.

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