Audizione in Consiglio Comunale del Forum dei Beni Comuni Genova. (testo dell’intervento) 06/11/2013

FORUM DEI BENI COMUNI  GENOVA – AUDIZIONE DAVANTI ALLE COMMISSIONI 3 E 6 DEL CONSIGLIO COMUNALE

I.

(Relazione presentata per il Forum da Pino Cosentino)

La delibera ha compiuto ormai un intenso cammino nel dibattito pubblico della nostra città, e anche in quest’aula.  A questo punto siamo ancora più convinti che questa delibera è pessima e andrebbe definitivamente ritirata. E’ una delibera inemendabile, e spieghiamo il perché.

Non è vero, come dice qualcuno, che sia ambigua. Se si sfronda di tutta la parte discorsiva, e si isolano le decisioni vere e proprie, si vede facilmente quale sia la sostanza. Che peraltro è stata colta e capita benissimo dai lavoratori delle aziende.

Tutto è racchiuso negli 11 punti in cui è articolata la decisione. In essi si chiede

  • limitatamente ad AMIU e ASTER, un nuovo piano industriale
  • per tutte le 5 controllate si dispone, o al management, o direttamente al Consiglio Comunale, di prendere in considerazione l’ingresso di un socio, oppure, nel caso delle due srl, di predisporre un piano di cessione.

Cinque aziende diverse, ma per tutte un unico esito.

Questa è la sostanza: se si toglie la privatizzazione, non resta nulla. Nulla su cui deliberare.

Questo è il nocciolo, qualunque cosa dica il sindaco.

E perché privatizzare? Il perché non è per niente chiaro. Si dice: per evitare il fallimento. Ma due società, AMIU e ASTER, non hanno difficoltà economiche. Restano AMT e le due srl. In AMT ci sono grandi margini di miglioramento, bagni e farmacie sono evidentemente afflitte da carenze manageriali. Che cambino il management, perché venderle?

I motivi riconducibili ai vincoli delle in house e al patto di stabilità sono molto deboli, se non altro perché tutta la legislazione in materia cambia in continuazione, e nemmeno si può affermare che le spa a totale capitale pubblico, come anche aziende speciali, siano soggette con certezza al patto di stabilità.

La delibera suggerisce urgenze che non esistono, o non hanno la cogenza che si vorrebbe fa credere.

L’emergenza c’è, ma è altrove. Ci tornerò sopra più avanti.

Sul piano dei fatti, ci sembra evidente che l’ingresso dei privati è suggerito non perché sia una necessità delle aziende, ma perché è una necessità di chi vorrebbe acquisirle.

Sul piano comunicativo passa un messaggio politico chiaro: nelle difficoltà che stiamo attraversando, intese in senso generale, è troppo complicato e rischioso provare a riformare le modalità di gestione dei servizi pubblici. Quel che è pubblico viene considerato inefficiente e aprire alla partecipazione è valutato macchinoso, costoso e inefficace. Tutto ciò che è comune, di tutti, o pubblico, ne riesce svalutato.

Invece è esattamente vero il contrario: rispetto alle aziende non ci sono urgenze e non c’è crisi, se non quelle create e alimentate dagli stessi esponenti politici che ora sono qui a proporre la privatizzazione, un personale politico che in vari modi governa Genova e la Liguria da decenni.

La crisi non è nelle aziende, la crisi è nei servizi che dovrebbero fornire, è nelle sofferenze di tanta parte della popolazione, una crisi di cui le politiche proposte sono quanto meno concause.

Riassumendo: la delibera proposta non innova un bel niente, ma mira a consolidare la situazione attuale, anzi a peggiorarla, perché costituisce la continuazione delle politiche corresponsabili della gravissima crisi democratica, ambientale ed economica esplosa nel 2007-08.

II.

La situazione generale e locale è gravissima, ma per ragioni ben diverse da quelle addotte dalla delibera.

Essa rivela una totale inconsapevolezza dei problemi reali, e non sto qui a discettare se è inconsapevolezza reale o simulata. Il collasso ormai imminente degli equilibri ecologici su cui si regge la nostra vita, l’abisso che si sta spalancando tra ceti privilegiati e  la maggioranza della popolazione, la gravissima crisi della democrazia e del sostegno popolare alla democrazia rappresentativa, dovrebbero indurre a un’azione energica per un cambiamento reale, anche a partire dalla dimensione locale.

Noi non siamo qui a difendere lo status quo. Non non proponiamo un ritorno al passato, a un settore cd “pubblico” infestato da clientelismi, sprechi, malversazioni. Il nostro concetto di “pubblico” è tutto diverso.

Poiché ci dicono che siamo quelli del no, esporrò brevemente l’alternativa che noi vediamo a questa delibera.

Le aziende, e specialmente le aziende in house, sono solamente gli strumenti di cui l’Ente territoriale si serve per raggiungere le finalità di utilità generale proprie del servizio pubblico.

Ma nella delibera, sul servizio pubblico, c’è tanta filosofia, tanta retorica, ma nessuna idea concreta, nessun progetto, nessuna visione. Il punto di vista dominante, è aziendalistico, è fecondo di belle frasi magniloquenti, ma nei fatti è del tutto sterile. Perché il punto di vista aziendal-privatistico si riassume in una sola parola, anzi due: profitti, dividendi. Finito. E questa prospettiva è fatta propria anche quando la proprietà è in mano a enti pubblici.

Il punto di partenza dunque dovrebbe essere la situazione dei servizi, non le aziende.

Con il ricorso all’uso dello strumento societario, le aziende hanno sostituito (preso il posto dei) i servizi che dovrebbero erogare, con uno spostamento di attenzione e di scopo, dal servizio all’azienda erogatrice. E un’inversione delle priorità, con cui il mezzo diventa fine, e viceversa. Così abbiamo sentito il nostro sindaco dire che l’acqua deve restare in Iren per riequilibrare, con le sue entrate sicure, i rischi delle altre attività, quelle enegetiche, che non sono settori protetti.

Così il servizio idrico diventa un mezzo rispetto all’azienda, che da strumento è diventata un fine.

Aggiungo che la salute economica dell’azienda non coincide necessariamente con l’interesse generale.

L’AMIU non registra perdite d’esercizio, ma accumula rifiuti nella discarica di Scarpino, una bomba ecologica incombente su Borzoli e Sestri, che rilascia percolato nel Chiaravagna e da lì in mare. La RD a fronte di un obiettivo minimo legale del 65% è ferma al 30. Possiamo essere soddisfatti del fatto che ha chiuso il bilancio 2012 con un utile netto di qualche centinaio di migliaia di euro?

Siamo soddisfatti di come ci si muove nella nostra città, di come ci muoviamo non solo in auto o in bus, ma anche  a piedi? La questione va ben al di là di AMT. Siamo soddisfatti dello stato dei nostri giardini pubblici, un tempo vanto di Genova? E questi sono solo alcuni esempi.

La delibera che viene proposta dalla Giunta punta sulla conservazione dello status quo. O vorrete dire che privatizzare è un’idea originale, un’esperienza nuova?

Partire invece dai servizi apre altre possibilità. Il servizio pubblico, a differenza dell’azienda, è di tutti. E’ di tutti, ed è per tutti. Questo indica la direzione.

Alla base di tutto ci deve essere la riappropriazione da parte dei cittadini del senso concreto della comunità. Non virtuale, non televisiva, ma basata sulla partecipazione reale alla vita della comunità, una partecipazione non manovrata dall’alto, come strumento per acquisire consenso, ma che sale dal basso come affermazione di sovranità.

Veniamo ai fatti concreti.

Noi riteniamo che la crisi sistemica che stiamo vivendo imponga con urgenza di invertire completamente la rotta seguita finora. Di imboccare una via nuova, che richiede il sostegno attivo di ampi strati popolari.

Proponiamo un PIANO PER UNA GESTIONE INTEGRATA DEI SERVIZI PUBBLICI E DEI BENI COMUNI ORIENTATA A FINALITA’ DI PUBBLICA UTILITA’, SECONDO PRINCIPI DI EQUITA’ SOCIALE, TUTELA DEGLI EQUILIBRI ECOLOGICI, ECONOMICITA’.

Il Piano si articola in 4 punti:

  1. Affermare un nuovo concetto di “pubblico”, inteso come “non segreto, sottoposto alla partecipazione dei cittadini e liberato dal controllo dei partiti”. Adottare per le aziende che forniscono i diversi servizi la forma dell’azienda speciale, ente di diritto pubblico dotato di personalità giuridica e di autonomia imprenditoriale. Essa di per sé non garantisce niente, ma allontana il rischio di privatizzazioni, e pone le condizioni per forme più avanzate di controllo e di partecipazione democratica dei lavoratori e dei cittadini.
  2. attuare una governance partecipativa, con un consiglio di sorveglianza costituito da esperti, rappresentanti dei lavoratori, rappresentanti dei movimenti civici.
  3. Instaurare un rapporto nuovo con la cittadinanza, chiamandola a uscire dalla passività e a  partecipare ai processi decisionali, tramite  un’”operazione trasparenza”, una campagna informativa permanente sullo stato e sulle problematiche della comunità genovese;  un’”operazione partecipazione”, a partire dal bilancio del Comune, dalla struttura delle entrate che dipendono dal Comune stesso (come ad es. IMU, TIA, tariffe bus, COSAP, blu area…)  alle decisioni di spesa, cioé  come vengono spese le risorse disponibili (bilancio partecipativo).  Della rivitalizzazione dei processi partecipativi fa parte anche la ripresa del confronto  con i movimenti cittadini, a partire dalla petizione che abbiamo presentato il 17 aprile scorso e sulla quale c’è stata una sola commissione consiliare, che non è entrata nel merito delle richieste.
  4. Agire all’interno di ANCI per abolire il patto di stabilità interno e riportare la Cassa Depositi e Prestiti alla funzione che ha svolto per 150 anni: indirizzare il risparmio degli italiani a finanziare i servizi pubblici locali, a basso tasso di interesse ma senza rischi.

Questo complesso di azioni permetterebbe una gestione integrata delle risorse rinnovabili del territorio, facendola finita con le speculazioni, la cementificazione a scopo di profitto, tutte quelle azioni distruttive che hanno devastato e continuano a devastare i nostri territori.

La gestione pubblica del servizio idrico orientata alla tutela del ciclo naturale delle acque, quindi modellata sui bacini idrogafici, potrebbe integrarsi con la gestione del ciclo dei rifiuti, con l’agricoltura biologica, con un turismo rispettoso dell’ambiente ecc., nella prospettiva di una conversione ecologica dell’economia, cioè di un’economia pubblica e privata diffusa sul territorio, non invasiva e predatoria, ma sostenibile.

Un potere pubblico consapevole dei problemi reali e orientato al perseguimento dell’interesse collettivo costruirebbe la sua agenda su questi punti. Un potere politico che invece è dedito a perseguire propri interessi particolari, produce delibere come questa.

E’ evidente da tutto quanto esposto finora che c’è ai nostri occhi incompatibilità totale tra quello che occorre e l’impostazione della delibera, nel complesso e in ogni sua parte.

Ne chiediamo quindi il ritiro, e proponiamo che la Giunta riparta sentendo le organizzazioni dei lavoratori e quelle della cittadinanza attiva. Da questa ampia consultazione dovrebbero nascere dei canali partecipativi per mettere in comunicazione le istituzioni con la popolazione. Se le cose si facessero seriamente e senza manipolazioni, scopriremmo che c’è molta più voglia di partecipare di quanto non si creda. Ma ad una condizione: che si rinunci al paternalismo, all’ascolto fasullo, alla manipolazione furbesca. La gente non partecipa perchè è scoraggiata e perché sentir parlare i cd politici gli fa venire l’orticaria. Non hanno fiducia e hanno ragione, sono stufi di essere presi in giro. Pensiamo al referendum sull’acqua e all’impegno di tutti i poteri esecutivi, dal governo nazionale fino alle AATO, nell’aggirarlo e nel proteggere gli interessi dei gestori.

Tuttvia non è mai troppo tardi per cambiare. Perché una volta tanto non provate a sorprenderci?

Scarica qui la presentazione in power point

http://forumdeibenicomunigenova.wordpress.com

forumdeibenicomunigenova@gmail.com

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