Ambiente e democrazia. Le emergenze dimenticate.

 Di Pino Cosentino, Attac Genova

AMBIENTE E DEMOCRAZIA

LE EMERGENZE DIMENTICATE

Il 2013 se ne va e i due maggiori problemi restano non solo irrisolti, ma addirittura ignorati nella visione e nell’opera dei governi e dei maggiori partiti. Anche nel concreto agire delle organizzazioni popolari e “alternative” c’è molta strada ancora da fare.

L’esaurimento delle risorse naturali , il riscaldamento climatico, l’inquinamento dei terreni, delle acque, degli oceani, dell’aria, l’avanzata dei deserti, la riduzione dei terreni fertili, la diminuzione dell’acqua dolce disponibile, la crisi della biodiversità, in sintesi la crisi ambientale, che incombe ben più grave della crisi economica che pure è gravissima, è la grande assente dal dibattito pubblico.

Non che non se ne parli. Ma, appunto, se ne parla. Mentre da scienziati, tecnici, operatori, e dalle cronache di alluvioni, frane, tifoni, giungono allarmi sempre più incalzanti, il mondo politico-economico è assorbito da tutt’altre questioni: come rilanciare la crescita, come aumentare le esportazioni, come far crescere le nostre imprese troppo piccole, come reperire o attirare dall’estero fondi da investire per creare occupazione.

A fronte di questo i movimenti per l’acqua, per la strategia Rifiuti zero, contro il consumo di territorio, contro le grandi opere ecc. offrono ottime risposte e alternative puntuali, ma nel complesso la crisi ambientale e tutta la questione della salute umana restano  “oltre il confine” dei piani e delle strategie operative dei movimenti e delle organizzazioni. Si affiancano, ma non si integrano. Interessante il concetto di “conversione ecologica dell’economia”, che però è ancora da riempire di contenuti concreti.

La difficoltà di integrare la tutela degli equilibri ecologici in una strategia offensiva sta in parte proprio nell’alto livello di specializzazione raggiunto dai vari movimenti. La vastità del loro patrimonio di conoscenze tecniche rende problematico il dialogo e la piena comprensione reciproca. L’incontro non può avvenire a quei livelli di competenza specialistica, è necessario gettare dei ponti costruiti di materiale diverso. Tuttavia bisogna sapere che non si tratta di un’operazione intellettuale, i “ponti” che servono non si possono costruire a tavolino, il materiale di cui sono fatti è una miscela di pensiero e di azioni, di riflessioni e di esperienze vissute, di studio e di incontri.

L’altra questione è invece di carattere strettamente politico, ma si collega alla prima, come vedremo.

La crisi economica ha acuito la crisi di legittimità che ha investito il sistema politico italiano, e non solo italiano (ma in Italia forse con un’intensità maggiore che altrove). Per la verità questa questione  è al centro del dibattito pubblico, ma come un problema di efficienza e di efficacia dell’azione di governo. Ci si accapiglia sulla legge elettorale, sul bicameralismo, il numero dei parlamentari, l’abolizione delle province…ognuno ha la sua ricetta: premio di maggioranza, no meglio il proporzionale, con sbarramento alla tedesca, senza sbarramento, ma allora la governabilità? E’ chiamata in causa la Costituzione, da difendere o da cambiare. E’ troppo vecchia, sessantasette anni…Ma quella degli Stati Uniti ne ha più di 200 e non si sognano di rifarla…

Tutto è giocato all’interno del ceto politico, che naturalmente affronta la questione per sopravvivere al discredito in cui è caduto e per perpetuare il suo monopolio del potere politico.

E’ ignorato il vero problema: quanta legittimità si può ormai riconoscere a un sistema politico che si regge sul consenso, per di più spesso estorto, di una piccola minoranza dell’elettorato? Un sistema politico che opera scientemente per escludere il sovrano (il popolo) dall’esercizio del potere, al fine di derubarlo dei beni che gli appartengono? In effetti la nostra non è una democrazia “rappresentativa”, come spesso si dice. La vera e unica democrazia rappresentativa è quella partecipativa, questa invece è una democrazia delegata, con deleganti che agiscono per lo più in stato di costrizione e malvolentieri delegano, senza alcuna fiducia nei loro stessi delegati.

Anche in questo caso le organizzazioni popolari e “alternative”, governative o all’opposizione, o extraparlamentari, non ignorano la questione nei dibattiti, negli articoli, nei documenti, ma essa non diventa prassi politica, non diventa l’asse, il motore della loro strategia e della loro pratica quotidiana. Di fatto sembra che la loro strategia sia di raccogliere i voti per restare nelle assemblee elettive, e di lì, nella migliore delle ipotesi, condizionare per quanto possibile la maggioranza di governo.

Un’eccezione a questo quadro sembra il Movimento 5 Stelle, l’unica forza politica di opposizione sistemica, estranea (per ora) a ogni combine con l’establishment.

Mi pare però che anche loro facciano molta fatica a stabilire un rapporto sano con il corpo elettorale, ossia un rapporto di vero scambio in cui gli eletti non diventino i padroni della situazione e gli elettori dei semplici supporter o consiglieri. L’idea della democrazia digitale è una giusta intuizione, ma per ora non sembra aver cambiato in profondità la partecipazione politica. Alla fine è ancora la tv a dominare la comunicazione politica a livello di massa, e in questo contesto il “megafono” Grillo è ancora la carta vincente, o comunque determinante.

Perché questo? Non basta voler praticare la democrazia partecipativa, ci debbono essere strutture che lo permettano. Oggi queste strutture non ci sono, quelle esistenti servono ad altro, lo vediamo dovunque, non solo in Italia. Dovunque il sistema politico di vertice si è fuso con gli interessi dell’alta finanza e il meccanismo che ne è uscito domina il mondo. Se questo accade, e accade ovunque, non può essere un caso.

Pensare di attuare la democrazia partecipativa innestandola in una forma di Stato basata ancora, nei suoi lineamenti fondamentali, sull’architettura istituzionale teorizzata oltre 300 anni fa da John Locke, è forse ingenuo. C’è in questo un’idea di sostanziale continuità e di possibilità di una pacifica evoluzione che i fatti non sembrano suffragare, soprattutto perché non si riesce, nei fatti, a separare questa struttura istituzionale dalla struttura sociale sottostante.

Le due questioni, ambientale e democratica, sono strettamente collegate. I limiti dello sviluppo sono la campana a morto di questo modello sociale. L’oligarchia economico-politica reagisce blindando sé stessa, i propri privilegi, le proprie ricchezze, soprattutto consolidando un sistema che funziona in una sola direzione, pompando ricchezza dai ceti produttivi a quelli parassitari. In questo quadro non ci sono alternative alla distruzione dell’ambiente. Salvare l’ambiente in cui la specie umana può sopravvivere e sostituire la forma attuale del potere politico con una vera democrazia sono la stessa azione.

La via di una collaborazione tra movimenti dal basso e le istituzioni esistenti per creare nuovi meccanismi istituzionali si è dimostrata impercorribile. Dopo molti anni di tentativi, bisogna riconoscere che il risultato è stato una deriva di tutto il quadro politico, nei comportamenti effettivi, in senso oligarchico (governabilità!). Le riforme istituzionali che stanno cucinando per vararle nel 2014 vanno in questa direzione.

Anche in sede locale ci sono parecchie conferme. Almeno a Genova il sindaco della “primavera arancione” si crede unto del signore, i voti che ha preso li considera una delega incondizionata, al massimo accetta (malvolentieri) un confronto dialettico, escludendo per principio ogni forma di partecipazione di “estranei” (cittadini) ai processi decisionali.

Il compito di costruire le istituzioni embrionali della democrazia partecipativa ricade interamente sulle spalle del popolo e delle sue nascenti organizzazioni.

Diventa sempre più chiaro che si fronteggiano due concezioni opposte di “partecipazione”: alla necessità di redistribuire il potere pubblico per “disarmare i mercati” e ridare valore al lavoro e alle relazioni tra persone, si contrappone una concezione della partecipazione come strumento di governo e di consenso all’oligarchia.

Il terremoto elettorale del 2013, la resistenza della Val di Susa, della terra dei fuochi, le cinque giornate di Genova e le lotte romane contro le privatizzazioni,  per citare solo alcuni fatti, raccontano un  2013 di svolta. Il 2014 sia in tutto il mondo, in Italia e anche nella nostra città, una anno di lotte per la maturazione dell’alternativa sistemica che serve per evitare il collasso ambientale e fare avanzare la democrazia.

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