Il gioco dell’oca

Di  Marco Bertorello – Attac Genova – da Il Manifesto del 17-01-2014

Le attuali dina­mi­che della finan­zia­riz­za­zione sono para­go­na­bili ad un gioco dell’oca in cui si rischia di non rag­giun­gere mai la fine, di tor­nare sulle solite caselle. Dopo lo scam­pato peri­colo di un crollo ver­ti­cale defi­ni­tivo del sistema finan­zia­rio, si era aperto, per­lo­meno, un dibat­tito sulla neces­sità di auto­ri­for­mare il sistema per ren­derlo meno insi­curo e più solido. Dopo sei anni si può con­clu­dere che ci si è accon­ten­tati della soprav­vi­venza.

L’unica vera arma uti­liz­zata per argi­nare la crisi, l’unico inter­ven­ti­smo estra­neo ai mec­ca­ni­smi auto­ma­tici del mer­cato, è stata l’immissione nel sistema di una enorme massa mone­ta­ria. Tale scelta ha per­messo di raf­fred­dare la crisi nei paesi anglo­sas­soni prima e quella dei debiti sovrani poi. Ma almeno dal 2013 sono via via emersi i rischi di nuove bolle. I numeri sono par­ti­co­lar­mente signi­fi­ca­tivi. Dall’inizio della crisi le ban­che cen­trali hanno aumen­tato la liqui­dità glo­bale di circa il 70%, negli ultimi due anni le sole ban­che cen­trali di Usa, Gran Bre­ta­gna e Giap­pone hanno stam­pato moneta per 2700 miliardi di dol­lari. I risul­tati sono stati infe­riori alle attese, soprat­tutto sull’economia reale. Per non dire di come tali prov­ve­di­menti pro­cra­stino i pro­blemi, espan­dano un’economia fon­data sul debito, riman­dino all’infinito la chiu­sura del rap­porto tra cre­di­tori e debi­tori. I limiti di que­sta ope­ra­zione di sal­va­tag­gio della finanza a mezzo della finanza inco­min­ciano ad affac­ciarsi anche sullo stesso cri­nale dell’economia finan­zia­ria. Si afferma, infatti, una spe­re­qua­zione tra domanda e offerta negli inve­sti­menti finan­ziari. Troppi soldi per pochi col­lo­ca­menti ade­guati. Il miliar­da­rio War­ren Buf­fet con la sua con­sueta capa­cità di foto­gra­fare le con­trad­di­zioni esi­stenti sostiene che «i ren­di­menti privi di rischi sono diven­tati rischi privi di ren­di­menti». E così que­sta impo­nente liqui­dità si aggira in cerca di inve­sti­menti sem­pre più red­di­tizi com­pa­ti­bil­mente a un con­te­sto che li riduce. Il risul­tato è l’abbassamento dell’asticella che fa scat­tare l’allarme sui peri­coli. Diven­tano nuo­va­mente appe­ti­bili titoli di stato di paesi rite­nuti a rischio insol­venza e per­sino i titoli che fino a qual­che anno fa erano defi­niti tos­sici come i Cdo sono tor­nati in voga, cioè quei pre­stiti obbli­ga­zio­nari che attra­verso la tec­nica della car­to­la­riz­za­zione impac­chet­tano una serie di bond o deri­vati, oscu­rando il pro­filo dell’investimento stesso. Solo negli Usa nell’ultimo anno il loro valore nomi­nale è aumen­tato del 40%. Il crollo in corso dei ren­di­menti oltre ad aumen­tare nuo­va­mente il rischio finan­zia­rio com­ples­sivo, rende impra­ti­ca­bile per polizze assi­cu­ra­tive e fondi pen­sioni la pos­si­bi­lità di rastrel­lare sui mer­cati ren­di­menti cor­ri­spon­denti a quelli garan­titi all’atto della sti­pula, obbli­gando que­sti com­parti a ristrut­tu­rare in futuro. Si aggiunga che gli accordi di Basi­lea 3 sulla rego­la­men­ta­zione, con l’avvicinarsi della loro entrata in vigore (nel lon­tano 2018!), gra­zie alle pres­sioni del set­tore ven­gono pro­gres­si­va­mente depo­ten­ziati, aumen­tando la leva finan­zia­ria per le ban­che, cioè il rap­porto tra riserve di capi­tale neces­sa­rie e impie­ghi, evi­tando così la neces­sità di signi­fi­ca­tive rica­pi­ta­liz­za­zioni, adot­tando cri­teri meno strin­genti sull’esposizione ai deri­vati, finendo per favo­rire nuo­va­mente la grandi ban­che d’investimento. Non a caso tali deci­sioni sono state accolte in que­sti giorni con entu­sia­smo dai titoli del set­tore in tutte le borse.
La dimo­stra­zione migliore della pro­fon­dità delle con­trad­di­zioni esi­stenti sono la ste­ri­liz­za­zione del cam­bia­mento inter­ve­nuta e le mode­ste ope­ra­zioni di maquil­lage nella rego­la­men­ta­zione oltre che una poli­tica mone­ta­ria ultra-espansiva dagli effetti impre­ve­di­bili nel medio periodo. Sem­bra pro­prio di essere tor­nati alla casella del via, pec­cato che non sia un gioco.

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