Discarica di Scarpino e Rio Cassinelle: lettera aperta degli Amici del Chiaravagna

Piove, anche oggi piove. Piove sulla Liguria in allerta, piove su Genova, piove su Scarpino. Piove sulle aree esondabili, sui cantieri, sulle colline boscose oramai abbandonate. E in tutto questo piovere, succede che un rio passato alla storia per essere stato il più inquinato d’Italia, un rio che, insieme al purissimo Bianchetta, genera il Chiaravagna anche oggi sia di un colore che richiama la morte: quella stessa morte biologica che gli era stata dichiarata vent’anni fa. Anche oggi, la valle di Scarpino esonda.

Quella valle che un’emergenza di più di quarant’anni fa la tragedia della Volpara ha fatto scomparire sotto il peso di chissà quante tonnellate di chissà che rifiuti arrivati da chissà dove e che, appena può, si vendica su di noi piccoli uomini che pensiamo ancora di poter fare quel che vogliamo della Natura, di poterla soggiogare. Quella valle che lo sapevano i vecchi contava decine di fonti dai comportamenti bizzarri ed in cui i genovesi e non solo incuranti hanno nascosto i propri errori sotto pochi centimetri di terra. Ancora oggi, il Cassinelle rivendica il suo carattere irascibile e vomita nella sua valle, nella val Chiaravagna, nel mar Ligure, i suoi incredibilmente non ben qualificati veleni mortali. Nelle vicende di questi ultimi giorni stupiscono alcune cose: innanzitutto stupisce il clamore che ha assunto la vicenda. Sembra quasi che si tratti di un fatto isolato ed eccezionale, ma non è così. I cittadini che abitano in valle sanno bene quanto frequenti siano sempre stati questi problemi, anche dopo la costruzione del percolatodotto; sono diventati esperti, hanno preso confidenza con i miasmi orrendi, hanno familiarizzato col timore che respirare quell’aria ogni giorno possa avere effetti a lungo termine sulla loro salute. Eppure quei cittadini hanno sempre denunciato questi eventi, li hanno documentati man mano che si verificavano ma solo oggi Genova si accorge di loro. Stupisce poi come, nonostante le dichiarazioni favorevoli ai cambi di passo nella gestione della cosa pubblica, di assunzioni di responsabilità sulle scelte, di partecipazione ed informazione dei cittadini, anche in queste ore non si senta di un amministratore o di un dirigente pubblico che si assuma una responsabilità per quanto sta succedendo. Vogliamo quindi prendercela noi, semplici cittadini, questa responsabilità: è colpa nostra se siamo anche oggi sul baratro della catastrofe ecologica. E’ colpa nostra, perché avremmo dovuto incatenarci ai cancelli della discarica e non consentire più l’accesso di nessun materiale che non fosse un inerte e che non fosse finalizzato a null’altro che alla messa in sicurezza della discarica. Abbiamo sbagliato a non organizzarci per bloccare la raccolta stradale dei rifiuti “tal quale” per obbligare la necessaria transizione verso sistemi di raccolta puntuale che sono l’unica strada per raggiungere gli obiettivi di raccolta differenziata su cui ancora oggi siamo fuori legge e su cui Regione Liguria e Comune di Genova hanno fissato orizzonti di tempo assurdamente lontanissimi, perpetrando l’illegalità ed ammettendo la propria non volontà per usare un eufemismo di rientrare nella Legge. Sicuramente abbiamo commesso un errore quando, dopo avere dimostrato con un progetto pilota a Sestri e Pontedecimo che aveva raggiunto in tre mesi oltre il 50% di raccolta differenziata di qualità tra la soddisfazione dei cittadini, non abbiamo battuto i pugni sulle scrivanie degli uffici per imporre subito l’estensione a tutta la città e la realizzazione dell’impiantistica a freddo necessaria per creare filiere industriali e occupazione dal riciclo senza portare più un solo grammo di rifiuto umido in discarica. Specialmente noi della val Chiaravagna siamo colpevoli di non avere bloccato con ogni mezzo pacifico la città fino ad ottenere un serio piano di captazione e regimazione delle acque che sgorgano sotto la discarica, un impianto di depurazione dedicato ed efficace e comunque una data certa di chiusura e messa in sicurezza definitiva della discarica. Certo, è vero, queste sono le nostre colpe. Avevamo ragione, abbiamo detto queste cose in ogni manifestazione, ogni assemblea pubblica, ogni comunicato stampa, ogni tavolo con l’Amministrazione ma non lo abbiamo gridato abbastanza forte, non abbiamo fatto vedere i denti come avremmo dovuto. Ma se ci siamo comportati così è perché comunque i nostri vecchi ci hanno insegnato il valore della democrazia e del rispetto delle Istituzioni. Ci hanno spiegato che non è con la violenza, anche solo verbale, che si risponde ai soprusi ma con la presenza sul territorio, l’ascolto di chi si sente abbandonato, la testimonianza di come è e di come potrebbe essere vivere in valle, la costanza. Crediamo che il modello di società che abbiamo in testa non possa essere imposto con la forza, ma necessiti di un percorso condiviso e partecipato, senza cui non c’è via di scampo dal sistema delle emergenze in cui affoga questo Paese. Ora però, invece che puntare il dito verso un unico colpevole, urge trovare soluzioni efficaci per evitare che questa servitù così devastante diventi anche la nostra tomba e per tutelare di chi lungo il Cassinelle, il Chiaravagna, a Sestri vive e lavora. Superata con l’impegno di tutti questa fase drammatica, confidiamo che la Magistratura avrà modo di valutare attentamente le responsabilità anche di quelli che, lungo questi ultimi quarant’anni, hanno preferito dire “Non è colpa mia!” nascondendosi dietro un piccolo sacchetto, trasparente, ma lurido e pieno di rifiuti.

Matteo Cresti Presidente Ass.ne Amici del Chiaravagna ONLUS

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