Il mondo che verrà (a che punto siamo).

IL MONDO CHE VERRA’           

(a che punto siamo)

pino

La notizia della prossima unione tra il quotidiano La Stampa e Il Secolo XIX (di fatto un’acquisizione del secondo da parte del primo) ha suscitato molte reazioni. Si sentono lamenti sulla decadenza di Genova.

E’ una sottovalutazione. Non siamo alla decadenza di questa o quella città. Siamo alla fine di un ordine mondiale e stiamo entrando in un’era di disordini e instabilità.

Perché Renzi non fa niente di concreto sull’economia, invece punta sulle riforme istituzionali?

Perché sa che sull’economia non potranno esserci successi da esibire. In questa situazione quello che occorre, con somma urgenza! – la barca può rovesciarsi e affondare da un momento all’altro! – è blindare il potere, o, in termini putiniani, la verticale del potere.

Renzi si sta costruendo la sua personale Arca, su cui imbarcherà i suoi sodali. Se riuscirà a rafforzare il suo potere, potrà affrontare la tempesta che può scatenarsi da un momento all’altro, dato che non ha alcun mezzo (tra quelli di cui può disporre un presidente del Consiglio espresso dall’establishment) per evitarla.

Siamo alla fine dell’utopia liberal-democratica, liberista o keynesiana.

La pausa ferragostana permette di riordinare le idee, di organizzarle e di “divertirsi” a metterle nero su bianco. Ecco qualche pensiero sui fattori della situazione attuale e le prospettive, oltre il dato di base, che domina tutti gli altri: il raggiungimento e l’oltrepassamento dei limiti delle risorse del pianeta. E’ un dato costantemente rimosso dal dibattito pubblico, dove l’economico è vissuto come la priorità assoluta, un mondo autoregolantesi e autosufficiente, svincolato dalle condizioni fisiche della sua stessa esistenza.

L’impotenza di questo sistema nel rimediare ai danni causati dal suo stesso funzionamento si può far risalire alla sua involuzione neofeudale. La struttura di comando reale è ormai pienamente sviluppata come piramide feudale, costituita da catene di vassallaggio: io (signore) ti offro protezione (carriera, posti ben retribuiti…), in cambio di fedeltà e sostegno. Il signore deve sgomitare per avere posizioni di potere da cui ricompensare i sostenitori. Ciascuno è tra un superiore e diversi inferiori. Ciascuno deve obbedienza al proprio benefattore, e a sua volta pretende obbedienza da coloro che lui ha beneficiato. Questo vale nella politica, nell’apparato pubblico, ma anche nel privato, appena si superino certe dimensioni.

Se non si ha chiaro che le Costituzioni (non solo quella italiana, “la più bella del mondo”) sono ormai delle forme vuote, fantasmi di un’altra epoca, senza più alcuna presa sulla realtà, e che il gioco politico si svolge all’interno di un sistema di posizioni di potere personali, ci si preclude la comprensione del mondo attuale.

La caduta della tensione etico-politica e la passivizzazione delle masse ha invertito la corrente. Dal governo della legge, imposto dai movimenti operai e contadini insieme con la borghesia produttiva più o meno illuminata, stiamo regredendo verso un sistema dominato dalle rendite parassitarie e dai nudi rapporti di potere. Così la prepotenza del più forte diventa fonte del diritto, l’arricchimento è il valore supremo, l’homo homini lupus soppianta solidarietà, etica, comunità.

Invece dell’universalismo dei popoli per fare del mondo un’unica comunità (ormai esistono le condizioni tecniche per questo) abbiamo la globalizzazione del mercato, dove il mercato, inteso come regolatore impersonale e giusto dei redditi e delle posizioni sociali è il velo ideologico che nasconde l’assoggettamento di intere popolazioni allo sfruttamento più brutale, il dominio della finanza speculativa e delle posizioni dominanti.

Ma non solo l’utopia è fallita. Oltre al conflitto tra immaginazione e realtà, e più ancora di esso, è fondamentale tenere d’occhio le contraddizioni, i conflitti e i fallimenti dei meccanismi reali.

Anche la globalizzazione, come meccanismo di sfruttamento universale e di assoggettamento del lavoro produttivo alla rendita parassitaria, si sta infrangendo contro i costi improduttivi crescenti delle grandi organizzazioni, politiche ed economiche. Le grandi società anonime (per azioni), le multinazionali, con decine o centinaia di migliaia di dipendenti sono meno efficienti delle imprese famigliari; la finanza speculativa impone all’intera società costi crescenti insostenibili. La burocrazia non è una piaga solo del settore pubblico, quando gli attori abbiano superato certe dimensioni. Le grandi opere inutili sono l’espressione più significativa di un meccanismo impazzito, che sta avvitandosi su sé stesso avendo perso i contatti con le fondamenta materiali e morali della vita reale.

Il mondo reale si prende la sua rivincita. Però non è detto che questo si traduca in un avanzamento, anzi si stanno scatenando forze primordiali localistiche, nazionalistiche, tendenzialmente fascistoidi e conservatrici. Sotto l’apparenza rivoluzionaria, si sviluppano movimenti politici che rivendicano i valori e le regole della proprietà, del privilegio, dello sfruttamento. Quello che vogliono è puntellare l’esistente, senza remore o freni di nessun tipo, in nome di un realismo cupo, rabbioso, sostanzialmente infelice e autopunitivo.

La popolazione non ha ancora capito quello che sta succedendo. E’ (in buona parte) scioccata, spaventata, arrabbiata, ma sempre sostanzialmente passiva. La politica come missione, come imperativo etico, è confinata in piccole nicchie emarginate. C’è poi la persistenza, anche nel campo “alternativo”, di una cultura politica vecchia, “machiavellica”, incapace di ricongiungere i valori ai programmi politici.

Una nuova cultura politica sta emergendo faticosamente, in una lotta durissima non solo contro le idee mainstream (che hanno basi valoriali così vacillanti che possono capovolgersi da un moment all’altro nel proprio contrario), ma anche contro le persistenti culture “alternative” infarcite di dogmi nati in epoche lontane.

Bisogna immergersi e imparare dalla “gente comune” (che “comune” non è). Ognuno ha da insegnare e da imparare. Gli “attivisti” debbono deporre ogni arroganza, ogni presunzione di superiorità. Non cè da creare nuove dipendenze, nuove fedeltà, nuove solitudini, nuovi poteri. C’è da tracciare e praticare percorsi di liberazione individuali dentro pratiche collettive e comunitarie.

C’è un lavoro immenso da fare, perché solo un vasto e profondo cambiamento intellettuale e morale di massa potrà salvarci. Una cultura alternativa, unitaria e plurale, diffusa nel popolo come il lievito nella pasta potrà invertire la rotta.

Come? Questo è il tema che dovrebbe impegnare tutti, a partire dalla consapevolezza della posta in gioco.

 

 

 

Ayas, 15 agosto 2014                                                                 Pino Cosentino

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