Una Liguria che delega prima o poi affonda.

di Manuela Cappello
(Forum Salviamo il Paesaggio Genova)

La Regione Liguria ha un territorio di circa 5500 kmq di cui circa solo il 5% costiero, dove si è concentrata la maggior parte della popolazione. Dagli anni 50 in poi i terreni agricoli sono stati letteralmente colonizzati per usi diversi dall’agricoltura e le coste sono state occupate da abitazioni, strade, fabbriche, ed altro. L’urbanizzazione delle coste e delle aree agricole è avvenuta senza una pianificazione reale, ma sempre su richieste dei privati innescando il circolo vizioso concessioni=oneri di urbanizzazioni= svendita del territorio.

Per tanti anni si è costruito pensando allo sviluppo e al lavoro, concependo l’edilizia e la cementificazione come il volano per l’economia, senza tener conto né delle prospettive reali di crescita rispetto ai mercati, né della qualità dell’abitare, del vivere, del lavoro, della reale tutela del territorio e degli aspetti paesaggistici, tanto meno della sicurezza delle persone. Tale cementificazione schizofrenica ha portato ad una serie di conseguenze gravi: impermeabilizzazione dei suoli, mancanza di bacini di contenimento dell’acqua, plateazione dei torrenti e restringimento degli alvei, abbandono dei territori boscati e agricoli e conseguente assenza di manutenzione, mancanza di adeguate infrastrutture pubbliche, servizi e depuratori (con conseguenza di messa in mora per una buona parte dei Comuni liguri), ecc…

Negli anni gli enti locali e la Regione non solo non hanno fatto costante manutenzione del territorio e interventi seri di mitigazione del rischio, ma non si sono neppure mai posti il problema di non rilasciare più concessioni per nuove costruzioni o ampliamenti, di ridurre l’impermeabilizzazione dei suoli, di non aumentare il rischio per le persone, di liberare le aree ad alto rischio….insomma hanno concesso costantemente di costruire in nome della crescita, della rendita immobiliare e speculativa, del lavoro, e degli oneri di urbanizzazione, rimanendo ancorati a questa vecchia ideologia ed equivalenza del cemento=lavoro, ignorando peraltro la vera pianificazione urbanistica e di bacino e le potenzialità occupazionali ad alta intensità di lavoro con relativi benefici diffusi sulla collettività.
Purtroppo la politica spesso parla di “sostenibilità”, ma in realtà ad ogni occasione continua a rilasciare concessioni e a dare priorità alle grandi opere (TAV, Gronda) anziché occuparsi del territorio.

Dal 2010 in poi la Liguria ha avuto una serie di eventi calamitosi dovuti a intense precipitazioni frequenti che hanno causato i danni che ormai i liguri conoscono bene: frane, alluvioni, morti. E tuttavia non si era all’oscuro dei problemi del territorio. Ma le soluzioni? Ecco alcuni esempi: a Genova, dopo decenni di soldi pubblici spesi per elaborare il progetto dello scolmatore del Bisagno (si parla di 3 milioni di euro solo per scrivere la progettazione), con l’alluvione del 2011 l’amministrazione persegue obiettivi minori, ma non risolutivi. Tanto da “dimenticare” di inserire questo progetto nel Piano Urbanistico Comunale, pur essendo già approvato e l’unica opera in grado di ridurre notevolmente il rischio (insieme al rifacimento della copertura alla foce ed altri minori interventi).

Sempre a Genova ci ritroviamo oggi con un progetto finanziato per il mini scolmatore del Rio Fereggiano che viene spacciato come risoluzione dei problemi, ma che in realtà li risolve solo parzialmente, dal momento che il rischio nel Bisagno resta elevato. Lo scolmatore del Fereggiano sarà di utilità (forse) per il sub bacino Fereggiano, ma in caso di raggiungimento di piena del Bisagno (evento sempre più frequente) i problemi della vallata resteranno identici.

Occorre attivare una politica determinata a risolvere i problemi del bacino evitando di sperperare denaro in modo inappropriato solo per rispondere all’emergenza e perseguendo l’obiettivo della mitigazione del rischio rispetto alla piena duecentennale (1). La mitigazione dei rischi è stata studiata e aggiornata dalla Provincia di Genova, già da molti anni., con i Piani di Bacino e il Piano degli Interventi, che prevedono azioni strutturali e non strutturali. Le prime (scolmatore, consolidamenti del terreno, opere di ingegneria naturalistica, di sostegno, di consolidamento versanti, ecc..) sono articolate in ordine di priorità e di costi; le seconde (vincoli urbanistici, assicurazioni, protezione civile, come sistemi integrati di allarme, di organizzazione dell’emergenza e eventuale soccorso, installazione di idrometri e pluviografi) sono facilmente attuabili, a breve termine e a costi relativamente bassi. Il Piano prevede l’integrazione di tutte queste opere, ma ad oggi il Comune di Genova non ha attuato neppure le opere non strutturali.

Ad ogni alluvione si piangono fiumi di lacrime per i morti e i danni, si promettono rimborsi (che magari non arrivano) e mai più disastri, ma dopo pochi mesi tutti si dimenticano e si ricomincia con la solita logica delle concessioni e degli oneri di urbanizzazione da incassare. La colpa è anche un po’ di quei cittadini che dopo il voto danno piena delega ai politici disinteressandosi della cosa pubblica e occupandosi dei propri interessi individuali, ma anche di quei cittadini che dopo le alluvioni vanno in piazza a protestare per poi tornare all’indifferenza generale, come se una manifestazione potesse essere sufficiente a far cambiare le cose. Se davvero si vuole cambiare, come cittadini occorre impegnarsi seriamente, costantemente, rinunciare ad un po’ del proprio tempo per dedicarsi a studiare, a partecipare, ad imparare, ad ascoltare e a farsi un’opinione consapevole, per essere uniti nelle richieste e nelle proteste, per ostacolare quei percorsi amministrativi che spesso volano sopra le nostre teste, per non essere retorici o demagogici, per articolare correttamente e coscientemente il proprio pensiero e non cadere nei luoghi comuni.

In Liguria e nei nostri Comuni, purtroppo, non vi è una norma che disciplini metodi partecipativi e neppure c’è la volontà di avviare processi trasparenti. Le decisioni vengono prese sopra le nostre teste, e nonostante le alluvioni, si continuano a realizzare progetti di parcheggio in aree verdi (come il Bosco Pelato di Genova), di centri commerciali in aree a massimo rischio idraulico (come il centro commerciale di Brugnato), di nuove costruzioni su suoli liberi (come il Brico della Val Bisagno), di ampliamenti di coop in zone ad alto rischio, ecc…

Nonostante diversi tentativi di modifiche statutarie sulla partecipazione, il Comune di Genova non ha attuato alcunché, tanto meno i consiglieri comunali di opposizione e maggioranza hanno portato avanti le proposte (regolamento sul dibattito pubblico per le grandi opere, modifica sul regolamento per il referendum, regolamento sulla partecipazione) che la sottoscritta aveva presentato nel 2010-11.

Il Piano Urbanistico del Comune di Genova (è il documento dove si scrivono le norme urbanistiche), da anni in itinere, è stato oggetto di osservazioni da parte delle associazioni, di privati, della Regione, ed oggi è in discussione nelle commissioni consiliari. In questi anni varie associazioni sono riuscite a fare un lavoro capillare analizzando frase per frase, emendamento per emendamento, intervenendo nelle commissioni, proponendo emendamenti e intraprendendo, di fatto, una campagna contro il consumo di suolo. In primis il Forum Salviamo il Paesaggio ha inviato al Comune e chiesto di compilare un questionario sull’urbanizzazione comunale (utile per una corretta pianificazione urbanistica), “campagna Censimento del cemento”. Successivamente si è avviata un’iniziativa lanciata dal Forum Salviamo il Paesaggio di Genova insieme alla rete IF e all’Arci Genova, che ha raccolto l’adesione di più di 50 associazioni. Durante le fasi di consultazione sul PUC, è stata preparata una petizione che in poco tempo ha raccolto migliaia di firme, consegnate direttamente al Sindaco. La petizione era così formulata:

Considerato l’alto indice di urbanizzazione e impermeabilizzazione del suolo, lo stato di abbandono del territorio e il rischio idrogeologico che ne consegue, le difficoltà di accesso alla terra per la produzione agricola locale, l’alto numero di edifici vuoti e l’andamento demografico decrescente,
io cittadino genovese,
chiedo
che il PUC (Piano Urbanistico Comunale) non preveda ulteriore consumo di terreno libero, né in superficie, né sottoterra. Stop al consumo di territorio.

Le associazioni hanno poi organizzato un dibattito pubblico con relatori che hanno attuato e stanno attuando piani urbanistici a crescita zero (Luca Martinelli (giornalista di Altreconomia); Guido Montanari (docente di storia dell’architettura contemporanea del Politecnico di Torino e assessore all’urbanistica comunale di Rivalta); Roberto Corti (sindaco di Desio); Domenico Finiguerra (ex sindaco di Cassinetta di Lugagnano) Fabio Balocco (avvocato ambientalista -Pro Natura), per dimostrare agli assessori comunali (Bernini) e regionali (Barbagallo) che si trattava di istanze praticabili da subito, se solo lo si fosse voluto. La costanza e la fermezza di queste associazioni, insieme agli sfortunati eventi alluvionali hanno portato l’amministrazione a retrocedere rispetto ad alcune posizioni iniziali, ma l’obiettivo prioritario “Stop al consumo di suolo” non è ancora raggiunto. Servirà ancora tempo per far comprendere alle istituzioni che non si tratta di richieste esagerate, bensì necessarie per la sicurezza delle persone, per una migliore qualità della vita e del lavoro ed occorrerà una maggiore partecipazione delle persone affinchè non si perda il lavoro fatto fino ad oggi.

(1) Si tratta della portata che si verifica, secondo le statistiche delle precipitazioni, una volta nel corso di duecento anni. E’ la portata che le norme impongono di adottare per dimensionare i sistemi di allontanamento delle acque e poter considerare l’area in sicurezza idraulica.

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