Il coraggio… di sostenere questa amministrazione

  di:     Pino Cosentino – Attac Genova

Come abbiano potuto, persone di cui ho/abbiamo stima, arrivare a dare di sé la rappresentazione di lunedì scorso in Consiglio Comunale, è tema del massimoPino Cosentino interesse per comprendere la natura della rappresentanza nel sistema politico liberal-democratico, ossia come le istituzioni democratiche (con l’eccezione di enti locali di piccole dimensioni) sebbene elette a suffragio universale, siano strutturalmente strumenti del dominio della minoranza della popolazione sulla maggioranza. Non solo in Italia, dovunque.

Cosa è successo lunedì scorso? La più classica sceneggiata politichese: voglio no, ma voto sì. Mentre PDL, PD, Lista Musso, Lega Nord, UDC…votavano lietamente secondo… coscienza (?), autorizzando il Comune di Genova a partecipare alla Conferenza dei servizi sulla Gronda, tre consiglieri della lista Doria e uno di SEL hanno giudicato che la vera saggezza politica era votare il contrario di quello che ritenevano giusto e di ciò che hanno promesso ai loro elettori.

D’altronde niente di nuovo rispetto a quanto fatto finora. E’ stata una scelta di perfetta continuità con due anni e mezzo di navigazione guidata dal duo Bernini-Farello, i veri padroni di questa amministrazione, a cui Doria fornisce la copertura della sua faccia pulita.

Ma di tutte le cose dette in Consiglio Comunale una frase mi ha colpito particolarmente. Nel corso del sofferto intervento in cui annunciava e giustificava il voto favorevole alla delibera, il consigliere di Sel Leo Chessa ha detto, ricorrendo a una trita formuletta retorica, che occorre più coraggio a votare “sì” (salvando l’attuale amministrazione) che a votare contro (seguendo il proprio intimo convincimento avverso alla Gronda).

Un’affermazione palesemente falsa, ma proprio per questo particolarmente rivelatrice.

E’ vero il contrario. Votare “sì”, salvare l’amministrazione, giunta a metà del suo mandato senza aver fatto niente di quello che i suoi elettori avrebbero voluto, è un atto di conservazione, di continuità. Un tenersi al calduccio nel comodo nido presidiato dal Dottor Sottile Farello, eloquenza fluente a strenua difesa degli interessi costituiti.

Votare invece “no”, uscire dalla maggioranza, con una possibile sostituzione della lista Doria, di SEL e della FdS con UDC e altri, questo sì è un salto nel buio, è ritrovarsi in mare aperto e dover nuotare con le proprie gambe e braccia. Ma questo richiede, oltre al coraggio richiamato da Chessa, soprattutto uno straccio di visione politica, di analisi e di progetto.

Qual è il progetto politico della lista Doria (o almeno della metà che ha votato sì, incluso il capogruppo)?

Quello del sindaco e (lo apprendiamo dai comunicati anti Bruno) anche di PRC e PDCI, che considerano il centrosinistra (cioè il PD) un valore supremo, per il quale vale la pena di sacrificare qualunque punto programmatico? Il sindaco in più occasioni ha rivelato una visione politica molto tradizionale. I problemi ambientali e la democrazia partecipativa sono per lui dettagli, il cuore della sua visione è la buona amministrazione: serietà, onestà, laboriosità. Una visione da ufficiale austroungarico, non sbagliata, ma decisamente al di sotto delle necessità dell’oggi. Definisce Iren “bene comune”, ritiene che per i servizi pubblici “pubblico” o “privato” siano lo stesso, purché funzionino (!), si è tenuta la delega per la partecipazione per evitare il rischio (remoto, per la verità, visto i livello qualitativo…) che un assessore troppo zelante potesse fare qualcosa di serio in materia. Lasciamo perdere il PUC, qui davvero gli animal spirits del PD cementificatore si sono manifestati senza tanti mascheramenti.

Il fiore all’occhiello di questa giunta (dal punto di vista della lista Doria) sarebbe la gestione dei rifiuti. Anche qui molte parole e pochi fatti. C’è voluta la magistratura per schiodare Pietro D’Alema dal suo posto. Alla fine accettano la privatizzazione di AMIU, che sarà ceduta a Iren (coerentemente con l’idea di “Iren Bene comune”), e la produzione di Combustibile Solido Secondario (da rifiuti) da bruciare nei cementifici, dove è ancora più pericoloso che negli inceneritori.

E il contesto? Cosa occorre ancora per aver chiara la natura del PD, partito-azienda espressione organica del grande capitale? Ultima prodezza, la legge sulle banche popolari: qualcuno sa citare un provvedimento, uno solo, contro la finanza speculativa? O qualcuno pensa che i Bersani, i D’Alema, i Cuperlo…siano, sotto questo profilo, qualcosa di diverso?

Si potrebbe continuare. Ma ci sono altre considerazioni più importati di queste.

In fondo, tutto questo è vecchia politica, politica fatta dalle élite, dove la massa della popolazione è truppa al seguito. E’ la politica come manovra di palazzo.

Questa politica è oltretutto superata nei fatti, poiché la situazione attuale non concede margini di discrezionalità.

Nel 2011 è entrata in vigore ufficialmente la Costituzione Italiana.2, detta anche “Napolitana”. Il suo articolo 1 suona così: “La sovranità appartiene al popolo ai mercati, che la esercitano con le buone o con le cattive” (dove “mercati” è il termine convenzionale per indicare il conglomerato multinazionali-grandi banche-ceti politici) . La forza politica che ha favorito l’emersione della “Napolitana” e più ne ha beneficiato è il PD, il partito delle COOP, di Unipol, del Monte dei Paschi ecc. ecc. Il partito della Nazione, le cui linee programmatiche non stanno in pezzi di carta, ma in provvedimenti legislativi: restringere la democrazia, mettere i lavoratori nella completa balia dei datori di lavoro, piegare la resistenza dei popoli al saccheggio del patrimonio pubblico e alla distruzione dell’ambiente naturale, salvaguardare le rendite e i profitti, garantire e possibilmente accrescere ricchezza e privilegi dell’élite di cui loro stessi sono parte integrante.

Noi possiamo decidere quel che vogliamo, ma c’è un fattore che non dipende da noi umani e dai nostri ritmi: la crisi ambientale. Essa rende imperativa (e il progresso tecnologico rende possibile) una politica diversa, fatta dai popoli in prima persona. Solo la forza di ampi strati popolari, come avvenuto in Val di Susa, può invertire una rotta che oggi appare segnata, irremovibile.

Da questa presa d’atto nasce un’alternativa politica, o meglio: (ri)nasce la politica come progetto. Tutto il resto è velleitarismo. O opportunismo.

E’ stupefacente la velocità con cui persone “alternative” e ferventi sostenitori della democrazia partecipativa, elette casualmente nelle istituzioni rappresentative, si sentano improvvisamente artefici dei destini collettivi, arrivando a considerare la propria permanenza su un qualche strapuntino un bene in sé, e di conseguenza la priorità a cui sacrificare ogni altra considerazione.

Addirittura in perfetta buona fede, come l’affermazione di Chessa sul coraggio autorizza a ritenere. E’ l’unica spiegazione che so trovare. Non solo il potere vero: anche il simulacro del potere è una droga che dà alla testa, altera la percezione della realtà, produce allucinazioni.

La fascinazione del potere rende inutili i progetti politici. Per come è adesso la rappresentanza, il potere, realtà o illusione che sia, diventa subito un fine in sé. Davanti alla sua corposa realtà i progetti politici appaiono evanescenti fantasticherie. Non parliamo poi di “valori”, roba da sognatori!

Non sarebbe la prima volta, nella nostra storia plurimillenaria, che i sognatori si sono dimostrati più concreti e “pratici” dei “realisti”, o presunti tali.

  Genova, 22 gennaio 2015                                                                 

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