Elogio dell’antipolitica – Dalla politica alla democrazia

di Pino Cosentino – Attac Genova

La contrapposizione politica-antipolitica è un topos retorico che sta conoscendo un rilancio considerevole nella pubblicistica e nel dibattito pubblico di questi anni, in coincidenza con la diffusione di movimenti antisistema che ottengono affermazioni elettorali importanti contrapponendosi all’intero mondo politico.   Pino Cosentino
Si tratta di fenomeni difficilmente inquadrabili, se non in negativo.

Antipolitica (Garzanti Linguistica): “atteggiamento di chi è ostile alla politica, alle sue logiche, ai partiti e agli esponenti politici, ritenendoli dediti ai propri interessi personali e lontani dal perseguire il bene comune”.

L’antipolitica sarebbe dunque un rifiuto radicale del sistema politico liberaldemocratico, della democrazia rappresentativa.
Ma l’antipolitica può diventare una proposta positiva? L’antipolitica è destinata a restare un rifiuto infantile, una manifestazione di primitivismo irragionevole, o è la pietra su cui si costruirà il solido edificio del mondo nuovo? E quale antipolitica? Quella di Donald Trump e di Salvini, quella di Grillo, quella di Iglesias o altra ancora?

Che “antipolitica” sia usato da “politici” e giornalisti come anatema per bollare i movimenti sociali come estremismi fanatici contrari al comune buon senso non fa meraviglia.

Può invece suscitare una certa sorpresa che un’analoga condanna dell’antipolitica, sebbene con argomenti diversi, si ritrovi presso una parte significativa degli attivisti dei movimenti che contestano il sistema.
Le sinistre vedono nell’antipolitica una cultura di destra, che vorrebbe gettare a mare le conquiste politiche del dopoguerra, codificate dalla Costituzione del ’48. L’antipolitica (e su questo si realizza un’ampia convergenza fra “rivoluzionari” e benpensanti) sarebbe una critica “di pancia”, cioè emotiva, dettata da paure elementari, acuita dal disagio economico crescente di strati consistenti della popolazione.

La condanna dell’antipolitica proviene dunque o dai sostenitori e beneficiari di questo sistema politico, oppure da una parte dei suoi oppositori, con motivazioni opposte ma in parte convergenti (la “pancia”).

La condanna dell’antipolitica da parte di oppositori del “sistema”, specie di sinistra, è rivelatrice di parecchie cose:

1. la forza pervasiva della cultura dominante, che produce schemi di pensiero apparentemente “universali” che nemmeno i suoi avversari riescono a riconoscere come frutti e puntelli di questo sistema di dominio, e perciò li adottano come parte del proprio sistema di valori;
2. la difficoltà a capire il presente e a progettare il futuro; prevale la capacità di leggere il passato per progettare il passato prossimo, che ormai, per quanto prossimo, è comunque scivolato via. Ci si attarda così in atteggiamenti puramente difensivi e nostalgici, di qualcosa che non c’è più, mentre gli avversari, lavorando a modo loro sulla “pancia”, sono più efficaci nel presente;
3. l’ambiguità di parti dei movimenti, che in realtà sono pronti a sacrificare gli obiettivi comuni per trovare una valorizzazione (non necessariamente economica) del proprio ruolo personale in ambito istituzionale;
4. il divorzio probabilmente irrimediabile tra le culture di sinistra, anche di estrema sinistra, da tempo elitistiche (nei fatti) e legate soprattutto a ceti benestanti, e il popolo.

Certamente l’antipolitica è diffusa in tutti gli strati della popolazione (nel suo “immaginario collettivo” [Wikipedia]) non sotto forma di raffinate analisi, ma come sequela di stereotipi, semplificazioni, esagerazioni…Nelle sue versioni più diffuse può essere irritante per chi ha una visione più documentata e meditata dei fatti politici.

Qui si viene al punto. L’antipolitica è anche considerata sinonimo di “populismo”.
Cos’è dunque che induce a considerare certe correnti non come espressione di idee diverse dalle proprie, ma come idee che non dovrebbero avere diritto di cittadinanza, idee “selvagge”, mostruose, incivili? Forse il fatto di portare alla luce una subcultura popolare, ciò che ribolle nella “pancia” della società, soprattutto nei suoi strati più bassi, e che i “politici” pensano di educare ignorandola, come farebbe una persona ben educata che faccia finta di niente mentre uno zoticone si pulisce il naso con il tovagliolo?
Ma le sinistre sono popolo, o sono un’altra cosa? Di fatto tutte le forze di sinistra hanno scelto di farsi istituzione, di innalzarsi al di sopra del popolo (verso il quale hanno lo stesso atteggiamento tra il paternalistico e l’infastidito di tutti i ceti dominanti), di criticarlo “dal di fuori”, addirittura “dall’alto”. E’ comune anche nel mondo degli attivisti dei movimenti sentir dire, in tono critico, che la tal forza politica si rivolge “alla pancia” della gente. Gli argomenti della suddetta forza politica saranno ripugnanti (penso, ad esempio, al suo principale cavallo di battaglia, l’immigrazione), ma meravigliarsi che il popolo abbia una pancia significa aver abbandonato tutta una cultura che cercava alternative al sistema partendo dalle condizioni materiali delle persone, e da come esse (condizioni materiali) influenzano sentimenti e pensieri. Che non sono da negare e rigettare, ma da interpretare e rielaborare, in quanto presenza del mondo reale e comune nella coscienza, quindi ancoraggio ineliminabile con la realtà. Perché ciò avvenga in una direzione piuttosto che in un’altra dipende dalla posizione dei proponenti, dalla qualità dei contenuti che propongono e dalle relazioni che essi stabiliscono con la generalità della popolazione. Le sinistre sono oggi percepite, a ragione, come parte dell’establishment, e perciò coinvolte nella condanna popolare della politica.
C’è un fossato difficilmente definibile, ma molto chiaro nella percezione dei più, tra oligarchie economico-politiche e loro sostenitori, da una parte, popolo dall’altra.
Nella percezione generale, il fossato coincide con le istituzioni elettive, che ormai una larga maggioranza considera un male, forse necessario, ma comunque un lavoro sporco.
Oggi c’è quasi da vergognarsi a confessare che ci si occupa di politica. Anche nel caso in cui si tratti di un volontariato disinteressato, come per gli attivisti dei movimenti. Si legge negli occhi dell’interlocutore una perplessità, uno stupore, che non si rasserena neanche dopo aver spiegato quanto la “nostra” politica sia diversa dalla “loro”.
Il distacco dei cittadini dalla politica da un lato fa paura, ma dall’altra è la premessa indispensabile per quel processo di superamento della democrazia rappresentativa ormai necessario per entrare in una nuova fase dello sviluppo umano e uscire dal cul di sacco in cui l’umanità si è cacciata con la finanziarizzazione globalizzata della società.

La politica dei moderni (democrazia rappresentativa, suffragio universale – maschile e femminile -, pluripartitismo, dibattito pubblico libero, libertà di associazione e di espressione…) è stata una grande conquista in primo luogo del movimento operaio e contadino, con il prezioso contributo di uomini e donne di ogni classe sociale e diverse correnti di pensiero, laiche e religiose.
Si è sviluppato, accompagnando la diffusione del capitalismo, un grandioso movimento di liberazione che ha coinvolto un po’ tutta l’umanità, ma che ha dato i suoi frutti più maturi proprio nei paesi dove lo sviluppo capitalistico è andato più avanti. In essi la spinta della borghesia emergente alla costruzione di un sistema economico basato sulla competizione anziché sulle rendite di posizione ha favorito ed è stato favorito dalla spinta umana a liberarsi dai vincoli opprimenti degli antichi regimi.
Come tutti i movimenti storici, anche questo si è dispiegato nella concretezza delle diverse situazioni, assumendo le forme più disparate secondo i contesti.
Ma si può facilmente rinvenire, osservando la complessità e varietà di forme dei diversi movimenti e delle idee che li ispirarono, un valore eterno soggiacente, che li accomuna tutti: l’affermazione della dignità e del diritto alla felicità di ogni essere umano (senza dimenticare gli animali che dimostrino una soggettività individuale).
La leva per l’emancipazione umana fu individuata nella politica, intesa come formazione ed esercizio di un potere pubblico che non scende dall’alto, ma promana dalla volontà dei cittadini.
Così dovunque nel mondo si sia affermato il più alto grado di sviluppo della società capitalistica là si è stabilita la politica, nella forma di democrazia rappresentativa e dei suoi riti (partiti, dibattito pubblico, elezioni ecc.).
Tutto questo va salvaguardato con la massima cura e il più fervido impegno. La politica, con il suo corredo, lo Stato di diritto, sono oggi la realizzazione più alta e compiuta del valore eterno e comune che ispira e ha sempre ispirato ogni movimento di emancipazione umana.

Tuttavia, proprio alla luce di quell’ispirazione che pone le persone come valore assoluto, dobbiamo constatare che la politica si è convertita nello strumento del lato oscuro del capitalismo per consolidarsi e prendere il sopravvento. Come la bomba ai neutrini, che uccide ogni forma di vita ma lascia intatte le cose, il capitalismo nella sua fase finanziaria (o, seguendo Gallino, finanzcapitalismo) distrugge la democrazia lasciandone intatte le forme esteriori: i partiti, le elezioni, i parlamenti ecc.
Ciò corrisponde a nuove necessità del sistema di mercato, ove la competizione esenta sempre più il capitale, ma non tutti gli altri fattori, che fanno a gara a fornire al capitale stesso le condizioni di miglior favore (fiscalità, diritti del lavoro, tutela dell’ambiente, ecc.). La politica così diventa funzionale al nuovo contesto.
La politica come è oggi intesa non può più essere lo strumento di emancipazione che è stata nel passato. Dovunque la politica è uno strumento di lobby e bande di speculatori, truffatori, imbonitori, o semplici kapò, per legittimare lo sfruttamento del popolo e il saccheggio delle risorse naturali.
La delega incondizionata che la democrazia rappresentativa concede a chi prenda i voti necessari secondo le forme legali vigenti equivale a consegnare le chiavi di casa a bande di grassatori impuniti, sotto qualunque bandiera si presentino.

Oggi l’umanità può salvarsi dal disastro solo prendendo risolutamente nelle mani il proprio destino.
Come sempre, l’avanzamento dell’emancipazione umana prenderà strade differenti secondo i diversi contesti storici, ma dovrà dovunque sbarazzarsi della politica e trovare le forme che permettano a tutti i cittadini che lo vogliano di esercitare concretamente i diritti sovrani che gli spettano, in parte direttamente, in parte attraverso rappresentanti eletti che non vadano a costituire, come ora, un ceto sociale a sé, ma siano veramente rappresentanti e non padroni.
Questa è la prossima rivoluzione, che sarà necessariamente all’insegna dell’antipolitica.
Si intravvede già lo scenario: un centro, l’establishment, occupato dalle sinistre, insieme con altre componenti moderate, dedito alla difesa della politica, nonché del finanzcapitalismo; una destra antipolitica, in senso regressivo, reazionario, fintamente “popolare”; una sinistra antipolitica, in nome del protagonismo dei cittadini, che vede la democrazia come esercizio della effettiva, non simbolica, sovranità popolare. Questa permetterà la rivalutazione del lavoro al cospetto della finanza e dello strapotere del capitale, la promozione del “comune”, la salvaguardia dell’ambiente e il graduale rientro dal vero debito, quello ecologico.

Per la critica dell’economia politica. il sottotitolo che Marx diede al Capitale è spesso dimenticato, come se non fosse un postulato qualificante della teoria esposta nella sua opera.
Quel sottotitolo è invece la chiave imprescindibile per la comprensione dell’analisi marxiana, il cui intento non è tanto fornire la chiarificazione teorica del sistema capitalistico, quanto di individuare in esso i presupposti per il suo rovesciamento. La critica marxiana non è rivolta contro questa o quella specifica teoria economica, bensì contro la costruzione di una disciplina che pretenda di fornire le leggi naturali dell’economia, come se questa non fosse una formazione storica e perciò transitoria, ma un dato di natura, che la volontà umana può alterare e deviare dal suo cammino per un po’ di tempo, ma che finirà sempre per rifluire nel percorso che leggi eterne le fissano.
Marx riconduce l’economia dalla sfera dell’oggettività (natura) a quella della soggettività (prodotto umano, forma in continuo divenire dei rapporti tra esseri umani). La teoria economica, nata come un ramo della filosofia morale, trasforma relazioni tra fatti dovute a rapporti sociali transitori in leggi oggettive ed eterne. Mentre invece il capitale stesso, per Marx, non è altro che un “rapporto sociale”.
Quella di Marx, potremmo dire, non è un’economia, bensì un’antieconomia. Non è una teoria economica, ma la teoria che svela la natura di ogni teoria economica, di essere una tecnica al servizio del sistema capitalistico e al contempo un’ideologia che ne legittima il dominio.

L’economia politica presenta come fatto naturale la separazione dei produttori dai frutti del loro lavoro.
La politica presenta come fatto naturale la separazione del popolo sovrano dall’esercizio effettivo della sovranità.

L’elemento separatore è il meccanismo della rappresentanza, il corpo professionale elettivo che presenta due caratteristiche: ha come compito primario quello di gestire l’economia, come se la nazione e lo Stato fossero aziende; usufruisce di una delega illimitata, che ne fa, in quanto ceto, l’effettivo padrone dello Stato e delle sue risorse, da cui attinge abbondantemente.
Queste caratteristiche ne fanno una componente essenziale dell’oligarchia. Esso infatti sposta ingenti risorse pubbliche dai produttori ai profitti, attraverso politiche fiscali, monetarie e di finanza pubblica; ma presenta ciò come sostegno all’”economia”, come se questa fosse un meccanismo oggettivo che produce frutti per tutta la comunità. La rappresentanza, originata e “scelta” dai cittadini-elettori, fornisce al sistema la legittimità necessaria.
Attraverso i meccanismi elettorali il popolo si convince di essere esso stesso responsabile dello stato di cose esistente. Il popolo stesso diventa così il cane da guardia dell’attuale sistema di sfruttamento e dissipazione.
La politica, da fattore di liberazione, diventa il mezzo attraverso cui il popolo viene mantenuto nella sua condizione di inferiorità, sebbene sia numericamente la maggioranza della popolazione.
Infatti il popolo, in quanto moltitudine di individui, può esercitare effettivamente la sovranità solo se organizzato come soggetto collettivo. Ma i partiti sono organizzazioni esterne al popolo, che attraverso il meccanismo della rappresentanza si integrano, ai vertici, con l’oligarchia.
La rappresentanza non è asservita agli interessi dei potentati economici. E’ essa stessa un potentato economico. Essa diventa parte integrante dell’oligarchia, di cui condivide livelli di redito, stile di vita, valori e idee.
La rappresentanza è il cancro della democrazia, lo strumento dell’oligarchia per inglobare gli effettivi o potenziali organizzatori del popolo.
Nell’era della finanziarizzazione globalizzata gli effetti sono: la privatizzazione dello Stato, la tendenziale scomparsa del “pubblico”.
In questo senso i movimenti realmente alternativi sono l’antipolitica. L’esperienza storica dimostra che la politica, in quanto competizione elettorale tra partiti supportati da organizzazioni sociali in vari modi collegate (sindacati, chiese, cooperative, associazioni fiancheggiatrici…), non ha mai prodotto una vera alternativa al dominio della ricchezza.
La finanziarizzazione è l’espressione del rifluire verso la difesa di posizioni di rendita da parte di strati molto consistenti della classe dei grandi proprietari, le cui proprietà hanno oggi necessariamente la forma della ricchezza finanziaria.
La consistenza nominale di tale ricchezza cresce a un ritmo molto superiore a quello dell’economia reale. Si determina perciò una situazione in cui sono presenti crediti molto superiori ai beni esigibili. E’ un cappio che si stringe attorno al collo del mondo, un cappio dovuto solo a rapporti di potere, non certo a presunte leggi “naturali” dell’economia.
Da questa situazione la politica non potrà salvarci, perché essa, come è stato dimostrato dalla grande crisi del 2007-08, e dagli sviluppi successivi, è parte del problema, essendo parte integrante delle oligarchie finanziarie.
La politica non può tentare che una via: lo smobilizzo dell’immenso patrimonio naturale, sociale ed economico “comune”: le foreste, l’acqua, le fonti energetiche,
i diritti sociali trasformati in domanda privata (istruzione, sanità, previdenza), le infrastrutture costruite nei secoli, la miriade di aziende pubbliche, soprattutto locali. Le privatizzazioni di ogni bene comune e funzione pubblica, già avviata, è ciò che ci attende.
Batte l’ora dell’antipolitica, solo essa ci salverà.

L’antipolitica non è altro che il popolo. Il popolo sopprimerà la politica per instaurare la democrazia. Non un popolo abbruttito e manipolato dalla falsa antipolitica dei Trump e dei Salvini. La loro non è antipolitica, me iperpolitica, con loro l’inganno, la sopraffazione e la separazione del popolo dai processi decisionali raggiunge livelli più alti della politica tradizionale. Essi non sono la negazione della politica, ma i suoi esponenti più estremi, gli atleti, i funamboli, i mistici della politica.
L’antipolitica non ha capi, ma guide morali che rifiutano di uscire dal popolo perché la comunità è la vita e la gioia, mentre il percorso individuale all’affermazione di sé lascia solo rimpianti e cenere.
La prossima volta che qualcuno vi chiede di cosa vi occupate, rispondete sereni: “Di antipolitica”. Capirà, e voi vi sentirete meglio.

 

 

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