Il debito come paradigma dell’economia

Il debito come paradigma dell’economia

di Marco Bertorello -Attac Genova-  Dal Granello di Sabbia (n° 25 Sett Ott 2016 clicca per scaricare il pdf dal blog di Attac Italia)  pubblicazioni di Attac Italia per un nuovo modello sociale

Il debito pubblico secondo l’impostazione dominante dovrà e potrà essere riassorbito prevalentemente attraverso la crescita economica. Peccato che viviamo in una fase che non riesce a realizzarla. Lo schema, quasi calcistico, che propone l’economista Luca Ricolfi è 4-3-2-2-1, cioè negli anni ‘60 il PIL cresceva del 4% fino a ridursi all’1% nel primo decennio del nuovo secolo per prevedibilmente ridursi ancora intorno allo zero in quello attuale. Questo andamento, semplificando un poco, spiega come il progressivo ingolfarsi dell’economia del boom del dopoguerra, sia stato fronteggiatoMarco-Bertorello attraverso un crescente processo di finanziarizzazione incentrato sempre più sul debito, innanzitutto privato.

L’istituto Mc Kinsey attesta come nel periodo che va dal 2000 al 2010 i debiti complessivi globali (cioè quelli di Stati, cittadini, imprese e imprese finanziarie) siano aumentati del 103%, passando da 77 mila miliardi di dollari a 158 mila. Nel periodo antecedente la crisi (1999-2007) il debito privato è schizzato anche nella vecchia e sobria Europa: in Francia è cresciuto del 24%, in Italia del 31%, per arrivare in Grecia a +52% e in Spagna e Irlanda addirittura a +98%. L’esplosione della crisi, nonostante quello che si potrebbe ipotizzare, non ha ridotto il ruolo del debito, lo ha solo parzialmente modificato nella sua composizione interna.

Complessivamente però il debito globale è aumentato dal 2007 al 2014 di ben 57 mila miliardi di dollari, passando dal 270% al 286% del PIL mondiale.

La ridislocazione riguarda una parziale contrazione del debito privato a vantaggio di quello pubblico nei paesi occidentali e un’esplosione di quello privato nei paesi emergenti. La Cina ha un indebitamento privato che percentualmente non ha nulla da invidiare a quello di USA e Giappone, pari al 160% del PIL. Nonostante la Cina sia considerata la fabbrica del mondo, cioè il centro dell’economia reale, quella cosiddetta produttiva, le sue aziende hanno accresciuto il proprio debito in maniera considerevole, passando dal 98% del PIL nel 2008 al 160% nel 2014. Esistono imprese dedite alla produzione di beni materiali che in Borsa valgono 10/20 volte il loro fatturato.

I paesi emergenti hanno, dunque, dato vita a un processo di finanziarizzazione delle proprie economie a tappe forzate, rendendosi straordinariamente simili ai paesi storicamente più sviluppati. Il debito estende il suo raggio d’azione a tutte le latitudini, diventando ai tempi della stagnazione il principale motore della crescita.

Nei paesi Occidentali il processo è a uno stadio più avanzato, con la crisi il debito privato si è già rivelato insostenibile ed in misura significativa è stato assorbito dalle casse pubbliche. Dal 2008 si è verificato un grande travaso dai debiti privati a quelli pubblici, finendo per far crescere in maniera esponenziale quest’ultimi. Nel 2007 il debito sovrano nell’Eurozona era pari al 25% del PIL, nel 2014 è giunto al 94%, negli USA nel periodo 2000-07 oscillava tra il 47 e il 55%, per salire nel 2014 a oltre il 100%. Dopo anni di sbornia neoliberista, incentrata su libero mercato e privatizzazioni, gli Stati hanno salvato l’economia di mercato e ora accelerano sulle logiche di rigore e austerità a senso unico, facendo pagare il conto ai soggetti subalterni secondo il tradizionale adagio “si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite”.

In Italia, questo processo si è affermato con alcune specificità, in quanto il nostro debito pubblico era già alto e non si è potuto aumentarlo facendo operazioni dirette di salvataggio per fronteggiare la crisi. Ma il debito pubblico italiano è aumentato comunque in conseguenza del crollo del PIL dovuto alla virulenza della crisi globale. Non a caso l’Italia, dopo la Grecia, resta il paese europeo con il debito pubblico più grande. Carlo Cottarelli, ex incaricato della cosiddetta spending review, ha recentemente scritto un libro dall’eloquente titolo «Il macigno», riferito al nostro debito pubblico. Cottarelli rappresenta quella parte dell’establishment attento, che propone un percorso rassicurante ed equilibrato, che se si vuole ha un approccio raffinato, in cui prende in considerazione in maniera meno manichea tutte le opzioni e di tutte valuta pregi e difetti.

Un testo ragionevole dunque. Egli avanza un progetto apparentemente credibile fatto di austerità moderata, poche privatizzazioni e sgonfia di significato quelle che definisce le ormai «mitiche riforme di struttura» che, ammette, potranno dare risultati solo nel tempo.

E infine come ultima carta avanza la crescita economica. Una crescita che dovrebbe essere, e per lui potrebbe essere, del 3% e che consentirebbe nel 2035 di far scendere il debito al 75% dall’attuale 133%. Cottarelli ipotizza un percorso lineare e di lungo periodo, ma in grado di attrezzarci per le prossime crisi. L’Italia, però, più che attrezzarsi per le crisi a venire deve uscire dall’attuale contesto di stagnazione pressoché strutturale che impedisce di dichiarare persino conclusa la crisi precedente. Da questo punto di vista una crescita del 3% appare un obiettivo lunare, sia per il contesto interno sia per quello internazionale, costantemente instabile.

Quello che Cottarelli definisce “un macigno” grava sull’economia pubblica, ma è lo strumento di una più generale “economia a debito”, costituisce cioè l’elemento fondante dell’attuale economia. Dunque quella di non pagare il debito che, frettolosamente,

Cottarelli liquida come una scelta autolesiva per il fatto che sarebbero gli stessi italiani a detenere per 2/3 i titoli pubblici, appare invece la strada prioritaria da intraprendere. In realtà il presunto possesso popolare di titoli pubblici è la risultante di una lettura distorta della realtà, che non indaga le differenze che vi stanno sotto. Nonostante l’opacità delle notizie sulla composizione del debito e sul profilo socio-economico dei suoi detentori, possiamo affermare che anche tra i detentori di titoli sovrani vi è forte sperequazione di redditi e ricchezze.

D’altronde perché a fronte di grandi e crescenti diseguaglianze il mondo della finanza e del risparmio non dovrebbe essere polarizzato anche nel detenere titoli di debito sovrano?

Per questo è necessario creare Commissioni indipendenti di indagine sui debiti a tutti i livelli, con l’obiettivo di ristrutturarli in maniera democratica e dal basso. Tutelando piccolo risparmio e vittime dell’attuale austerità. Solo un processo di sottrazione dalle logiche del debito potrà inaugurare una nuova convivenza sociale.

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