Ultimi numeri di “Il granello di sabbia” -Dove è finita la democrazia-Non è un paese per giovani- Democrazia partecipativa- a cura di Attac Italia

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Università di Attac Italia 2017

É possibile affrontare il tema del lavoro a tutto campo per comprenderne i mutamenti presenti e prossimi e confrontare, da questo punto di osservazione, le proposte per un nuovo modello di società? Noi pensiamo di sì ed è all’approfondimento di questi temi che abbiamo dedicato l’Università estiva di Attac Italia, del 15 -17 settembre 2017 a Cecina Mare (Li).

Vi ricordiamo che sono aperte le iscrizioni e vi invitiamo a prenotare prima possibile per consentirci di organizzare tutto al meglio! Per prenotare scrivere a: segreteria@attac.org

Accade a Genova: AMIU-IREN: rinvio di una settimana. Seconda delibera di iniziativa popolare.

ACCADE A GENOVA

MARTEDI’ 31 GENNAIO 2017

 

AMIU A IREN: RIVIO DI UNA SETTIMANA

SECONDA DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE: IL CONSIGLIO APPROVA

 

AMIU A IREN: RINVIO DI UNA SETTIMANA

Martedì scorso è stata una giornata particolare per il capoluogo ligure.

La cessione a IREN della maggioranza azionaria di AMIU, la società a socio unico (il Comune) che, con oltre 1.500 dipendenti, gestisce il ciclo dei rifiuti, sembrava cosa fatta, e la seduta del Consiglio Comunale di oggi una semplice formalità.

Anche i sindacati maggiori, con l’eccezione della CISL, avevano rinunciato a opporsi al passaggio di AMIU nel recinto di Iren, firmando con il Comune un protocollo d’intesa che dava via libera all’operazione e rinunciava anche all’ultima fragile diga, il mantenimento della maggioranza delle azioni nelle mani del Comune di Genova. Ma ieri l’assemblea dei lavoratori di AMIU, chiamati a ratificare l’intesa, ha visto una partecipazione superiore alle attese in un clima di forte tensione. Alle votazione una larghissima maggioranza di lavoratori ha bocciato la linea CGIL – UIL – FIADEL e l’intesa siglata con il Comune. Tutta l’operazione è stata così rimessa in discussione.

I sindacati sconfessati dalla propria base hanno indetto per oggi un presidio davanti al palazzo di città, presidiato da un imponente schieramento di polizia e carabinieri, che hanno fronteggiato centinaia di lavoratori molto determinati a impedire l’irenizzazione di AMIU, e gli aumenti già annunciati della TARI. Dentro il palazzo la maggioranza non era poi così sicura, sicché si è preferio rinviare il voto a martedì prossimo, mentre permane tuttora lo stato di agitazione dei dipendenti AMIU.

Vedremo cosa maturerà in questi sette giorni, ma intanto è confortante la ricomparsa di un personaggio che sembrava, dopo le cinque gloriose giornate del 2013, del tutto scomparso: i lavoratori.

Certamente il PD, i suoi satelliti e Iren non rinunceranno a inglobare AMIU. Sarebbe uno smacco che rischierebbe di mandare a gambe all’aria l’intera strategia che la holding targata PD ha impostato e implementato in questi ultimi anni. Una strategia che privilegia il profitto come fine primario dell’azienda, rispetto al fatturato. O più precisamente: una strategia che non persegue il profitto per mezzo del fatturato. L’obiettivo è raggiungere una remunerazione degli azionisti dall’attuale 5,5% all’8% entro il 2021. Risultato da ottenere anche con volumi fatturati stabiii o in diminuzione, compensando anche i 40 milioni di euro di certificati verdi aboliti, che finora si riversavano direttamente sull’utile.Dalla semplice constatazione che la massima redditività, la più sicura, la più costante nel tempo, proviene dalle attività regolate, purché le condizioni politiche permettano appropriate politiche tariffarie, Iren ha scelto una linea di parziale disimpegno nelle attività non regolate e semiregolate (energia, dove come ultima mossa ha messo in vendita il rigassificatore di Livorno), e invece una linea espansiva in quelle regolate, essenzialmente attraverso acquisizioni, nei territori in cui è già fortemente insediata. L’influenza sui decisori politici si rafforza quanto più un territorio è presidiato. Dapprima Iren ha ottenuto il controllo dell’intero ciclo dei rifiuti di Torino (acquisizione di AMIAT e poi di TRM, l’inceneritore del Gerbido). Intanto intensificava i suoi rapporti con SMAT, l’acquedotto che serve l’intera provincia ed è di proprietà dei Comuni. Insieme con SMAT Iren ha acquisito la Società Acque Potabili di Torino, con cui ha allargato la sua presenza nei servizi idrici liguri e piemontesi. Ma l’obiettivo è chiaro, riguarda la proprietà di SMAT.

In questo quadro va vista la campagna di conquiste che completeranno il controllo di Iren sui servizi a rete (acqua e gas) e ambientali del ponente ligure, con l’acquisizione di AMIU a Genova e della multiutility tascabile ACAM a La Spezia. Ma con AMIU si completerebbe il ciclo, su una scala territoriale piuttosto grande (Parma, Piacenza, Torino, La Spezia, Genova). Iren ha già tre inceneritori: Tecnoborgo (Piacenza), quello di Parma chiamato vezzosamente PAI (Parco Ambientale Integrato), e il Gerbido di Torino. Perciò è chiaro quale sarebbe l’utilizzo della spazzatura genovese. Secondo l’accordo con il Comune di Genova la RD non dovrebbe superare il 45%. Verranno usati 3 cassonetti: umido, vetro e tutto il resto, con separazione a valle, ovviamente finalizzata alla produzione di CSS per alimentare gli inceneritori. In tal modo si potrebbe aumentare anche il teleriscaldamento (previsto un aumento del 27% entro il 2021, contro un +4% di elettricità), un altro monopolio che crea dipendenza, specie se il potere politico è compiacente.

IREN ha dovuto affrontare un ritorno ad alti livelli di indebitamento (dopo qualche anno di riduzione del debito). Solo l’acquisizione d TRM ha causato un aumento dell’indebitamento di 424 milioni. Con le prossime acquisizioni Iren raggiungerà un indebitamento finanziario netto pari all’intero fatturato. Ma ormai godrà di una protezione pari a quella delle banche: troppo essenziale al governo del territorio per poter fallire. L’aumento del costo del servizio per i cittadini non sarà mai troppo alto se servirà a garantire il pagamento del servizio del debito e la continuità delle aziende che gestiscono servizi essenziali.

I cambiamenti della struttura del gruppo sono conseguenza della strategia adottata, che potremmo chiamare “sovraprofitto da (pseudo)territorialità”. Riduzione delle società di primo livello da cinque a quattro, e soprattutto centralizzazione delle funzioni di staff nella capogruppo, che infatti passa in un solo anno (dal 31/12/2014 al 31/12/2015) da 254 a 821 occupati, di cui ben 45 dirigenti. 

Come si vede, un piano coerente, razionale e probabilmente vincente (almeno nel breve termine) che pone i territori al servizio dello sviluppo di un’entità estranea, un esoscheletro dotato di una propria logica e di propri meccanismi di sviluppo.

Ieri l’umanità ha dato un segno di vita. Ma il necessario ribaltamento appare ancora lontano.

SECONDA DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE: IL CONSIGLiO APPROVA

Dopo il rinvio della delibera su AMIU – IREN, il Consiglio Comunale ha discusso la seconda delibera di iniziativa popolare, che impegna la Giunta ad avviare un percorso partecipativo, Municipio per Municipio, per quantificare i diritti civici, ossia le prestazioni da parte del Comune a cui ogni singolo cittadino ha diritto, in relazione al prelievo fiscale complessivo.

La discussione è stata molto animata in commissione. In sede di Consiglio ci si limita alle dichiarazioni di voto. La delibera è approvata con 18 voti a favore, 10 contrari e 6 astenuti.

Le due delibere che hanno superato il giudizio di ammissibilità sono passate entrambe!

Venerdì esamineremo questo risultato e discuteremo cosa siamo e cosa vogliamo diventare.

MARTEDI’ PROSSIMO, 7 FEBBRAIO   ORE 9 PRESIDIO DAVANTI A TURSI MENTRE IN CONSIGLIO SI DISCUTE L’ALIENAZIONE DI AMIU A IREN

Mercoledì 29 giugno a De Ferrari (Largo Pertini) ore 10 -19 lavoratori e cittadini si incontrano per festeggiare e raccogliere le ultime adesioni

PER LA PRIMA VOLTA A GENOVA 2.000 (E PIU’) CITTADINI PROPONGONO TRE DELIBERE COMUNALI DI INIZIATIVA POPOLARE SU TRASPARENZA, DIRITTI CIVICI, SERVIZI  UBBLICI LOCALI, ACQUA

Le nuove potenti fontane che hanno inondato zone cittadine sono la manifestazione evidente che gli utili di Mediterranea delle Acque (105 milioni negli ultimi 4 anni) provengono da investimenti programmati per giustificare gli aumenti delle tariffe, pagati dai cittadini con le bollette dell’acqua, ma non eseguiti (o eseguiti solo in parte, e malamente) . Il risparmio si traduce in utili che vanno agli azionisti, in prevalenza banche e fondi di investimento.

Così le strutture (tubazioni, impianti di sollevamento, filtri ecc.) vanno incontro a un progressivo deterioramento, che si rivela all’improvviso in fatti come quelli genovesi di questi giorni, o il recente crollo del lungarno a Firenze.

Tutto ciò è stato denunciato più volte, ma le amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi 20 anni (Pericu, Vincenzi e ora Doria) hanno trasferito la gestione dell’acqua a società di diritto privato (Mediterranea delle Acque, Iren) e ne difendono gli interessi, a spese dell’intera collettività.

Sull’acqua, il trasporto pubblico, la gestione dei rifiuti, i diritti spettanti ai cittadini in cambio delle risorse che affidano agli enti pubblici, la trasparenza dei processi amministrativi e decisionali,

oltre 2.000 residenti di almeno 16 anni compiuti presentano ora 3 DELIBERE COMUNALI DI INIZIATIVA POPOLARE.

DOMANI ULTIMO BANCHETTO – GAZEBO PER RACCOGLIERE ANCORA LE ULTIME ADESIONI E FESTEGGIARE IL RAGGIUNGIMENTO DEL NUMERO RICHIESTO DI PROMOTORI.

GIOVEDI’ 30 GIUGNO CONSEGNA AL COMUNE (UFFICIO DEL SEGRETARIO GENERALE) DELLE DELIBERE CORREDATE DALLE FIRME DEI PROMOTORI, A NORMA DELL’ART. 21 DELLO STATUTO.

DOMANI, MERCOLEDI’ ORE 12, CONFERENZA STAMPA IN LARGO PERTINI.

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Lunedì 30 maggio, Largo Pertini (De Ferrari) ore 10-19, lavoratori e cittadini si incontrano per dire No alle privatizzazioni e per un cambiamento delle politiche del Comune

 

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Privatizzazione delle poste: si da l’avvio, qual’é la posta in gioco?

Di  Marco Bersani (Attac Italia)

E’ partita lunedì scorso la privatizzazione di Poste Italiane, che verrà realizzata attraverso la collocazione sul mercato di azioni della società corrispondenti a pocoMarco Bersani meno del 40% del capitale sociale. L’obiettivo dichiarato dal governo Renzi è l’incasso di circa 4 miliardi da destinare alla riduzione del debito pubblico. Già da questa premessa emerge il carattere ideologico dell’operazione: l’incasso di 4 miliardi di euro comporterà, infatti, un drastico calo del nostro debito pubblico dall’attuale vertiginosa cifra di 2.199 miliardi di euro (dati Banca d’Italia, fine luglio 2015) alla cifra di 2.195 miliardi (!). Senza contare il fatto di come l’attuale utile annuale di Poste Italiane, pari a 1 miliardo di euro, andrà calcolato, come entrate per lo Stato, in 600 milioni di euro/anno a partire dal 2016. Si tratta di un evidente rovesciamento ideologico della realtà: non è infatti la privatizzazione di Poste Italiane ad essere necessaria per la riduzione del debito pubblico, quanto è invece la narrazione shock del debito pubblico ad essere la premessa per poter privatizzare Poste Italiane.

Fatta questa premessa, occorre aggiungere come anche il prezzo di vendita del 40% di Poste Italiane sia stato ipotizzato al massimo ribasso, prefigurando, ancora una volta, la svendita di un patrimonio collettivo. Infatti, mentre Banca IMI, filiale di Intesa Sanpaolo, attribuiva, non più tardi di una settimana fa, un valore a Poste Italiane compreso fra gli 8,95 e gli 11,42 miliardi di euro, e mentre Goldman Sachs parlava di una cifra compresa i 7,9 e i 10,5 miliardi, ai blocchi di partenza della vendita delle azioni la società risulta valorizzata fra i 7,8 e i 9, 79 miliardi.

A questo, vanno aggiunti tutti i fattori di rischio insiti nell’operazione, legati al fatto che mentre si decide di privatizzare un servizio pubblico universale, consegnandolo di fatto alle leggi del mercato, se ne rafforza al contempo, per rendere più appetibile l’offerta, il carattere monopolistico nel campo dei servizi oggi offerti, per i quali non v’è invece alcuna certezza rispetto al domani: parliamo dell’accordo vigente con Cassa Depositi e Prestiti per la gestione del risparmio postale (1,6 miliardi di commissione), così come dei crediti vantati da Poste nei confronti della pubblica amministrazione (2,8 miliardi). Senza contare come la società abbia in pancia strumenti di finanza derivata, il cui fair value, al 30 giugno 2015, risulta negativo per 976 milioni di euro.

Ma aldilà di queste considerazioni economicistiche, è a tutti evidente come, con il collocamento in Borsa del 40% di Poste Italiane. muti definitivamente la natura di un servizio, la cui universalità era sinora garantita dal suo contesto di garanzia pubblica, che permetteva, attraverso i ricavi realizzati dagli uffici postali delle grandi aree densamente urbanizzate, di poter mantenere l’apertura di uffici, spesso con funzioni di presidio sociale territoriale, in tutto il territorio italiano, a partire dai piccoli paesi. E’ evidente come la privatizzazione in atto inciderà soprattutto su questo dato: per i dividendi in Borsa diverrà assolutamente necessario il taglio dei rami economicamente secchi, ovvero la drastica riduzione degli sportelli nelle aree poco popolate.

E,infatti, il piano industriale già prevede -ma sarà solo l’assaggio- la diversificazione dei modelli di recapito, che da ottobre 2015 rimarrà quotidiano per nove città definite ad “alta densità postale”, mentre diverrà a giorni alterni per 5267 comuni. Quasi tautologico sottolineare l’impatto sul mondo del lavoro, che vedrà una drastica riduzione -si parla nel tempo di 12-15.000 posti in meno- oltre al sovraccarico di ritmi per quelli che avranno la fortuna di essere sfuggiti alla mannaia.

Di fatto, con la privatizzazione di Poste Italiane si cerca di rendere espliciti processi che già con la precedente trasformazione in SpA erano rimasti sotto traccia: un’attenzione sempre più residuale al servizio di recapito postale (anche per motivi legati all’innovazione tecnologica) e un accento sempre più marcato sul ruolo finanziario di Poste Italiane, che, oggi, grazie alla capillarità dei suoi presidi territoriali (13.000 sportelli), costruiti negli anni con i soldi della collettività, può tranquillamente lanciarsi in Borsa sfruttando la fidelizzazione dei cittadini accumulata in decenni di ruolo pubblico, per metterla a valore in prodotti assicurativi, finanziari e in sempre più spregiudicate speculazioni di mercato. Stupisce, ma fino a un certo punto, la totale condiscendenza dei principali sindacati ad un percorso che non avrà che ricadute negative sia sul fronte del lavoro che su quello dei servizi per i cittadini. Non vale la foglia di fico dell’azionariato popolare, che in realtà rende la truffa ancor più compiuta: con le azioni per i dipendenti e gli utenti si fa un ulteriore favore ai grandi investitori, che potranno controllare la società senza neppure fare lo sforzo di mettere soldi per acquistarla.

Marco Bersani

Attac Italia

Internet: www.attac.it

STOP TTIP. Incontro al Circolo ARCI Zenzero con Alberto Zoratti. (Genova 8 ottobre 2014)

Alberto Zoratti
Biologo e giornalista, è presidente di Fairwatch, ONG italiana di economia solidale che promuove campagne di sensibilizzazione ed advocacy sui temi del cambiamento climatico, del commercio e dell’economia internazionali.

E’ stato vicepresidente dell’Assemblea generale italiana del commercio equo e solidale (AGICES), tra i promotori di campagne come « MobiliTebio » e « Questo Mondo Non E’ in Vendita » e portavoce di Rete Lilliput nel Genova Social Forum al G8 del 2001. Tra i fondatori di Comune-info (htttp://comune-info.net) collabora con « Altreconomia ».

Le sue ultime pubblicazioni sono:

– Il voto nel portafolio. Scelte etiche e spesa quotidiana » di Leonardo Becchetti, Monica di Sisto, Alberto Zoratti, Casa Editrice il Margine, Italia, 2008

– I Signori della Green Economy Neocapitalismo tinto di verde e Movimenti glocali di resistenza » di Monica di Sisto, Alberto Zoratti, EMI – Editrice Missionaria Italiana, Bologna., 2013

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Nuovo numero del mensile in pdf di Attac Italia “il granello di sabbia”: Elezioni UE, verso quale Europa?

Granello-di-sabbia.5-maggio_14

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Sommario

EDITORIALE:
Il sogno dell’Europa dei popoli e la triste vicenda della Fortezza Bastiani
di Vittorio Lovera | Attac Italia

L’Europa che vogliamo
di Marco Bersani

Democrazia ed Unione Europea
di Franco Russo

Stop TTIP: prima che sia troppo tardi
di Monica Di Sisto

La trappola del Fiscal Compact
di Marco Bersani

Precarietà ed austerità
di Carmine Tomeo

Reddito o lavoro di cittadinanza?
di Claudio Giorno

La FTT
di Vittorio Lovera

Dalla padella alla brace!
di Antonio Tricarico

USA e Germania, partita doppia

di Roberto Musacchio

Intervista a Giudo Viale

redazione Attac

Europa sotto attacco

del prof. Luciano Li Causi

In Europa è tempo di beni comuni

di Elisabetta Cangelosi

Avanti Europa

di Sven Giegold

Interruzione volontaria della gravidanza in Spagna: il finto dibattito

di Nuria Varela

Dissesto Comune Napoli

di Fabrizio Greco

Non siamo stati noi

di Marco Schiaffino

Democrazia partecipata

di Pino Cosentino

Una voce dissidente

di Paolo Andreoni

 

Pubblicato lunedì 19 Maggio 2014

Roma 17 maggio 2014. Manifestazione per i Beni Comuni, contro le privatizzazioni.

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Privatizzazioni: il nuovo che avanza?

di  Marco Bersani – Attac Italia –

Il Consiglio dei Ministri ha dato ieri l’ok alla collocazione in Borsa del 40% di Poste Italiane e del 49% di Enav, con l’intenzione di incamerare una cifra di circa 6 miliardi di euro.

L’obiettivo dichiarato è naturalmente la riduzione del debito pubblico, che da questa operazione riceverà, marco bersanicome ognuno può notare, una spinta decisiva : scenderà infatti da 2.120 a 2.114 miliardi di euro, senza contare come le entrate annuali dello Stato, stanti gli utili attuali delle due società, passeranno da 1 miliardo a 600 milioni (Poste) e da 50 a 25 milioni (Enav).

Un vero e proprio nonsense economico, che svela il meccanismo che sottende a tutte le politiche di austerità : le privatizzazioni non servono ad abbattere il debito pubblico, ma è la trappola –costruita artificialmente- del debito pubblico a permettere la prosecuzione delle privatizzazioni.

Sbandierate come il nuovo che avanza, le privatizzazioni hanno ormai una lunga e fallimentare storia nel nostro Paese: negli anni ’90, furono il cavallo di battaglia del liberismo imperante, al punto che, nonostante la guerra neoliberale alla società porti da sempre con sé il vessillo (meritato) di Margaret Tahtcher, il nostro Paese con i suoi ricavi di 152 miliardi di euro, è riuscito a piazzarsi al secondo posto mondiale, dopo il Giappone, nella classifica dei proventi da privatizzazione.

Con i risultati che tutti oggi conosciamo: il totale disimpegno dello Stato dai settori, anche strategici, dell’economia, l’azzeramento di ogni funzione pubblica in campo economico-finanziario, la costruzione di monopoli privatistici, la drastica riduzione dell’occupazione e della qualità dei servizi, l’aumento delle tariffe a carico dei cittadini.

Il governo Renzi, in particolare riguardo a settori sensibili per i diritti universali dei cittadini- com’è il caso di Poste Italiane- propaganda una sorta di azionariato popolare riservato ai dipendenti e ai risparmiatori; come se la storia non dimostrasse, al di là di tutte le favole sulla democrazia economica, quale sia il vero ruolo dei piccoli investitori: mettere i soldi nella società, permettendo così agli azionisti maggiori di poterla controllare senza nemmeno fare lo sforzo di doverla possedere.

Ciò che viene propagandato come nuovo è di conseguenza la vecchia ricetta che, con lo shock della crisi, viene riproposta in maniera estensiva: a rischio sono oggi le aziende partecipate dallo Stato, ma ancor più l’insieme delle ricchezze in mano alle comunità locali –territorio, patrimonio pubblico, beni comuni- sui quali i grandi capitali accumulati in due decenni di speculazione finanziaria hanno deciso di mettere le mani, favoriti dalle politiche monetariste dell’Ue e dalle scelte liberiste del governo Renzi.

Per opporsi a tutto questo e per mettere in campo le coordinate di un altro modello sociale e di democrazia, che parta dalla riappropriazione dei beni comuni, dei servizi pubblici e della ricchezza prodotta, dal diritto al reddito, al lavoro e al welfare, domani una grande, pacifica e colorata manifestazione nazionale attraverserà le strade di Roma.

Sarà composta da donne e uomini diversi, ognuno con lo sguardo rivolto all’orizzonte.

Senza sapere ancora come raggiungerlo, ma per iniziare a camminare.

 

 

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