Linee guide per l’azione di Attac Italia

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 LINEE GUIDA PER L’AZIONE DI ATTAC ITALIA

Le linee guida qui sotto proposte hanno l’obiettivo di definire i temi, gli obiettivi e i percorsi su cui l’associazione intende agire a livello locale e nazionale nel prossimo futuro.

 

Premessa 

Il modello capitalistico nella sua fase della finanziarizzazione spinta ha la necessità di estendere il dominio della finanza non solo sull’economia reale, ma sull’intera società, la vita delle persone, la natura.

L’obiettivo è mettere sul mercato anche le sfere che sino a pochi anni fa ne erano escluse o quantomeno regolate: dai diritti del lavoro ai beni comuni, dai servizi pubblici all’ambiente.

Per raggiungere l’obiettivo, i vincoli finanziari che, da Maastricht in avanti, permeano l’azione dell’Unione Europea, e la narrazione ideologica del debito pubblico sono necessari per proseguire e approfondire le politiche di austerità, precarizzazione e privatizzazione.

In questo quadro, anche la democrazia a tutti i livelli – locale, parlamentare ed europeo- già in verticale crisi per la dislocazione dei poteri, sempre più fuori dalle sedi elettive, necessita di una torsione autoritaria, che, dai trattati di libero commercio internazionali alle riforme nazionali, sancisca il primato della redditività e dei profitti su reddito, diritti, servizi pubblici e beni comuni.

Si tratta di un processo globale di accaparramento delle risorse a favore di pochi e contro i diritti di tutti, come da tempo evidenziano le criminali politiche di respingimento dei migranti, le politiche di guerra permanente, e la diffusione del razzismo indotto dalle politiche emergenziali e securitarie.

De-finanziarizzare la società 

In questo quadro, una prima linea d’azione di Attac Italia dev’essere orientata alla

de-finanziarizzazione della società e alla de-mercificazione della vita, partendo dalla resistenza a tutti i livelli all’espansione degli interessi finanziari per arrivare alla sottrazione al mercato e conseguente riappropriazione di sempre più ampie sfere sociali e di produzione.

De-finanziarizzare la società significa in primo luogo demistificare la trappola ideologica del debito pubblico, combattere la dittatura dei sistemi bancari e finanziari, opporsi alle privatizzazioni per affermare il primato dell’interesse generale su quello individuale, della politica collettiva sull’economia, del paradigma dei beni comuni sul pensiero unico del mercato. 

azioni concrete

livello internazionale

  1. a) la lotta a tutti i trattati di libero commercio variamente definiti e, nello specifico, per fermare Ttip, Ceta e Tisa;
  2. b) la lotta contro i vincoli finanziari introdotti da Maastricht in avanti (patto di stabilità, pareggio di bilancio e fiscal compact);
  3. c) il controllo dei movimenti di capitale attraverso la campagna 005 per l’introduzione della FTT (Financial Transaction Tax); 

livello nazionale

  1. a) l’avvio di una campagna per la verità sul debito pubblico del Paese e l’istituzione di una Commissione d’indagine indipendente per il non pagamento del debito illegittimo; a questo proposito, la nascita di Cadtm Italia -di cui Attac Italia è fra i promotori – può permettere l’avvio di un processo di demistificazione dell’ideologia del debito e la costruzione di un sapere sociale che produca la massa critica necessaria;
  2. b) l’avvio di una campagna per la socializzazione del sistema bancario e finanziario, sottraendo la ricchezza sociale e la finanza agli interessi di pochi e restituendole all’interesse collettivo; a questo proposito, la campagna per la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti, avviata da tempo, va rilanciata e costruita come obiettivo prioritario;
  3. c) la lotta a tutte le privatizzazioni dei beni comuni e dei servizi pubblici e per la loro riappropriazione sociale attraverso una gestione partecipativa delle comunità locali;

livello locale

  1. a) l’avvio dell’audit indipendente sui bilanci comunali e sulla gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici, come forma di riappropriazione del sapere sociale e strumento di lotta contro i vincoli finanziari e la trappola del debito, che giustifica le privatizzazioni.
  2. Riappropriarsi della democrazia

Il binomio capitalismo-democrazia formale, nell’attuale fase di finanziarizzazione spinta dimostra tutta la sua contingenza e la politica di espropriazione necessaria al modello liberista considera ormai un ostacolo qualsiasi spazio di democrazia.

La separatezza tra la politica istituzionale e la società, nata dalla ribellione culturale contro la casta, rischia di essere funzionale alla stessa, che oggi può perseguire, grazie alla disaffezione sociale, la strada dell’oligarchia al servizio dei grandi interessi finanziari.

Il contributo che Attac Italia può dare a questo processo va nella direzione di una battaglia culturale per “la socializzazione della politica” e per “la politicizzazione della società”; ovvero da una parte la lotta per la riappropriazione di ogni spazio di democrazia diretta e dal basso e dall’altra l’azione per un salto culturale, sistemico e di qualità, delle lotte dei movimenti sociali.

azioni concrete 

livello nazionale

  1. a) in direzione della riappropriazione della democrazia, Attac Italia, dopo l’importantissima vittoria del “NO” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, ritiene fondamentale l’avvio di un percorso politico e culturale per spingere, nel campo della democrazia rappresentativa, il ritorno al sistema proporzionale e, nel campo della democrazia diretta, alla forte espansione di tutti gli strumenti di partecipazione diretta dei cittadini (referendum, leggi d’iniziativa popolare etc.);

livello locale

  • a) il tema della riappropriazione sociale dei beni comuni, dei servizi pubblici e della ricchezza sociale diviene dirimente: da questo punto di vista, il bilancio partecipativo è l’obiettivo locale su cui puntare per aprire lo spazio della democrazia partecipativa, come premessa necessaria per ogni sperimentazione di autogoverno sociale e di autodeterminazione territoriale. 
  • Riprendiamoci il comune 

La necessità di un approccio sistemico alla crisi del modello liberista comporta come prioritaria la focalizzazione sulla dimensione territoriale, per almeno due motivi: il primo è legato al fatto di come siano proprio i Comuni e le comunità territoriali uno dei luoghi di precipitazione della crisi, perché è sulla ricchezza sociale delle stesse (territorio, patrimonio pubblico, beni comuni e servizi pubblici) che si gioca la partita della loro messa sul mercato; in secondo luogo, la dimensione delle comunità territoriali è quella che permette con più facilità l’assunzione di una visione sistemica di riappropriazione sociale e la possibilità di una inversione di rotta verso un modello di città e di territorio, basato sulla riappropriazione dei beni comuni, su una nuova finanza pubblica e sociale, su una nuova economia sociale territoriale, sulla democrazia partecipativa. 

azioni concrete 

Il percorso promosso da Attac Italia e denominato “Riprendiamoci il Comune” -da declinare sia nel senso del luogo (città, Comuni e territori), sia nel senso del “comune” come percorso di autogoverno dal basso che contrasti ogni privatizzazione e superi in avanti le difficoltà del “pubblico”- trova conferma in diverse esperienze neo-municipaliste che si stanno già muovendo in diverse realtà e che vedono i comitati locali di Attac attivi dentro le stesse (pensiamo a “Decide Roma”, a “Massa Critica” di Napoli, ma anche al percorso di Genova e alle sperimentazioni in atto in diverse città).

In questo senso, Attac Italia ha la necessità di approfondire e diffondere il percorso “Riprendiamoci il Comune” in ogni realtà in cui è attiva, a partire da alcuni punti di azione definiti:

  • l’avvio dell’audit del debito e della finanza locale;
  • il bilancio partecipativo;
  • la produzione di una carta dei beni comuni urbani;
  • la riappropriazione dei beni comuni e dei servizi pubblici come istituzioni sociali della comunità territoriale;
  • l’avvio di pratiche per una nuova economia territoriale socialmente ed ecologicamente orientata;
  • l’espansione delle forme di democrazia partecipativa dal basso e di autogoverno socialeed ecologicamente orientatoI cambiamenti climatici in corso, la drammatica diseguaglianza sociale a livello planetario, le guerre e i conflitti permanenti, le migrazioni di massa impongono ormai un radicale cambiamento di rotta: il modello capitalistico va abbandonato, mentre diviene urgente la costruzione di un altro modello economico che sia socialmente ed ecologicamente orientato. Va posta con forza la questione del lavoro e della produzione: se oggi il lavoro è orientato allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna e dell’uomo sulla natura, occorre riporre il tema del “cosa”, “come” e “per chi” produrre, aprendo la strada alla drastica riduzione del tempo di lavoro, alla redistribuzione sociale del lavoro necessario, e al diritto ad un reddito universale di esistenza.Va posta infine la questione delle risorse necessarie per questa radicale trasformazione sociale. La risposta si trova in un dato del recente studio (Oxfam, 2016) sulla distribuzione della ricchezza nel mondo: le 8 persone più ricche del pianeta dispongono ad oggi di un patrimonio equivalente alla ricchezza totale posseduta da 3,6 miliardi di persone, ovvero la metà più povera del pianeta stesso.  Il prossimo passo dovrà dunque essere quello di delineare collettivamente su ogni punto toccato qual è lo stato dell’arte e quali sono le tappe di formazione, sensibilizzazione e mobilitazione. ATTAC

 ITALIA Febbraio 2017

 Quanto sopra delineato costituisce il telaio delle linee guida per l’azione di Attac a livello nazionale e locale. Alcuni punti e campagne fanno già parte del lavoro che Attac quotidianamente mette in campo, altri sono riflessioni su cui avviare l’autoformazione orientata all’azione.

Conclusioni

Va posta inoltre la questione della territorializzazione dell’economia, secondo il principio per cui “tutto quello che può essere prodotto e autoprodotto in un dato territorio, lì deve essere realizzato”, consentendo progressivi percorsi di auto-organizzazione sociale ed economica.

In questo senso, la riappropriazione collettiva della ricchezza sociale e la riappropriazione sociale dei beni comuni e della democrazia sono strettamente connesse e divengono l’unica possibilità per un futuro degno per tutte e tutti.

  1. Un modello economico socialmente ed ecologicamente orientato

I cambiamenti climatici in corso, la drammatica diseguaglianza sociale a livello planetario, le guerre e i conflitti permanenti, le migrazioni di massa impongono ormai un radicale cambiamento di rotta: il modello capitalistico va abbandonato, mentre diviene urgente la costruzione di un altro modello economico che sia socialmente ed ecologicamente orientato.

In questo senso, la riappropriazione collettiva della ricchezza sociale e la riappropriazione sociale dei beni comuni e della democrazia sono strettamente connesse e divengono l’unica possibilità per un futuro degno per tutte e tutti.

Va posta con forza la questione del lavoro e della produzione: se oggi il lavoro è orientato allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna e dell’uomo sulla natura, occorre riporre il tema del “cosa”, “come” e “per chi” produrre, aprendo la strada alla drastica riduzione del tempo di lavoro, alla redistribuzione sociale del lavoro necessario, e al diritto ad un reddito universale di esistenza.

Va posta inoltre la questione della territorializzazione dell’economia, secondo il principio per cui “tutto quello che può essere prodotto e autoprodotto in un dato territorio, lì deve essere realizzato”, consentendo progressivi percorsi di auto-organizzazione sociale ed economica.

Va posta infine la questione delle risorse necessarie per questa radicale trasformazione sociale. La risposta si trova in un dato del recente studio (Oxfam, 2016) sulla distribuzione della ricchezza nel mondo: le 8 persone più ricche del pianeta dispongono ad oggi di un patrimonio equivalente alla ricchezza totale posseduta da 3,6 miliardi di persone, ovvero la metà più povera del pianeta stesso.

Conclusioni

Quanto sopra delineato costituisce il telaio delle linee guida per l’azione di Attac a livello nazionale e locale. Alcuni punti e campagne fanno già parte del lavoro che Attac quotidianamente mette in campo, altri sono riflessioni su cui avviare l’autoformazione orientata all’azione.

Il prossimo passo dovrà dunque essere quello di delineare collettivamente su ogni punto toccato qual è lo stato dell’arte e quali sono le tappe di formazione, sensibilizzazione e mobilitazione.

ATTAC ITALIA

 

 

 

 

 

 

Siamo in guerra. Che Fare?

Venerdì 1 Aprile alle ore 17 presso il Circolo Autorità Portuale Via Ariberto ALBERTAZZI 3 r, 16149 Genova Ne discutiamo con:

 

I RELATORI DEL NOSTRO INCONTRO

FULVIO SCAGLIONE.   Classe 1957, è giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 è vice-direttore di Famiglia Cristiana, settimanale per il quale è oggi editorialista. Corrispondente da Mosca nel tardo periodo sovietico, ha seguito anche le vicende più recenti di Afghanistan e Iraq. Ha pubblicato “Bye Bye Baghdad” (Fratelli Frilli Editori, 2003), “La Russia è tornata” (Boroli Editore, 2005), “I cristiani e il Medio Oriente” (Edizioni San Paolo, 2008).

 MANLIO DINUCCI.  Geografo e politologo, scrive su Il Manifesto. E’ stato direttore esecutivo per l’Italia della International Physicians for the Prevention of Nuclear War, associazione vincitrice del Nobel per la pace nel 1985. Autore di numerosi libri, ha pubblicato di recente il saggio L’arte della guerra, Zambon editore, 2015.

GIULIETTO CHIESA.  Classe 1940. Giornalista dal 1979, quando entro’ a L’Unità come redattore ordinario. Dal 1 ottobre 1980 al 1 settembre 1990 corrispondente da Mosca per l’Unità.
Nel 1989-1990 e’ “fellow” del Wilson Center, Kennan Institute for Advanced Russian Studies, di Washington.
Nel 2010 fonda il laboratorio politico-culturale Alternativa.
All’inizio del 2014 è entrata in funzione pandoratv.it, web tv da lui fondata, che può vantare decine di migliaia di spettatori giornalieri.
Autore di numerosi saggi, tra cui l’ultimo E’ arrivata la bufera (Ed.Piemme, 2015).

Moderatore: Marco Bertorello – Attac Genova

evento Facebook     https://www.facebook.com/events/1700286093589206/

 

 

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BASTA GUERRE. Il 16 gennaio 1991 iniziarono i bombardamenti statunitensi sull’Iraq….

BASTA GUERRE
Venticinque anni di guerra sono troppi.
Il 16 gennaio 1991 iniziarono i bombardamenti statunitensi sull’Iraq.
L’Italia non tardò ad accodarsi agli alleati, anche se nessun trattato ( né l’appartenenza alla Nato, né l’ONU) lo avrebbe imposto, e anche se la costituzione lo vieta esplicitamente.

Abbiamo manifestato a Genova, sperando che ricordare questa data possa segnare una ripresa del movimento pacifista; quello stesso movimento che venticinque anni fa aveva colorato di bandiere arcobaleno le finestre e le piazze.
Hanno portato la propria testimonianza giovani nati nel 1991: per tutta la durata della loro vita l’Italia è stata in guerra; risorse che avrebbero potuto renderla migliore sono state utilizzate per uccidere

La terza guerra mondiale è già cominciata? Relatori Paolo Becchi, Angelo D’Orsi e Giulietto Chiesa.

 

NATO

Sabato 21 novembre 2015.

Il salone del CAP del Porto ha iniziato ad animarsi verso le 15. L’afflusso è continuato fino alle 16, quando ormai le voci dei relatori risuonavano nella grande sala gremita di ascoltatori attenti e partecipi. Giulietto Chiesa, Paolo Becchi, Angelo D’Orsi esponevano, da angolazioni diverse, i motivi per cui l’Italia dovrebbe uscire dalla NATO. Il collegamento con i recenti fatti di Parigi, Beirut, Yemen è venuto da sé, e non poteva essere altrimenti. E’ seguito un animato dibattito, moderato da Alessandra Fava, che si è protratto fino alle 19, quando il salone ha dovuto essere restituito ai legittimi proprietari per le abituali attività del sabato sera.

La manifestazione è stata organizzata dalle associazioni Alternativa e Attac, ma da sabato subentra il Comitato genovese No Guerra No Nato, ad adesione individuale.

Le prossime iniziative saranno perciò promosse dal Comitato, che ha anche il compito di sostenere la raccolta di firme già iniziata dal Comitato nazionale e di condurre una vigorosa campagna di informazione per diffondere la verità su quanto sta accadendo. Perché la verità è la prima vittima della guerra, e la guerra è incominciata da un bel po’.

Nel filmato i contributi dei relatori.

Per maggiori informazioni sulla campagna e per firmare l’appello a uscire dalla ATO:   www.noguerranonato.it.

TTIP. In chiusura a Bruxelles l’ottavo round negoziale.

 

TTIP. In chiusura a Bruxelles l’ottavo round negoziale. Oltre cento organizzazioni denunciano il meccanismo della Cooperazione regolatoria.
La Campagna Stop TTIP Italia, in occasione delle mobilitazioni dei produttori di latte:

“Il Trattato è una minaccia ai diritti di cittadinanza e alle nostre filiere agroalimentari, per questo va bloccato”


 
Oltre cento organizzazioni della società civile
hanno firmato e diffuso un documento in conclusione dell’ottavo round negoziale del TTIP, che si è svolto a Bruxelles nei giorni scorsi, per denunciare come il meccanismo della Cooperazione regolatoria sia in verità un vero e proprio Cavallo di Troia degli interessi economici a svantaggio dei diritti dei cittadini, del lavoro e dell’ambiente. Nonostante le rassicurazioni della Commissione Europea il capitolo sulla Cooperazione regolatoria mostra come investimenti e commercio avranno la precedenza sull’interesse pubblico, dando un enorme potere a strutture tecniche capaci di bloccare o indebolire regolamentazioni e standard senza che gli organi democraticamente eletti, come i Parlamenti, abbiano il potere di intervenire.
“Il meccanismo proposto è un pericolosissimo precedente” sottolinea Marco Bersani, di Attac e tra i promotori della Campagna Stop TTIP Italia, “che rischia di indebolire ulteriormente i poteri pubblici davanti alle pretese delle lobbies economiche”.
“Assieme al negoziato TISA sulla liberalizzazione dei servizi” aggiunge Bersani, “il TTIP è l’altra grande minaccia ai diritti di cittadinanza”.
“Il TTIP rischia di essere un ulteriore grimaldello che può disarticolare le filiere produttive dell’agricoltura familiare, piccola e media” sottolinea Monica Di Sisto, di Fairwatch e tra i promotori della Campagna Stop TTIP Italia, “liberalizzando un mercato come quello agroalimentare dove le aziende più legate al territorio e alla qualità chiudono una dopo l’altra, sembrano non avere vie d’uscita”.
“Le mobilitazioni dei produttori di latte di questi giorni” chiarisce Di Sisto, “è una premessa di quello che accadrà con lo smantellamento delle tariffe e soprattutto delle barriere non tariffarie a causa del TTIP. Un’invasione di prodotti a basso prezzo che entreranno nel nostro Paese a tutto vantaggio delle imprese che trasformano prodotto importato a basso costo e che lo esportano, ma che daranno un colpo mortale ai nostri piccoli produttori e alla filiera italiana. La retorica della difesa delle indicazioni geografiche” conclude Di Sisto, “nasconde in verità una pesante ristrutturazione della nostra produzione a vantaggio di pochi. Di quale Made In Italy parla il Ministro Martina se analisi e stime di impatto del Parlamento europeo parlano di un aumento del 118% delle importazioni di agroalimentare americano nel caso che il TTIP fosse approvato? E quali rassicurazioni può dare sul Trattato transatlantico se negli ultimi anni né l’Europa né i nostri Governi sono stati in grado di tutelare le nostre produzioni dalla fine programmata delle quote latte?”.

 

web: http://stop-ttip-italia.net

facebook: https://www.facebook.com/StopTTIPItalia

 

 

EXPO: Lettera aperta

Alle Autorità

e p.c. agli esperti invitati all’incontro istituzionale di Milano.

Allo stato attuale la produzione agricola mondiale potrebbe facilmente sfamare 12 miliardi di persone……. si potrebbe quindi affermare che ogni bambino che muore per denutrizione oggi è di fatto ucciso”

Jean Ziegler, già Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo

Signor presidente del Consiglio,

i giornali ci informano che lei sarà a Milano il 7 febbraio per lanciare un Protocollo mondiale sul Cibo, in occasione dell’avvicinarsi di Expo. Ci risulta che la regia di tale protocollo, al quale lei ha già aderito, sia stata affidata alla Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition. Una multinazionale molto ben inserita nei mercati e nella finanza globale, ma che nulla ha da spartire con le politiche di sovranità alimentare essenziali per poter sfamare con cibo sano tutto il pianeta.

EXPO ha siglato una partnership con Nestlè attraverso la sua controllata S.Pellegrino per diffondere 150 milioni di bottiglie di acqua con la sigla EXPO in tutto il mondo. Il Presidente di Nestlé Worldwide già da qualche anno sostiene l’istituzione di una borsa per l’acqua così come avviene per il petrolio. L’acqua, senza la quale non potrebbe esserci vita nel nostro pianeta, dovrebbe quindi essere trasformata in una merce sui mercati internazionali a disposizione solo di chi ha le risorse per acquistarla.

Questi sono solo due esempi di quanto sta avvenendo in preparazione dell’EXPO.

Scriveva Vandana Shiva: “Expo avrà un senso solo se parteciperà chi s’impegna per la democrazia del cibo, per la tutela della biodiversità, per la difesa degli interessi degli agricoltori e delle loro famiglie e di chi il cibo lo mette in tavola. Solo allora Expo avrà un senso che vada oltre a quello di grande vetrina dello spreco o, peggio ancora, occasione per vicende di corruzione e di cementificazione del territorio.”

“Nutrire il Pianeta, Energia per la vita.” recita il logo di Expo. Ma Expo è diventata una delle tante vetrine per nutrire la multinazionali, non certo il pianeta.

Come si può pensare infatti di garantire cibo e acqua a sette miliardi di persone affidandosi a coloro che del cibo e dell’acqua hanno fatto la ragione del loro profitto senza prestare la minima attenzione ai bisogni primari di milioni di persone ?

Expo si presenta come la passerella delle multinazionali agroalimentari, proprio quelle che detengono il controllo dell’alimentazione di tutto il mondo, che producono quel cibo globalizzato o spazzatura, che determina contemporaneamente un miliardo di affamati e un miliardo di obesi.

Due facce dello stesso problema che abitano questo nostro tempo: la povertà, in aumento non solo nel Sud del mondo ma anche nelle nostre periferie sempre più degradate.

Expo non parla di tutto ciò.

Non parla di diritto all’acqua potabile e di acqua per l’agricoltura familiare.

Non parla di diritto alla terra e all’autodeterminazione a coltivarla.

Non si rivolge e non coinvolge i poveri delle megalopoli di tutto il mondo, non si interroga su cosa mangiano, non parla ai contadini privati della terra e dell’acqua, scacciati attraverso il Land e Water grabbing, ( la cessione di grandi estensioni di terreno e di risorse idriche a un paese straniero o ad una multinazionale), espulsi dalle grandi dighe, dallo sviluppo dell’industria estrattiva ed energetica, dalla perdita di sovranità sui semi per via degli OGM e costretti quindi a diventare profughi e migranti.

E non cambia certo la situazione qualche invito a singoli personaggi della cultura provenienti da ogni angolo della terra e impegnati nella lotta per la giustizia sociale. Al massimo serve per creare qualche diversivo.

In Expo a fianco della passerella delle multinazionali si dispiega la passerella del cibo di “eccellenza”. Expo parla solo alle fasce di popolazione ricca dell’occidente e questo ne fa oggettivamente la vetrina dell’ingiustizia alimentare del mondo, nella quale la povertà si misurerà nel cibo: in quello spazzatura per le grandi masse e in quello delle eccedenze e degli scarti per i poveri.

In questi mesi, di fronte a tutto quello che è accaduto nella nostra città, dall’illegalità allo sperpero di ingenti risorse economiche per l’organizzazione di Expo in una città dove la povertà cresce quotidianamente e che avrebbe urgenza di ben altri interventi, noi abbiamo maturato un giudizio negativo su Expo.

Ma come cittadini milanesi non posiamo fuggire la responsabilità di impegnarci affinché l’obiettivo di “Nutrire il pianeta” possa essere meno lontano.

Per questo avanziamo a lei e alle autorità politiche ed amministrative che stanno organizzando Expo alcune precise richieste.

Il Protocollo mondiale sulla nutrizione che lei intende lanciare, pur dicendo anche alcune cose condivisibili, evitando i nodi di fondo, rimane tutto all’interno dei meccanismi iniqui che hanno generato l’attuale situazione . Noi le chiediamo di porre al centro la sovranità alimentare e il diritto alla terra negati dallo strapotere e dal controllo delle multinazionali in particolare quelle dei semi. Chiediamo che sia affermata una netta contrarietà agli OGM che sono il paradigma di questa espropriazione della sovranità dei contadini e dei cittadini, il perno di un modello globalizzato di agricoltura e di produzione di cibo che inquina con i diserbanti, consuma energia da petrolio, è idrovoro e contribuisce al 50% del riscaldamento climatico.

Le chiediamo che venga affermato il diritto all’acqua potabile per tutti attraverso l’approvazione di un Protocollo Mondiale dell’acqua, con il quale si concretizzi il diritto umano all’acqua e ai servizi igienico sanitari sancito dalla risoluzione dell’ONU del 2011.

Chiediamo che vengano rimessi in discussione gli accordi di Partnership tra Expo e le grandi multinazionali, che, lungi dal rappresentare una soluzione, costituiscono una delle ragioni che impediscono la piena realizzazione del diritto al cibo e all’acqua.

Chiediamo che si decida fin d’ora il destino delle aree di Expo non lasciandole unicamente in mano alla speculazione e agli appetiti della criminalità organizzata e che, su quei terreni, venga indicata una sede per un’istituzione internazionale finalizzata a tutelare l’acqua, potrebbe essere l’Authority mondiale per l’acqua, e il cibo come beni comuni a disposizione di tutta l’umanità. Una sede dove i movimenti sociali come i Sem Terra, Via Campesina, le reti mondiali dell’acqua, le organizzazioni popolari e i governi locali e nazionali discutano: la politica per la vita.

Una sede nella quale la Food Policy diventi anche Water Policy, dove si discuta la costituzione di una rete di città che assumano una Carta dell’acqua e del Cibo, nella quale si inizi a concretizzare localmente la sovranità alimentare, il diritto all’acqua, la sua natura pubblica, la non chiusura dei rubinetti a chi non è in grado di pagare, la costituzione di un fondo per la cooperazione internazionale verso coloro che non hanno accesso all’acqua potabile nel mondo.

Una sede nella quale alle istituzioni e ai movimenti sociali, venga restituita la sovranità sulle scelte essenziali che riguardano il futuro dell’umanità.

“La Terra ha abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di alcune persone” affermava Gandhi. E questa verità oggi è più che mai attuale e ci richiama alla nostra responsabilità, ognuno per il ruolo che svolge.

Moni Ovadia, Vittorio Agnoletto, Mario Agostinelli, Piero Basso, Franco Calamida, Massimo Gatti, Antonio Lareno, Antonio Lupo, Emilio Molinari, Silvano Piccardi, Paolo Pinardi, Basilio Rizzo, Erica Rodari, Anita Sonego, Guglielmo Spettante.

Milano 21 gennaio 2015.

Le adesioni alla lettera aperta, sia individuali che collettive, vanno comunicate ad uno dei seguenti indirizzi mail:

Vittorio Agnoletto vagnoletto@primapersone.org

Franco Calamida f.calamida@alice.it

STOP TTIP. Incontro al Circolo ARCI Zenzero con Alberto Zoratti. (Genova 8 ottobre 2014)

Alberto Zoratti
Biologo e giornalista, è presidente di Fairwatch, ONG italiana di economia solidale che promuove campagne di sensibilizzazione ed advocacy sui temi del cambiamento climatico, del commercio e dell’economia internazionali.

E’ stato vicepresidente dell’Assemblea generale italiana del commercio equo e solidale (AGICES), tra i promotori di campagne come « MobiliTebio » e « Questo Mondo Non E’ in Vendita » e portavoce di Rete Lilliput nel Genova Social Forum al G8 del 2001. Tra i fondatori di Comune-info (htttp://comune-info.net) collabora con « Altreconomia ».

Le sue ultime pubblicazioni sono:

– Il voto nel portafolio. Scelte etiche e spesa quotidiana » di Leonardo Becchetti, Monica di Sisto, Alberto Zoratti, Casa Editrice il Margine, Italia, 2008

– I Signori della Green Economy Neocapitalismo tinto di verde e Movimenti glocali di resistenza » di Monica di Sisto, Alberto Zoratti, EMI – Editrice Missionaria Italiana, Bologna., 2013

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Il mondo che verrà (a che punto siamo).

IL MONDO CHE VERRA’           

(a che punto siamo)

pino

La notizia della prossima unione tra il quotidiano La Stampa e Il Secolo XIX (di fatto un’acquisizione del secondo da parte del primo) ha suscitato molte reazioni. Si sentono lamenti sulla decadenza di Genova.

E’ una sottovalutazione. Non siamo alla decadenza di questa o quella città. Siamo alla fine di un ordine mondiale e stiamo entrando in un’era di disordini e instabilità.

Perché Renzi non fa niente di concreto sull’economia, invece punta sulle riforme istituzionali?

Perché sa che sull’economia non potranno esserci successi da esibire. In questa situazione quello che occorre, con somma urgenza! – la barca può rovesciarsi e affondare da un momento all’altro! – è blindare il potere, o, in termini putiniani, la verticale del potere.

Renzi si sta costruendo la sua personale Arca, su cui imbarcherà i suoi sodali. Se riuscirà a rafforzare il suo potere, potrà affrontare la tempesta che può scatenarsi da un momento all’altro, dato che non ha alcun mezzo (tra quelli di cui può disporre un presidente del Consiglio espresso dall’establishment) per evitarla.

Siamo alla fine dell’utopia liberal-democratica, liberista o keynesiana.

La pausa ferragostana permette di riordinare le idee, di organizzarle e di “divertirsi” a metterle nero su bianco. Ecco qualche pensiero sui fattori della situazione attuale e le prospettive, oltre il dato di base, che domina tutti gli altri: il raggiungimento e l’oltrepassamento dei limiti delle risorse del pianeta. E’ un dato costantemente rimosso dal dibattito pubblico, dove l’economico è vissuto come la priorità assoluta, un mondo autoregolantesi e autosufficiente, svincolato dalle condizioni fisiche della sua stessa esistenza.

L’impotenza di questo sistema nel rimediare ai danni causati dal suo stesso funzionamento si può far risalire alla sua involuzione neofeudale. La struttura di comando reale è ormai pienamente sviluppata come piramide feudale, costituita da catene di vassallaggio: io (signore) ti offro protezione (carriera, posti ben retribuiti…), in cambio di fedeltà e sostegno. Il signore deve sgomitare per avere posizioni di potere da cui ricompensare i sostenitori. Ciascuno è tra un superiore e diversi inferiori. Ciascuno deve obbedienza al proprio benefattore, e a sua volta pretende obbedienza da coloro che lui ha beneficiato. Questo vale nella politica, nell’apparato pubblico, ma anche nel privato, appena si superino certe dimensioni.

Se non si ha chiaro che le Costituzioni (non solo quella italiana, “la più bella del mondo”) sono ormai delle forme vuote, fantasmi di un’altra epoca, senza più alcuna presa sulla realtà, e che il gioco politico si svolge all’interno di un sistema di posizioni di potere personali, ci si preclude la comprensione del mondo attuale.

La caduta della tensione etico-politica e la passivizzazione delle masse ha invertito la corrente. Dal governo della legge, imposto dai movimenti operai e contadini insieme con la borghesia produttiva più o meno illuminata, stiamo regredendo verso un sistema dominato dalle rendite parassitarie e dai nudi rapporti di potere. Così la prepotenza del più forte diventa fonte del diritto, l’arricchimento è il valore supremo, l’homo homini lupus soppianta solidarietà, etica, comunità.

Invece dell’universalismo dei popoli per fare del mondo un’unica comunità (ormai esistono le condizioni tecniche per questo) abbiamo la globalizzazione del mercato, dove il mercato, inteso come regolatore impersonale e giusto dei redditi e delle posizioni sociali è il velo ideologico che nasconde l’assoggettamento di intere popolazioni allo sfruttamento più brutale, il dominio della finanza speculativa e delle posizioni dominanti.

Ma non solo l’utopia è fallita. Oltre al conflitto tra immaginazione e realtà, e più ancora di esso, è fondamentale tenere d’occhio le contraddizioni, i conflitti e i fallimenti dei meccanismi reali.

Anche la globalizzazione, come meccanismo di sfruttamento universale e di assoggettamento del lavoro produttivo alla rendita parassitaria, si sta infrangendo contro i costi improduttivi crescenti delle grandi organizzazioni, politiche ed economiche. Le grandi società anonime (per azioni), le multinazionali, con decine o centinaia di migliaia di dipendenti sono meno efficienti delle imprese famigliari; la finanza speculativa impone all’intera società costi crescenti insostenibili. La burocrazia non è una piaga solo del settore pubblico, quando gli attori abbiano superato certe dimensioni. Le grandi opere inutili sono l’espressione più significativa di un meccanismo impazzito, che sta avvitandosi su sé stesso avendo perso i contatti con le fondamenta materiali e morali della vita reale.

Il mondo reale si prende la sua rivincita. Però non è detto che questo si traduca in un avanzamento, anzi si stanno scatenando forze primordiali localistiche, nazionalistiche, tendenzialmente fascistoidi e conservatrici. Sotto l’apparenza rivoluzionaria, si sviluppano movimenti politici che rivendicano i valori e le regole della proprietà, del privilegio, dello sfruttamento. Quello che vogliono è puntellare l’esistente, senza remore o freni di nessun tipo, in nome di un realismo cupo, rabbioso, sostanzialmente infelice e autopunitivo.

La popolazione non ha ancora capito quello che sta succedendo. E’ (in buona parte) scioccata, spaventata, arrabbiata, ma sempre sostanzialmente passiva. La politica come missione, come imperativo etico, è confinata in piccole nicchie emarginate. C’è poi la persistenza, anche nel campo “alternativo”, di una cultura politica vecchia, “machiavellica”, incapace di ricongiungere i valori ai programmi politici.

Una nuova cultura politica sta emergendo faticosamente, in una lotta durissima non solo contro le idee mainstream (che hanno basi valoriali così vacillanti che possono capovolgersi da un moment all’altro nel proprio contrario), ma anche contro le persistenti culture “alternative” infarcite di dogmi nati in epoche lontane.

Bisogna immergersi e imparare dalla “gente comune” (che “comune” non è). Ognuno ha da insegnare e da imparare. Gli “attivisti” debbono deporre ogni arroganza, ogni presunzione di superiorità. Non cè da creare nuove dipendenze, nuove fedeltà, nuove solitudini, nuovi poteri. C’è da tracciare e praticare percorsi di liberazione individuali dentro pratiche collettive e comunitarie.

C’è un lavoro immenso da fare, perché solo un vasto e profondo cambiamento intellettuale e morale di massa potrà salvarci. Una cultura alternativa, unitaria e plurale, diffusa nel popolo come il lievito nella pasta potrà invertire la rotta.

Come? Questo è il tema che dovrebbe impegnare tutti, a partire dalla consapevolezza della posta in gioco.

 

 

 

Ayas, 15 agosto 2014                                                                 Pino Cosentino

Università estiva di Attac Italia 12-14 settembre 2014

Qui trovi tutte le informazioni: http://www.italia.attac.org/joom-attac/universita-attac/universita-estiva-2014

               Universattac_-_giallo

12- 14 settembre 2014 New Camping “Le Tamerici”, Via della Cecinella 3 – Cecina Mare (LI)

Università estiva di Attac

“Movimenti, conflitti, democrazia, rappresentanza”

Programma:

venerdì 12 settembre 2014

ore 14.30 – 17.00

“Lo stato della democrazia”

confronto collettivo facilitato da: Gaetano Azzariti e Lidia Cirillo

ore 17.30 – 20.00

“La partecipazione oltre le organizzazioni novecentesche ”

confronto collettivo facilitato da: Anna Curcio e Paolo Cacciari

sabato 13 settembre 2014

ore 11.00 – 13.30

“La democrazia dei movimenti”

confronto collettivo facilitato da: Donatella Della Porta e Mimmo Porcaro

ore 15.00 – 17.30

“Movimenti fra partecipazione e rappresentanza”

confronto collettivo facilitato da Franco Russo e Catia Papa

ore 18.00 – 20.30

“I movimenti laboratorio di conflitto e di democrazia”

confronto collettivo facilitato da: Luca Raffini e Alberta Giorgi

domenica 14 settembre 2014

ore 10.30 – 13.00

“I movimenti nel palazzo”

confronto collettivo tra: Ornella De Zordo, Alessandro Di Battista, Renato Accorinti, Giacomo Russo Spena e Marco Bersani

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SAPEVI CHE QUEST’ANNO CI SARA’ ANCHE UNA UNIVERSITA’ DI ATTAC EUROPEA?

La rete degli Attac europei organizza l’Università d’Estate Europea dei movimenti sociali (ESU) presso l’Università Paris VII – Diderot (Parigi, Francia) da martedì 19 a sabato 23 agosto 2014.

Per 5 giorni, sono attesi almeno 1500 partecipanti (sostenitori di Attac, militanti di altri movimenti, cittadini) che si incontreranno per scambiare punti di vista, imparare gli uni dagli altri, discutere e continuare a sviluppare mezzi e strategie per superare la crisi mondiale e rafforzare i movimenti sociali a livello nazionale e internazionale.

L’ESU a Parigi proporrà numerosi eventi e attività: seminari e laboratori (circa 200), dibattiti più ampi («forum»), attività culturali ed escursioni… Anche Attac Italia sarà presente con proprie attività auto-organizzate.Non esitate a visitare il sito internet dell’ESU www.esu2014.org : vi troverete tutte le informazioni, tra cui le possibilità di pernottamento, il programma completo e lmodalità di iscrizione, possibile on line alla pagina http://www.esu2014.org/spip.php?page=inscription

Giulietto Chiesa chiarisce: L’Ucraina è una colonia.

 

Il punto di Giulietto Chiesa 13 06 2014 Stalin in Occidente

Pubblicato il 13/giu/2014 in Youtube da Pandora TV

Giulietto Chiesa fa il punto su un contratto che vedrebbe l’acquisto, da parte della Shell e Chevron di oltre 7000 kilometri quadrati di terreno ucraino, per estrarne il gas da scisti bituminosi. Indovinate di quale regione si tratta…?

La distruzione del Donbass adesso ha un senso. L’Ucraina è una colonia

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