Pubblico – privato o profitto si – profitto no?

PUBBLICO – PRIVATO O PROFITTO SI’ – PROFITTO NO?

di Pino Cosentino – Attac Genova

 

In questo mese di marzo potrebbe decidersi il destino del movimento italiano per l’acqua.

Quattro assemblee macroregionali e infine l’assemblea nazionale il 1° aprile dovrebbero ridefinire le strategie di un movimento che altrimenti rischia di sparire.

Il documento preparatorio, elaborato e diffuso dal coordinamento nazionale, evidenzia bene la necessità di una svolta, di cui abbozza alcune ipotesi.

Mi pare però che manchi ancora un sufficiente ripensamento critico dell’esperienza di questi ormai quasi sei anni dopo il referendum.

Voglio essere il più netto possibile. La prima constatazione da fare è che quelle che chiamiamo “privatizzazioni” ad una più attenta considerazione si rivelano metamorfosi dell’attuale “pubblico”, adeguamento del “pubblico” al contesto della finanziarizzazione globale. La “privatizzazione” nasce come moto endogeno del pubblico, nasce dal suo interno, è un’evoluzione del suo modo di essere. Non c’è nessun confronto pubblico-privato, non ci sono privati che premono e prevaricano il “pubblico”. E’ invece questo che preferisce gettare via quello che ormai è solo un travestimento e passare apertamente nel settore privato. Qual è dunque l’elemento veramente distintivo di questo processo? Non tanto i cambiamenti negli assetti proprietari, quanto l’orientamento esplicito al profitto.

Le due cose sono collegate, per orientare l’azienda al profitto occorre la forma giuridica della società per azioni, o anche della società a responsabilità limitata; ma la motivazione della metamorfosi, l’effetto che si vuole ottenere è quello: sottoporre le aziende che gestiscono servizi pubblici alla logica del profitto, massimizzando lo sfruttamento dei dipendenti, lo spennamento dei “clienti”, diminuendo gli investimenti e quindi la qualità del servizio, in nome del risultato economico, di quella cifra che nei prospetti contabili di bilancio sta nell’ultima riga del conto economico.

Il processo di privatizzazione è deciso, voluto, organizzato, diretto dall’inizio alla fine (e in molti casi anche dopo la fine) dalla rappresentanza politica, da quella struttura di governo che dovrebbe “rappresentare” l’interesse generale della società e che invece si è stabilizzata come corpo sociale a sé, come corporazione e settore della più vasta oligarchia dominante.

La diade significativa non è pubblico – privato, ma profitto – no profitto.

La contrapposizione vera è tra un’economia che serve a nutrire e mantenere le popolazioni, e un’economia che serve ad arricchire i pochi sfruttando i molti.

L’azienda (ossia l’insieme di dotazioni strumentali e di lavoratori) può anche essere privata.

Anzi inevitabilmente nuove forme di attività economica nasceranno come iniziative private. Tra i tratti distintivi di forme economiche alternative bisogna certamente includere: imprese collettive, come una cooperativa; orientate a retribuire congruamente il lavoro e a garantire la continuità aziendale, non ad accumulare profitti di cui qualcuno si appropri.

Non sostengo di abbandonare la distinzione/contrapposizione tra pubblico e privato, ma una sua diversa collocazione nelle nostre mappe mentali. Ponendo invece in posizione centrale l’alternativa con fine di lucro – senza fine di lucro

Questo non è un trattato e mi fermo qui.

 

 

Genova, 28 febbraio 2017                                                                                    

Comitato Acqua Bene Comune – Genova

Attac Genova

                    

Accade a Genova: AMIU-IREN: rinvio di una settimana. Seconda delibera di iniziativa popolare.

ACCADE A GENOVA

MARTEDI’ 31 GENNAIO 2017

 

AMIU A IREN: RIVIO DI UNA SETTIMANA

SECONDA DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE: IL CONSIGLIO APPROVA

 

AMIU A IREN: RINVIO DI UNA SETTIMANA

Martedì scorso è stata una giornata particolare per il capoluogo ligure.

La cessione a IREN della maggioranza azionaria di AMIU, la società a socio unico (il Comune) che, con oltre 1.500 dipendenti, gestisce il ciclo dei rifiuti, sembrava cosa fatta, e la seduta del Consiglio Comunale di oggi una semplice formalità.

Anche i sindacati maggiori, con l’eccezione della CISL, avevano rinunciato a opporsi al passaggio di AMIU nel recinto di Iren, firmando con il Comune un protocollo d’intesa che dava via libera all’operazione e rinunciava anche all’ultima fragile diga, il mantenimento della maggioranza delle azioni nelle mani del Comune di Genova. Ma ieri l’assemblea dei lavoratori di AMIU, chiamati a ratificare l’intesa, ha visto una partecipazione superiore alle attese in un clima di forte tensione. Alle votazione una larghissima maggioranza di lavoratori ha bocciato la linea CGIL – UIL – FIADEL e l’intesa siglata con il Comune. Tutta l’operazione è stata così rimessa in discussione.

I sindacati sconfessati dalla propria base hanno indetto per oggi un presidio davanti al palazzo di città, presidiato da un imponente schieramento di polizia e carabinieri, che hanno fronteggiato centinaia di lavoratori molto determinati a impedire l’irenizzazione di AMIU, e gli aumenti già annunciati della TARI. Dentro il palazzo la maggioranza non era poi così sicura, sicché si è preferio rinviare il voto a martedì prossimo, mentre permane tuttora lo stato di agitazione dei dipendenti AMIU.

Vedremo cosa maturerà in questi sette giorni, ma intanto è confortante la ricomparsa di un personaggio che sembrava, dopo le cinque gloriose giornate del 2013, del tutto scomparso: i lavoratori.

Certamente il PD, i suoi satelliti e Iren non rinunceranno a inglobare AMIU. Sarebbe uno smacco che rischierebbe di mandare a gambe all’aria l’intera strategia che la holding targata PD ha impostato e implementato in questi ultimi anni. Una strategia che privilegia il profitto come fine primario dell’azienda, rispetto al fatturato. O più precisamente: una strategia che non persegue il profitto per mezzo del fatturato. L’obiettivo è raggiungere una remunerazione degli azionisti dall’attuale 5,5% all’8% entro il 2021. Risultato da ottenere anche con volumi fatturati stabiii o in diminuzione, compensando anche i 40 milioni di euro di certificati verdi aboliti, che finora si riversavano direttamente sull’utile.Dalla semplice constatazione che la massima redditività, la più sicura, la più costante nel tempo, proviene dalle attività regolate, purché le condizioni politiche permettano appropriate politiche tariffarie, Iren ha scelto una linea di parziale disimpegno nelle attività non regolate e semiregolate (energia, dove come ultima mossa ha messo in vendita il rigassificatore di Livorno), e invece una linea espansiva in quelle regolate, essenzialmente attraverso acquisizioni, nei territori in cui è già fortemente insediata. L’influenza sui decisori politici si rafforza quanto più un territorio è presidiato. Dapprima Iren ha ottenuto il controllo dell’intero ciclo dei rifiuti di Torino (acquisizione di AMIAT e poi di TRM, l’inceneritore del Gerbido). Intanto intensificava i suoi rapporti con SMAT, l’acquedotto che serve l’intera provincia ed è di proprietà dei Comuni. Insieme con SMAT Iren ha acquisito la Società Acque Potabili di Torino, con cui ha allargato la sua presenza nei servizi idrici liguri e piemontesi. Ma l’obiettivo è chiaro, riguarda la proprietà di SMAT.

In questo quadro va vista la campagna di conquiste che completeranno il controllo di Iren sui servizi a rete (acqua e gas) e ambientali del ponente ligure, con l’acquisizione di AMIU a Genova e della multiutility tascabile ACAM a La Spezia. Ma con AMIU si completerebbe il ciclo, su una scala territoriale piuttosto grande (Parma, Piacenza, Torino, La Spezia, Genova). Iren ha già tre inceneritori: Tecnoborgo (Piacenza), quello di Parma chiamato vezzosamente PAI (Parco Ambientale Integrato), e il Gerbido di Torino. Perciò è chiaro quale sarebbe l’utilizzo della spazzatura genovese. Secondo l’accordo con il Comune di Genova la RD non dovrebbe superare il 45%. Verranno usati 3 cassonetti: umido, vetro e tutto il resto, con separazione a valle, ovviamente finalizzata alla produzione di CSS per alimentare gli inceneritori. In tal modo si potrebbe aumentare anche il teleriscaldamento (previsto un aumento del 27% entro il 2021, contro un +4% di elettricità), un altro monopolio che crea dipendenza, specie se il potere politico è compiacente.

IREN ha dovuto affrontare un ritorno ad alti livelli di indebitamento (dopo qualche anno di riduzione del debito). Solo l’acquisizione d TRM ha causato un aumento dell’indebitamento di 424 milioni. Con le prossime acquisizioni Iren raggiungerà un indebitamento finanziario netto pari all’intero fatturato. Ma ormai godrà di una protezione pari a quella delle banche: troppo essenziale al governo del territorio per poter fallire. L’aumento del costo del servizio per i cittadini non sarà mai troppo alto se servirà a garantire il pagamento del servizio del debito e la continuità delle aziende che gestiscono servizi essenziali.

I cambiamenti della struttura del gruppo sono conseguenza della strategia adottata, che potremmo chiamare “sovraprofitto da (pseudo)territorialità”. Riduzione delle società di primo livello da cinque a quattro, e soprattutto centralizzazione delle funzioni di staff nella capogruppo, che infatti passa in un solo anno (dal 31/12/2014 al 31/12/2015) da 254 a 821 occupati, di cui ben 45 dirigenti. 

Come si vede, un piano coerente, razionale e probabilmente vincente (almeno nel breve termine) che pone i territori al servizio dello sviluppo di un’entità estranea, un esoscheletro dotato di una propria logica e di propri meccanismi di sviluppo.

Ieri l’umanità ha dato un segno di vita. Ma il necessario ribaltamento appare ancora lontano.

SECONDA DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE: IL CONSIGLiO APPROVA

Dopo il rinvio della delibera su AMIU – IREN, il Consiglio Comunale ha discusso la seconda delibera di iniziativa popolare, che impegna la Giunta ad avviare un percorso partecipativo, Municipio per Municipio, per quantificare i diritti civici, ossia le prestazioni da parte del Comune a cui ogni singolo cittadino ha diritto, in relazione al prelievo fiscale complessivo.

La discussione è stata molto animata in commissione. In sede di Consiglio ci si limita alle dichiarazioni di voto. La delibera è approvata con 18 voti a favore, 10 contrari e 6 astenuti.

Le due delibere che hanno superato il giudizio di ammissibilità sono passate entrambe!

Venerdì esamineremo questo risultato e discuteremo cosa siamo e cosa vogliamo diventare.

MARTEDI’ PROSSIMO, 7 FEBBRAIO   ORE 9 PRESIDIO DAVANTI A TURSI MENTRE IN CONSIGLIO SI DISCUTE L’ALIENAZIONE DI AMIU A IREN

Riceviamo e pubblichiamo: NO ALL’AGGREGAZIONE DI AMIU CON IREN NO AL MONOPOLIO PRIVATO PER LA GESTIONE DEI RIFIUTI

NO ALL’AGGREGAZIONE DI AMIU CON IREN NO AL MONOPOLIO PRIVATO PER LA GESTIONE DEI RIFIUTI   iren-amiu

SI AL PIANO METROPOLITANO PER IL RECUPERO DELLA MATERIA

 

La giunta Doria ha deliberato l’aggregazione di AMIU con IREN.

IREN è ben conosciuta dai cittadini genovesi per la gestione dell’acqua. Da quando l’acqua è gestita da IREN:

 

  • le tariffe sono aumentate mediamente del 5% oltre l’inflazione

  • esplodono continuamente le tubazioni per assenza di manutenzioneI suoi amministratori fanno gli imprenditori con i nostri soldi: peccato che abbiano buttato via 900 milioni di Euro nel rigassificatore di Livorno, impianto che non andrà mai in funzione, indebitandosi con le banche: tanto pagheremo noi con le tariffe dell’acqua ed ora della spazzatura. 
  • Con questa aggregazione:
  • A questa società il Comune vuol cedere AMIU e le prime mosse non fanno ben sperare: IREN pretende di ripianare i costi di risanamento di Scarpino in 10 anni invece che in 30: aspettiamoci un bell’innalzamento della TARI.
  • Però IREN fa felici i suoi azionisti regalando loro utili pari al 23% del fatturato: soldi sottratti alle manutenzioni ed alle tasche dei cittadini!
  • si crea un monopolio di fatto, gestito da una società privata. Poco importa se IREN è a maggioranza pubblica: si comporta da società privata come si evidenzia nella sua gestione delle acque: alte tariffe, alti profitti e nessuna manutenzione perchè essendo quotata in borsa deve rispondere a logiche di mercato e non di servizio ai cittadini

  • avremo un aumento della TARI al 6% già da questo anno per l’aver contratto da 30 a 10 anni l’ammortamento dei costi per il risanamento della discarica di Scarpino. A questo proposito sia nel piano industriale AMIU del 2014 che nell’accordo sindacale del 29-7-16 si prevedeva la ricerca di altre fonti di finanziamento, tentativi che non sono stati esperiti.

  • la governance dell’azienda è totalmente in mano all’Amministratore Delegato di nomina IREN, mentre il Presidente, di nomina Comunale, ha compiti poco più che simbolici

  • nelle linee guida proposte per il piano dei rifiuti si prospetta la realizzazione degli impianti di selezione entro il 2018, ma per l’impianto di digestione anaerobica e successiva produzione di biometano “si valuterà” la capacità di trattamento di impianti esistenti. Come dire che l’impianto che può produrre utili dalla vendita del metano non viene fatto a Genova.

CONTRO QUESTA DELIBERA PRESIDIO DAVANTI A TURSI

MARTEDI 31, ORE 15,00 E MERCOLEDI 1 ORE 9,00

Coordinamento Ligure per la Gestione Corretta dei Rifiuti (GCR)

Comitato Genovese Acqua Bene Comune

Stampato in proprio

Genova 4 ott 2016 “Il Regolamento relativo alla partecipazione dei cittadini è stato approvato”

cittadini

COMUNICATO STAMPA

Il raggio di sole della partecipazione

Il Regolamento relativo alla partecipazione dei cittadini che è stato approvato il 4 ottobre scorso dal Consiglio Comunale della nostra città è un raggio di sole che squarcia le nuvole grigie della politica con la “p” minuscola. Erano ben 16 anni che i cittadini genovesi aspettavano queste regole di democrazia. Il merito è del Comitato per le Delibere di Iniziativa Popolare, costituito da singoli cittadini e da una ventina di associazioni, gruppi e sindacati.

Per un esame approfondito dei contenuti del regolamento va considerato che la Proposta di Delibera di Iniziativa Popolare è stato previsto dal Legislatore come uno strumento di collaborazione dei cittadini con le istituzioni.

Se si legge il regolamento approvato con questa ottica si stenta ad intravvedere la volontà di incoraggiare la collaborazione tra cittadini ed istituzioni.

In particolare ci sono tre punti critici che sembrano confliggere con lo spirito di collaborazione:

  • le procedure di ammissione;
  • l’autenticazione delle firme;
  • tempo limite per la raccolta delle firme.L’autenticazione delle firme è un obbligo inutile, ma per gli organizzatori di una proposta di delibera molto oneroso anche economicamente.Con l’attivazione di questo Regolamento è auspicabile che ora si passi alla discussione in Consiglio delle tre Proposte di Delibera Comunale su cui il Comitato ha già raccolto le firme necessarie e che, sinteticamente, riguardano la Trasparenza amministrativa, i Servizi Pubblici Locali, e il Servizio Idrico Integrato (acqua bene comune). Ci auguriamo che vengano approvate, ma già il fatto che vengano discusse in Consiglio sarebbe un passo avanti di enorme significato civile e politico.
  • In questo periodo storico in cui il mondo parla soltanto di economia o, peggio, di finanza, ci sono ancora cittadini che si battono per il valore della partecipazione nelle scelte amministrative e politiche che riguardano da vicino la vita quotidiana di ciascuno di noi.
  • Il tempo limite di 3 mesi entro i quali occorre raccogliere le firme non sembra testimoniare la volontà di incoraggiare la collaborazione dei cittadini con le istituzioni.
  • La procedura per l’ammissione delle delibere non prevede nessuna trattativa con la Segreteria Comunale per aiutare i cittadini a formulare in termini giuridicamente corretti la questione che vorrebbero sottoporre al Consiglio Comunale; il compito della Segreteria è solo quello di giudicare e poi emettere la sentenza. Sembrerebbe invece ragionevole che eventuali errori formali venissero segnalate ai proponenti, per dare loro modo di correggerli.

COMITATO ACQUA BENE COMUNE DI GENOVA

MEDICI PER L’AMBIENTE – LIGURIA

ATTAC – GENOVA

COMITATO CONTRO LA CEMENTIFICZIONE DI TERRALBA

COMITATO PROTEZIONE BOSCO PELATO

ASSOCIAZIONE AMICI DI PONTE CARREGA

GESTIONE CORRETTA RIFIUTI – GENOVA

ASSOCIAZIONE COMITATO ACQUASOLA

GRUPPO PER LA RIQUALIFICAZIONE DELL’EX MERCATO DI CORSO SARDEGNA

O.R.SA AUTOFERRO-TRASPORTO PUBBLICO LOCALE

CUB TRASPORTI-GENOVA

USB GENOVA

CONFEDERAZIONE COBAS

GRUPPO LAVORATORI AMIU

 

Il Governo costretto ad un passo indietro sull’acqua: si a stralcio da decreto servizi pubblici.

Riceviamo e pubblichiamo

Comunicato stampa

Il Governo costretto ad un passo indietro sull’acqua: sì a stralcio da decreto servizi pubblici

La Ministra Marianna Madia intervenendo ieri in Commissione Affari costituzionali della Camera ha segnalato la disponibilità del Governo a sottrarre l’acqua dal decreto sui servizi pubblici locali. Appare evidente come questa presa di posizione sia il frutto di una diffusa opposizione sociale a questo provvedimento e a ciò che esso rappresenta, ossia la mercificazione dei beni comuni e la privatizzazione dei servizi pubblici.

Una mobilitazione che ha prodotto decine di iniziative territoriali e la raccolta di 230.000 firme in calce alla petizione alle Camere, promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e sostenuta dalle compagini che hanno dato vita alla campagna dei Referendum Sociali.

Chiediamo con forza che quanto affermato dal Ministro non rimanga solo una dichiarazione d’intenti e che le Commissioni parlamentari si esprimano per lo stralcio del servizio idrico dal decreto.

Siamo, altresì, consapevoli che questo sarebbe solo un primo passo indietro nel tentativo del Governo di sovvertire l’esito referendario. Oltre a ciò vanno eliminate dal provvedimento tutte le norme che puntano alla privatizzazione dei servizi locali e che vietano la gestione pubblica tramite aziende speciali.

La Ministra Madia ha lasciato intendere che sarà compito del Parlamento definire le modalità d’intervento sul servizio idrico, a partire dalla legge approvata alla Camera lo scorso aprile e attualmente in discussione al Senato.

Non possiamo, quindi, esimerci dal ribadire il nostro giudizio estremamente negativo su tale legge. Una legge svuotata e stravolta nel suo impianto generale e nei principi essenziali, a partire dalla soppressione dell’articolo che disciplinava i processi di ripubblicizzazione.

Non può essere, dunque, questa la base di partenza per una discussione approfondita che intende seriamente recepire la volontà popolare espressa nei referendum del 2011. Dichiariamo da subito che proseguiremo la mobilitazione e vigileremo affinchè sia dato seguito alle dichiarazioni del Ministro, oltre a richiedere che siano eliminati tutti i riferimenti alla cessione al mercato dei servizi pubblici in generale.

Roma, 28 Settembre 2016.

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Mercoledì 29 giugno a De Ferrari (Largo Pertini) ore 10 -19 lavoratori e cittadini si incontrano per festeggiare e raccogliere le ultime adesioni

PER LA PRIMA VOLTA A GENOVA 2.000 (E PIU’) CITTADINI PROPONGONO TRE DELIBERE COMUNALI DI INIZIATIVA POPOLARE SU TRASPARENZA, DIRITTI CIVICI, SERVIZI  UBBLICI LOCALI, ACQUA

Le nuove potenti fontane che hanno inondato zone cittadine sono la manifestazione evidente che gli utili di Mediterranea delle Acque (105 milioni negli ultimi 4 anni) provengono da investimenti programmati per giustificare gli aumenti delle tariffe, pagati dai cittadini con le bollette dell’acqua, ma non eseguiti (o eseguiti solo in parte, e malamente) . Il risparmio si traduce in utili che vanno agli azionisti, in prevalenza banche e fondi di investimento.

Così le strutture (tubazioni, impianti di sollevamento, filtri ecc.) vanno incontro a un progressivo deterioramento, che si rivela all’improvviso in fatti come quelli genovesi di questi giorni, o il recente crollo del lungarno a Firenze.

Tutto ciò è stato denunciato più volte, ma le amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi 20 anni (Pericu, Vincenzi e ora Doria) hanno trasferito la gestione dell’acqua a società di diritto privato (Mediterranea delle Acque, Iren) e ne difendono gli interessi, a spese dell’intera collettività.

Sull’acqua, il trasporto pubblico, la gestione dei rifiuti, i diritti spettanti ai cittadini in cambio delle risorse che affidano agli enti pubblici, la trasparenza dei processi amministrativi e decisionali,

oltre 2.000 residenti di almeno 16 anni compiuti presentano ora 3 DELIBERE COMUNALI DI INIZIATIVA POPOLARE.

DOMANI ULTIMO BANCHETTO – GAZEBO PER RACCOGLIERE ANCORA LE ULTIME ADESIONI E FESTEGGIARE IL RAGGIUNGIMENTO DEL NUMERO RICHIESTO DI PROMOTORI.

GIOVEDI’ 30 GIUGNO CONSEGNA AL COMUNE (UFFICIO DEL SEGRETARIO GENERALE) DELLE DELIBERE CORREDATE DALLE FIRME DEI PROMOTORI, A NORMA DELL’ART. 21 DELLO STATUTO.

DOMANI, MERCOLEDI’ ORE 12, CONFERENZA STAMPA IN LARGO PERTINI.

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Lunedì 30 maggio, Largo Pertini (De Ferrari) ore 10-19, lavoratori e cittadini si incontrano per dire No alle privatizzazioni e per un cambiamento delle politiche del Comune

 

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Acqua: il Re è nudo

 

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di Marco Bersani Attac Italia
Non sono passati più di tre giorni dalla rivendicazione da parte di Renzi dell’astensionismo nel referendum sulle trivellazioni (“referendum inutile”, come certamente hanno capito gli abitanti di Genova), che il governo e il Pd compiono l’ulteriore atto di disprezzo della volontà popolare.
Il tema questa volta è l’acqua e la legge d’iniziativa popolare, presentata dai movimenti nove anni fa, dopo aver raccolto oltre 400.000 firme. Una legge dimenticata nei cassetti delle commissioni parlamentari fino alla sua decadenza e ripresentata, aggiornata, in questa legislatura dall’intergruppo parlamentare in accordo con il Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

La legge è stata approvata ieri alla Camera, fra le contestazioni dei movimenti e dei deputati di M5S e SI, dopo che il suo testo è stato letteralmente stravolto dagli emendamenti del Partito Democratico e del governo, al punto che gli stessi parlamentari che lo avevano proposto hanno ritirato da tempo le loro firme in calce alla legge.

Nel frattempo, procede a passo spedito l’iter del decreto Madia (Testo unico sui servizi pubblici locali) che prevede l’obbligo di gestione dei servizi a rete (acqua compresa) tramite società per azioni e reintroduce in tariffa l’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, ovvero i profitti, nell’esatta dicitura abrogata dal voto referendario.

Un attacco concentrico, con il quale il governo Renzi prova a chiudere un cerchio: quello aperto dalla straordinaria vittoria referendaria sull’acqua del giugno 2011 (oltre 26 milioni di “demagoghi” secondo la narrazione renziana), sulla quale i diversi governi succedutisi non avevano potuto andare oltre all’ostacolarne l’esito, all’incentivarne la non applicazione, ad impedirne l’attuazione.

Il rilancio della privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici risponde a precisi interessi delle grandi lobby finanziarie che non vedono l’ora di potersi sedere alla tavola imbandita di business regolati da tariffe, flussi di cassa elevati, prevedibili e stabili nel tempo, titoli tendenzialmente poco volatili e molto generosi in termini di dividendi: un banchetto perfetto, che Partito Democratico, Governo Renzi e Ministro Madia hanno deciso di apparecchiare per loro.

Ma poiché la spoliazione delle comunità locali attraverso la mercificazione dell’acqua e dei beni comuni, necessita una drastica sottrazione di democrazia, ecco che lo stravolgimento della legge d’iniziativa popolare sull’acqua e lo schiaffo al vittorioso referendum del 2011 non rappresentano semplici effetti collaterali di quanto sta accadendo, bensì ne costituiscono il cuore e l’anima.

A tutto questo occorre rispondere con una vera e propria sollevazione dal basso, con iniziative di contrasto in tutti i territori e l’inondazione di firme in calce alla petizione popolare per il ritiro del decreto Madia, promossa dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua all’interno della stagione appena aperta dei referendum sociali.

Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia.

Stop Madia! Fermare le privatizzazioni, difendere il referendum sull’acqua, fuori i beni comuni dal mercato

 

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da: http://www.italia.attac.org/joom-attac/index.php

di Marco Bersani

Lettura guidata ad un decreto/manifesto liberista

Contesto

Nel giugno 2011, oltre 26 milioni di cittadini hanno votato “SI” a due referendum sull’acqua, determinando, con la vittoria del primo quesito, l’abrogazione dell’obbligo di privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali e, con la vittoria del secondo quesito, l’abrogazione dei profitti dalla tariffa del servizio idrico integrato.

Si è trattato, in maniera evidente, di un pronunciamento di massa contro le privatizzazioni e per la gestione pubblica di tutti i servizi pubblici locali.

E, nel caso dell’acqua, come ha ben specificato la Corte Costituzionale, con sentenza n. 26 del 2011, si è perseguita chiaramente:“(..) la finalità di rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua”.

Si inserisce dentro questo contesto il Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale, decreto attuativo della Legge Delega n. 124/2015, che definisce invece con le seguenti parole l’attuale quadro normativo: “(..) risultato di una serie di interventi disorganici che hanno oscillato tra la promozione delle forme pubbliche di gestione e gli incentivi più o meno marcati all’affidamento a terzi mediante gara” (relazione illustrativa, pag.1), includendo nella generazione di confusione normativa i referendum abrogativi e la sentenza della Corte Costituzionale n. 199/2012 (che difendeva l’esito referendario).

Un testo per mettere ordine, parrebbe.

Ma in quale direzione, lo esplicita subito (sez. 1, paragrafo B) l’Analisi di Impatto della Regolamentazione, allegata al testo di legge.

Fra gli obiettivi a breve termine, viene indicata “la riduzione della gestione pubblica ai soli casi di stretta necessità”, mentre sono obiettivi di lungo periodo: “garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati e “attuare i principi di economicità ed efficienza nella gestione dei servizi pubblici locali, anche al fine di valorizzare il principio della concorrenza.

Si tratta, in tutta evidenza, di un decreto che si prefigge, cinque anni dopo la vittoria referendaria sull’acqua, la chiusura di quell’anomalia e la privatizzazione dei servizi pubblici locali.

Finalità

Altrettanto illuminanti sono le finalità della legge, così come descritte all’art.4.

Mentre il comma 1 recita incredibilmente la volontà di “affermare la centralità del cittadino nell’organizzazione e produzione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale, anche favorendo forme di partecipazione attiva”, il comma 2, aprendosi con le parole “In particolare” (quindi volendo rendere concreto quanto asserito nel comma 1) dice testualmente: “(..) le disposizioni del presente decreto promuovono la concorrenza, la libertà di stabilimento e la libertà di prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale”

Una definizione che ricalca pedissequamente quella utilizzata in tutti i trattati di libero scambio, dall’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi del WTO al più recente TTIP.

Funzione dei Comuni

L’art. 5 del testo sottolinea il ruolo dei comuni e delle città metropolitane, dichiarando, al comma 1 “funzione fondamentale”degli stessi “l’individuazione delle attività di produzione di beni e servizi di interesse economico generale”.

Peccato che, immediatamente dopo, e per tutto il testo della legge, questa funzione sia immediatamente misconosciuta: comuni e città metropolitane, infatti, per individuare i servizi pubblici, devono effettuare preventivamente una verifica, anche con forme di consultazione di mercato, sul fatto che tali attività non siano già fornite o fornibili da imprese operanti con regole di mercato (comma 2 e 3); verifica da inoltrare all’Osservatorio del Ministero dell’Economia sui servizi pubblici locali (comma 5).

Chi gestirà i servizi?

Le modalità di gestione sono la polpa del provvedimento normativo, e infatti, per quanto riguarda acqua, rifiuti e trasporto pubblico locale, prevalgono su qualsivoglia normativa di settore(art. 3).

Qui il decreto (art. 2) opera una distinzione fra “servizi pubblici locali di interesse economico generale” e “servizi pubblici locali di interesse economico generale a rete”.

Entrambi sono servizi “erogati dietro corrispettivo economico su un mercato, che non sarebbero svolti senza un intervento pubblico”, i secondi sono “organizzati tramite reti strutturali”.

Il primo principio posto chiaramente sulle modalità di affidamento è che la gestione in economia o mediante azienda speciale è possibile solo per i servizi non a rete (comma 1, lettera d) art.7).

Si tratta di un preciso attacco alle proposte di ripubblicizzazione da parte del movimento per l’acqua, che da sempre propugna la gestione attraverso enti di diritto pubblico, quali le aziende speciali, e di un attacco concreto alla realtà di ABC Napoli, azienda speciale che gestisce il servizio idrico della città partenopea.

Tutti i servizi pubblici locali a rete devono di conseguenza essere gestiti attraverso società per azioni.

Ma, perché sia chiaro quali siano le opzioni privilegiate dal decreto, ecco quali ulteriori vincoli vengono posti, laddove gli enti locali scelgano una società per azioni a totale capitale pubblico.

In questo caso, gli enti locali devono deliberare con provvedimento motivato, dando conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato, nonché dell’impossibilità di procedere mediante suddivisione in lotti del servizio per favorire la concorrenza (comma 3, art.7).

Inoltre, il provvedimento deve contenere un piano economico- finanziario con la proiezione, per l’intero periodo della durata dell’affidamento, dei costi e dei ricavi, degli investimenti e dei relativi finanziamenti; tale piano deve specificare inoltre l’assetto economico-patrimoniale della società, il capitale proprio investito e l’ammontare dell’indebitamento, da aggiornare ogni triennio.

Dulcis in fundo, il piano deve essere “asseverato da un istituto di credito” (comma 4, art.7).

Adempiute tutte queste incombenze, l’ente locale dovrà inviare lo schema di atto deliberativo all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, per un parere che verrà espresso entro trenta giorni (comma 6, art.7).

Nulla di tutto questo è richiesto per le gestioni attraverso società per azioni a capitale privato o a capitale misto pubblico-privato.

Chi gestirà le reti e gli impianti?

Poiché nulla dev’essere tendenzialmente sottratto al mercato, ecco la possibilità, sempre “per favorire la tutela della concorrenza” di affidare la gestione delle reti, degli impianti e della altre dotazioni patrimoniali separatamente dalla gestione del servizi, nel qual caso l’affidamento dovrà essere fatto ad una società per azioni a totale capitale pubblico, a società a capitale misto pubblico-privato o a società a capitale privato (coma 4, art.9)

Anche in questo caso, la preferenza per le società miste o private si esprime con la possibilità per le stesse di realizzare direttamente e senza gara d’appalto tutti i lavori connessi alla gestione della rete e degli impianti (comma 2, art. 10)

A chi andranno i finanziamenti pubblici?

 Domanda retorica: gli eventuali finanziamenti statali saranno “prioritariamente assegnati ai gestori selezionati tramite procedura di gara ad evidenza pubblica (..) ovvero che abbiano deliberato operazioni di aggregazione societaria” (comma 2, art.33)

 Le tariffe remunerano i profitti

 Lo schiaffo al referendum non poteva essere reso più evidente: dopo anni con cui i profitti erano stati mascherati nella tariffa sotto la definizione di “oneri finanziari”, viene reintrodotta nella determinazione delle tariffe dei servizi pubblici locali, “l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito” (comma 1, lett. d) art. 25), nell’esatta dizione abrogata dal secondo quesito referendario del giungo 2011.

L’Authority e il consumatore

 L’ideologia liberista del decreto, trasparente in ogni paragrafo del testo, risulta oltremodo evidente laddove si affrontano le “garanzie” su erogazione e qualità del servizio. Qui scompaiono sia le comunità locali in quanto tali, sia il cittadino-utente: entrambi cedono il passo all’individuo consumatore da una parte -a cui va garantita (art. 24) la carta dei servizi- e l’Authority dall’altra, che, per l’occasione viene ridenominata (art.16): “Autorità per energia, reti e ambiente (ARERA)”.

Diritti garantiti dal mercato

Vale la pena riportare un ulteriore passaggio tratto dall’Analisi di Impatto della Regolamentazione allegata al testo di legge.

Ecco cosa si dice alla sezione 4: “(..) Il decreto attua la delega contenuta nell’articolo 19 della legge 7 agosto 2015, n. 124 e la previsione di limiti e condizioni per l’assunzione del servizio pubblico locale permette di valorizzare il ruolo dei privati, secondo la regola generale che alle esigenze dell’utenza risponde il mercato in libera concorrenza, fatta salva la necessità di garantire a tutti un servizio che non sarebbe svolto senza un intervento pubblico”.

Peccato che il comma c) dell’art. 19 della legge cosi recitasse:individuazione della disciplina generale in materia di regolazione e organizzazione dei servizi di interesse economico generale di ambito locale (..) tenendo conto dell’esito del referendum abrogativo del 12 e 13 giugno 2011

Si tratta quindi di un’ulteriore violazione: il decreto attuativo di una legge delega deve infatti attuare, e non stravolgere, quanto previsto dalla legge delega.

Riflessioni politiche finali

Il decreto Madia prova a chiudere un cerchio: quello aperto dalla straordinaria vittoria referendaria sull’acqua del giugno 2011, sulla quale i diversi governi succedutisi non avevano potuto andare oltre all’ostacolarne l’esito, all’incentivarne la non applicazione, ad impedirne l’attuazione.

Questa volta l’attacco è esplicito: forte di quanto ottenuto con gli attacchi ai diritti del lavoro (Job Acts), alla scuola pubblica (“Buona Scuola”), alla difesa dell’ambiente e dei territori (“Sblocca Italia”), il governo Renzi si sente sufficientemente forte da tentare l’assalto finale, buttando a mare il referendum del 2011 e privatizzando tutti i servizi pubblici locali.

Il rilancio delle privatizzazioni dei servizi pubblici risponde a precisi interessi delle grandi lobby finanziarie che non vedono l’ora di potersi sedere alla tavola imbandita di business regolati da tariffe, flussi di cassa elevati, prevedibili e stabili nel tempo, titoli tendenzialmente poco volatili e molto generosi in termini di dividendi: un banchetto perfetto, che Renzi e Madia hanno deciso di apparecchiare per loro.

Con l’alibi della crisi e la trappola artificialmente costruita del debito pubblico, si cerca di portare a termine la spoliazione delle comunità locali, mercificando i beni comuni e privatizzando i servizi pubblici. Per poter attuare tutto questo, è essenziale sottrarre democrazia. Per questo, lo schiaffo al referendum non è un semplice effetto collaterale del decreto Madia, me ne costituisce il cuore e l’anima.

L’ennesima drammatica partita è appena cominciata. A tutte le donne e gli uomini che da anni si battono per l’acqua, per i beni comuni e per un altro modello sociale il compito di giocarla fino in fondo.

Non dobbiamo permettere a Madia/Renzi ciò che abbiamo impedito a Ronchi/Berlusconi.

Video. Marco Bersani -Attac Italia- Acqua, i Movimenti contro la Madia

20160318 MarcoBersani

Il video sul sito ilFattoQuotidiano.it

“E’ evidente che questo governo, con il doppio attacco alla legge d’Iniziativa popolare e con il ‘Testo Unico Madia‘, ha deciso di chiudere con l’anomalia referendaria: cioè con quella straordinaria ondata di partecipazione che ha detto che esistono dei beni comuni e che il mercato non può essere l’unico regolatore sociale”. Marco Bersani, esponente del Forum dei Movimenti italiani per l’acqua, insieme al collega Paolo Carsetti e alle deputate Serena Pellegrino di Sel e Federiga Daga del Movimento 5 Stelle in una conferenza stampa alla Camera dei Deputati sullo stato dei lavori della proposta di legge sull’acqua pubblica, annuncia battaglia al Partito democratico che in Commissione Ambiente a Montecitorio, ha tolto dal testo l’obbligo di gestione pubblica dell’acqua. “Chi fa la guerra all’acqua non verrà lasciato in pace e pubblicheremo il comportamento di ciascun parlamentare. Chi dice che non vi è la privatizzazione dell’acqua o non ha letto il testo o mente sapendo di mentire” afferma Bersani. I Movimenti attaccano anche il ministro Marianna Madia: “Il decreto al testo unico degli enti locali reintroduce le norme abrogate dal referendum sulla gestione dei servizi ai privati, in totale contrasto con la volontà referendaria e con le pronunce della Corte Costituzionale che nel 2012 hanno bloccato un tentativo simile perpetrato dall’allora governo Berlusconi. Si tratta di un fatto grave e che sta passando sotto silenzio, per questo chiederemo le dimissioni della Madia”

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