Disarmare i mercati

Nel dicembre 1997, Ignacio Ramonet ha scritto su Le Monde diplomatique un editoriale (Disarmare i mercati) in cui ha sostenuto l’istituzione della Tobin Tax e la creazione di una organizzazione per spingere i governi di tutto il mondo ad introdurre la tassa. ATTAC è stata creata il 3 giugno 1998, durante un’assemblea costituente in Francia . Mentre è stata fondata in Francia esiste ormai in oltre cinquantacinque paesi in tutto il mondo.

Funzioni di ATTAC (su un principio di decentramento) : le associazioni locali organizzano incontri, conferenze, e creano documenti che diventano contro-argomentazioni al discorso percepito neoliberista. Attac si propone di formalizzare la possibilità di un’alternativa alla società neoliberista che è attualmente richiesta della globalizzazione. ATTAC aspira ad essere un movimento di educazione popolare.

Disarmare i mercati

di Ignacio Ramonet , dicembre 1997

Il tifone scatenatosi sulle borse in Asia minaccia il mondo. La globalizzazione del capitale finanziario mette le persone in uno stato di insicurezza generale. Essa circonda e riduce la possibilità per le nazioni e i loro stati di essere i luoghi principali per l’esercizio della democrazia e la garanzia del bene comune.

La globalizzazione finanziaria ha creato anche un proprio stato. Uno stato sovranazionale, con i suoi dispositivi, le sue reti di influenza e i suoi mezzi di azione. Questa è la costellazione Fondo Monetario Internazionale (FMI), Banca mondiale, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Questi quattro istituti parlano con una sola voce – cui fanno eco quasi tutti i media principali – per esaltare le “ Virtù del mercato”

Questo stato è una potenza mondiale senza società, il ruolo di queste è svolto dai mercati finanziari e da società giganti, di cui è l’agente, con la conseguenza che le aziende, che in realtà esistono, sono società senza potere ( 1 ). E la situazione continua a peggiorare. (Leggi il nostro dossier sulla crisi finanziaria attuale.)

Successo al GATT, l’OMC è diventato, dal 1995, un’istituzione con poteri sovranazionali e posto fuori dal controllo della democrazia parlamentare che può dichiarare “contrarie alla libertà di commercio” le leggi nazionali in materia di diritti del lavoro, ambiente o salute pubblica e richiederne la revoca ( 2 ). Inoltre, dal maggio 1995, in seno all’OCSE, e senza tener conto dell’ opinione pubblica, è nato l’importante accordo commerciale “Multilaterale sugli Investimenti” (MAI), che dovrebbe essere firmato nel 1998, e mira a dare agli investitori pieni poteri sui governi.

Disarmare il potere finanziario deve diventare un grande progetto civico, se vogliamo evitare che il mondo del prossimo secolo si trasformi in una giungla in cui i predatori dettino legge.

Quotidianamente, circa 1.500 miliardi di dollari vanno e vengono sui mercati dei cambi, speculando sulle oscillazioni delle quotazioni valutarie. Questa instabilità dei cambi è una delle principali cause dell’aumento degli interessi reali che frena i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese. L’elevato costo del denaro fa lievitare il deficit pubblico, oltre a indurre i fondi pensioni, che gestiscono centinaia di miliardi di dollari, a esigere dalle imprese dividendi sempre più elevati, poiché le azioni che detengono devono rendere almeno quanto le obbligazioni. Le prime vittime dell’incalzare di questa caccia al profitto sono i lavoratori dipendenti, i cui licenziamenti massicci fanno impennare le quotazioni in borsa delle imprese che li hanno estromessi. Per quanto tempo le società potranno tollerare l’intollerabile? È ora di incominciare a gettare granelli di sabbia nel meccanismo devastante di questi movimenti di capitali. In tre modi: sopprimere i “paradisi fiscali”; aumentare le imposte sui redditi da capitale e tassare le transazioni finanziarie. I “paradisi fiscali” sono aree in cui regna il segreto bancario, utile solo a coprire malversazioni e altre attività mafiose.

Miliardi di dollari vengono così sottratti a qualsiasi imposizione fiscale, a tutto vantaggio dei potenti e delle istituzioni finanziarie. Tutte le grandi banche del pianeta hanno infatti nei paradisi fiscali le loro succursali, dalle quali traggono ingenti profitti. Perché non decretare un boicottaggio finanziario, ad esempio, di Gibilterra, delle Bahamas, delle isole Cayman o del Liechtenstein, vietando alle banche che fanno affari con i pubblici poteri di aprire filiali in queste sedi? La tassazione dei redditi finanziari è un’esigenza democratica minimale. Questi redditi dovrebbero essere tassati esattamente nella stessa misura dei redditi da lavoro. Ma ciò non avviene in nessun paese, e men che meno nell’Unione Europea. La totale libertà di circolazione del capitali destabilizza la democrazia. Per questo si impone la creazione di meccanismi dissuasivi, il più noto dei quali è la “tassa Tobin”, dal nome del premio Nobel americano per l’economia che l’ha proposta fin dal 1972. Si tratta di tassare, sia pure moderatamente, tutte le transazioni sul mercato dei cambi, con il duplice risultato di stabilizzarli e di integrare i proventi degli stati e della comunità internazionale. A un tasso dello 0,1%, la tassa Tobin assicurerebbe ogni anno un gettito di circa 166 miliardi di dollari, il doppio della somma annua necessaria per sradicare l’estrema povertà entro l’inizio del prossimo secolo (3). Numerosi esperti hanno dimostrato che l’applicazione di questa tassa non presenta nessuna particolare difficoltà tecnica. La sua attuazione sarebbe un duro colpo per il credo liberale di tutti coloro che insistono nel sostenere l’inesistenza di soluzioni alternative al sistema attuale. Perché non creare, su scala planetaria, l’organizzazione non governativa Azione per una tassa Tobin (4) di aiuto ai cittadini? In collegamento con i sindacati e le numerose associazioni con finalità culturali, sociali ed ecologiche, un’organizzazione del genere potrebbe agire come un formidabile gruppo di pressione civica presso i governi, per spingerli a chiedere finalmente l’introduzione effettiva di questa imposta mondiale di solidarietà.

Ignacio Ramonet

Direttore del Monde diplomatique 1990-2008.

( 1 ) Leggere André Gorz, miserie della ricchezza presente del futuro, Galileo, Paris, 1997, e la comunicazione di Bernard Cassen alla conferenza “democrazia sociale nell’era della globalizzazione”, organizzato dal Partito Quebec (PQ), Quebec City, 27 e 28 settembre 1997. Inoltre, il Gruppo di Lisbona, presieduto da Riccardo Petrella, pubblicherà presto le edizioni del Lavoro a Bruxelles, uno studio intitolato Il disarmo finanziario.

( 2 ) Vedi François Chesnais, la globalizzazione del capitale, Syros, Parigi, 1997 (nuova edizione ampliata).

( 3 ) Rapporto sullo Sviluppo Umano 1997, Economica, Paris, 1997.

( 4 ) Vedi Mahbub ul Haq, Inge Kaul, Isabelle Grunberg, la Tobin Tax: far fronte volatilità finanziaria, Oxford University Press, Oxford, 1996. Leggere Le Monde diplomatique, febbraio 1997.

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Dal supplemento al mensile di COTMEC (Commission tiers monde de l’Eglise catholique) del mese di gennaio-febbraio 1999. Di  Dominique Froidevaux:

Un movimento civico all’attacco dei poteri finanziari ATTAC è la sigla di un movimento che si autodefinisce combattivo e che vuol dire:”Azione per una tassa sulle transazioni per l’aiuto ai cittadini”. Alla sua origine un editoriale di Ignacio Ramonet, pubblicato nel dicembre ’97 su”le Monde diplomatique” intitolato “disarmare i mercati”. Il redattore capo del celebre mensile vi affermava: “Il disarmo del potere finanziario deve diventare un cantiere civico maggiore se si vuole evitare che il mondo del prossimo secolo non si trasformi in una giungla dove i predatori detteranno legge”. E propone tre piste d’azione in questo senso: soppressione dei paradisi fiscali, aumento della fiscalità sui redditi da capitali e tassazione delle transazioni finanziarie. Per realizzare questo programma fa appello alla creazione di un’organizzazione non governativa a scala planetaria mobilizzando l’opinione attorno alla rivendicazione di una “tassa mondiale di solidarietà”. L’appello di Ignazio Ramonet non è restato lettera morta: le manifestazioni di sostegno sono piovute a migliaia. Diverse pubblicazioni, sindacati, movimenti di disoccupati, organizzazioni non governative, universitari e personalità della sinistra hanno rapidamente creato l’associazione ATTAC. Creata nel giugno 1998 contava più di 5000 membri nel novembre scorso ed il ritmo delle adesioni non sembra diminuire. Il movimento è già internazionale con dei sostegni in Belgio, Germania, negli Stati Uniti ed in Svizzera. Un consiglio scientifico sta mettendo a punto diversi documenti sui temi che sono la ragione d’essere di ATTAC: tasse sul capitale ed i suoi redditi, ruolo dei fondi di pensione nella finanza internazionale, studio dei paradisi fiscali. In Francia si stanno organizzando dei comitati locali ed un primo incontro nazionale ha avuto luogo il 17 ottobre u.s., avendo come principale obiettivo di far entrare nelle preoccupazioni del governo francese le rivendicazioni del movimento. Una vecchia idea L’idea di una “tassa mondiale di solidarietà” si ispira al sistema di tassazione proposto nel 1972 da un laureato premio Nobel d’economia, l’americano James Tobin. Immaginata in un contesto di instabilità monetaria dovuta alla messa in opera dei tassi fluttuanti, questa tassa mirava all’introduzione di un regolatore dei flussi finanziari facendo pagare un prezzo alla speculazione. Tobin proponeva quindi di tassare ogni transazione sui mercati dei cambi. L’effetto sarebbe stato principalmente un freno alla speculazione (più si opera con le monete per trarre profitto dalle operazioni di cambio, più si è tassati) senza peraltro pesare sul funzionamento normale dei mercati, essendo il tasso imposto molto modesto. Per Tobin il prodotto di questa tassa dovrebbe essere incassato dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) oppure dalla Banca Mondiale. E’ solamente in seguito che ci si è interessati all’utilizzazione che potrebbe essere fatta delle somme prodotte da una tale tassa. La CNUCED (Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo) ha calcolato che nel 1996, su un totale di 1000 miliardi di dollari di transazioni al giorno, tassate progressivamente allo 0,25%, si potrebbero ridurre le operazioni speculative fino al 30%, ricavando da questa imposta circa 200 miliardi di dollari all’anno. (da David Felix “Mondializzazione finanziaria o libero cambio, argomenti a favore della tassa di Tobin” Bollettino della CNUCED gennaio-marzo 1996). Le somme allettanti che scaturiscono da questo calcolo fanno sognare: 200 miliardi di dollari è ben più della somma ritenuta necessaria dalle Nazioni Unite per garantire a livello universale i servizi sociali di base. (Il PNUD, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, ritiene che 40 miliardi di dollari basterebbero per “finanziare l’educazione di base, la salute, la nutrizione, le cure genetiche, il planning familiare e l’acqua potabile per tutti” – Rapporto mondiale sullo sviluppo umano 1998-). Ora, non sono più solamente 1000 miliardi di dollari che passano da una mano all’altra ogni giorno sui mercati dei cambi, ma almeno 1500 miliardi, secondo stime per difetto. Solamente in Svizzera, secondo la Banca Nazionale, si calcola che ogni giorno sono cambiati 100 miliardi di franchi svizzeri! E soltanto il 7 o l’8 % di queste transazioni riguarderebbe dei regolamenti commerciali. Per il resto si tratta essenzialmente di movimenti speculativi, di cui alcuni si fanno in un semplice “andata e ritorno” di qualche ora, il tempo necessario per garantire un margine di profitto giocando sulle monete. Viste le prospettive che lascia intravedere in materia di entrate e di regolazione del mercato finanziario, si comprende come l’idea della “tassa Tobin” ritorni di moda e non soltanto nell’ambiente della sinistra, largamente rappresentato in seno al movimento ATTAC. Ma è una soluzione realistica. Ostacoli politici e tecnici Se questa tassa non è stata fin’ora applicata è perché, come lo riconosceva Tobin stesso, l’insieme dei padroni della finanza mondiale, compresi i responsabili delle banche centrali e delle istituzioni finanziarie internazionali, vi si sono opposti fin dall’inizio, per principio. Ogni nuova imposta appariva loro come un intralcio al dogma sacrosanto della liberalizzazione dei mercati. Inoltre, se oggi si volesse applicare questa tassa, sorgerebbero innumerevoli problemi tecnici. Come sottolinea Andrew Cornford, uno degli specialisti della gestione delle crisi finanziarie alla CNUCED, “la complessità dei mercati finanziari è notevolmente aumentata dall’epoca in cui Tobin ha avanzato la sua proposta. Il grande merito della Tassa Tobin era la sua semplicità teorica che avrebbe dovuto andare di pari passo con una semplicità d’applicazione pratica. Ora, con lo sviluppo spettacolare dei nuovi strumenti del commercio delle monete sempre più difficile da controllare, esistono anche sempre più possibilità di sfuggire ad una tassa in questo campo: il mercato dei cambi non ha una sede, i suoi centri sono multipli e le operazioni sono in larga misura improvvisate. Fino a quando non si riuscirà a mettere un po’ d’ordine nei mercati dei cambi a livello mondiale, gli speculatori saranno sempre un passo più avanti delle istituzioni statali che tenterebbero di introdurre un controllo fiscale”. L’Associazione ATTAC, d’altronde, non intende fare della Tassa Tobin un oggetto sacro. Secondo l’economista François Chesnais, membro del Comitato scientifico d’ATTAC, “la tassa Tobin potrà aver senso in un contesto finanziario ricostruito dopo la crisi e nel quale, prendendo la lezione dalla mondializzazione finanziaria, delle persone cercherebbero di farla finita con i paradisi fiscali e l’onnipotenza degli speculatori”. Ma riconosce che è ancora musica d’avvenire. L’obiettivo di ATTAC, servendosi di questa utopia, è quello di provocare fin d’ora un dibattito sul peso del potere finanziario a livello nazionale ed internazionale. Ora, in pochi mesi, dopo che ogni previsione degli specialisti più rinomati dell’alta finanza è stata spazzata via dalle crisi asiatica e russa, questo dibattito sembra essere diventato inderogabile. Ad ogni modo le opposizioni puramente politiche ed ideologiche ad ogni forma di controllo dei mercati finanziari diventano ogni giorno sempre più discrete. L’ultima riunione della Banca Mondiale, tenutasi a Washington nell’ottobre scorso, è apparsa in questo senso molto istruttiva. Malgrado la crisi, si è voluto essere rassicuranti sull’avvenire del sistema, sottolineando tuttavia che avrebbe bisogno di “serie riparazioni”. E nuove parole d’ordine sono state lanciate: necessità di una “nuova architettura finanziaria”, che si basi su “regole e norme minime” che si integrino con una “politica a lungo termine propria a creare un clima di fiducia e garante della stabilità monetaria e finanziaria”. Possibilità concrete esistono Le aperture che si manifestano fra le istituzioni finanziarie internazionali lasciano intravedere soluzioni realiste per avanzare nella direzione di una”repressione della speculazione’ che è uno dei perni dell’idea lanciata da Tobin. Specificatamente, l’idea di un ritorno puro e semplice al controllo dei cambi e dei movimenti di capitali sembra imporsi. Il Cile e la Malesia lo hanno tentato con successo: è più semplice, meglio rodato, più efficace e più ammissibile da parte dei poteri in carica che non l’idea di una nuova tassa. E questo risponderebbe in parte alle preoccupazioni di stabilizzazione finanziaria che ormai tutti condividono. Queste idee sono pure approfondite dal comitato scientifico d’ ATTAC. Ma, secondo François Chesnais il grande interrogativo è sapere se l’attuale crisi sarà l’occasione per un”semplice rattoppo del sistema capitalistico o se sarà invece”l’occasione per realizzare un programma che soddisfi al bisogno di soldi degli sfruttati e degli esclusi attaccandosi allo strapotere del capitalismo . Per ATTAC le questioni di fondo sollevate da una campagna sulla tassa Tobin sono primordiali. Ed il secondo principio della tassa, quello di una ridistribuzione delle ricchezze, è altrettanto importante che quello della stabilizzazione del sistema finanziario. Sulla stessa linea, Howard M. Wachtel, professore di economia all’ American University di Washington, propone diversi sistemi fiscali, complementari alla tassa Tobin, per andare nel senso di”una maggiore giustizia ed equità: come l’introduzione, per esempio, di una tassa sugli investimenti diretti all’estero” in cui il tasso terrebbe conto del rispetto dei diritti dei lavoratori secondo le norme dell’ ufficio internazionale del lavoro” oppure di una tassa unica sui benefici delle imprese che si ispira all'”unitary tax già in vigore negli Stati Uniti, ma applicandola in modo coordinato in tutti i paesi del mondo con lo scopo di combattere i paradisi fiscali. Un dibattito civile Queste proposte dovrebbero essere discusse, criticate ed hanno sicuramente molto cammino da fare prima di essere applicate. Ma qualunque sia la loro possibilità di successo, il fatto stesso che vengano discusse fin d’ ora, è una provocazione, perché un vero dibattito civile possa nascere attorno a problemi che ci riguardano tutti. In primo luogo è la questione del potere che questo dibattito rimette in gioco. I movimenti di capitali messi in circolazione ogni giorno dagli operatori finanziari raggiungono cifre talmente alte che nessuna banca centrale al mondo potrebbe sperare di controbilanciare. Il potere finanziario in tal modo prende il sopravvento sul potere politico e non si può lasciare senza limite ne controlli un tal potere, capace di precipitare l’economia e le società del pianeta intero nel caos. In secondo luogo, il dibattito sugli eccessi dei poteri finanziari permette di attaccarsi alla radice stessa del cattivo sviluppo: il disfunzionamento del mondo finanziario può, in effetti, ridurre a niente, in qualche mese, tutti i progressi realizzati in molti anni nel campo dello sviluppo economico o della mutua assistenza e della cooperazione, delle conquiste in campo sanitario, sociale od ecologico. Da una logica di riparazione è il momento di passare ad una logica di trasformazione dei rapporti economici. Infine il dibattito su nuovi sistemi di imposta rilancerebbe la questione essenziale del bene pubblico, ma, questa volta, su scala planetaria. Nel momento in cui i poteri finanziari giocano sulla capacità di un piccolo numero di persone per togliere la spina dal gioco al fine di arricchirsi a danno degli altri, è più che mai urgente favorire l’emergere di meccanismi di solidarietà e di nuovi rapporti di produzione che permettano agli uomini di meglio vivere insieme nell’epoca della mondializzazione.

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