Punti di vista

Punti di vista

di Pino Cosentino – Attac Genova –

Genova, 27 aprile 2015

AMIU

Verso l’epilogo di una ordinaria storia di malaffare

Si può dimostrare molto facilmente che AMIU non ha bisogno di nessun partner privato per compiere gli investimenti necessari a risolvere il problema di Scarpino, come viene ora drammaticamente posto da esponenti della Giunta Doria.

Quanto occorre? 200 milioni? Se si vuole, non ci sono problemi.Pino Cosentino

Vediamo qualche precedente.

Nel 2006 nacque l’attuale legame tra Genova e Torino, che misero insieme AMGA e AEM per costituire Iride, l’attuale Iren.

C’era però un ostacolo al progettato matrimonio. AMGA valeva meno di AEM, ma Genova voleva un rapporto paritario con Torino. Nella finaziaria costituita per detenere le azioni dei due Comuni in Iride, Genova voleva avere lo stesso peso del capoluogo piemontese.

Così FSU – Finanziaria Svilppo Utility nacque con due azionisti, ognuno dei quali, come voleva Genova, deteneva il 50% delle azioni. Genova conferì a FSU tutte le sue azioni di AMGA, Torino conferì una quantità di azioni di AEM per un valore corrispondente.

Le restanti azioni AEM vengono comprate da FSU che paga al comune di Torino € 213.956.762. Da dove vengono quei 213 milioni versati da FSU al Comune di Torino? Da Banca Intesa e Banca Opi oggi Intesa Sanpaolo, che hanno prestato 230 milioni a FSU. Prestito da restituire in 15 anni, come un qualsiasi mutuo. Quanto costa un mutuo così? Tra il 2007 e il 2011 FSU diede 42 milioni, circa 8,5 milioni all’anno. Dal 2011 il debito fu ristrutturato e la rata annuale scese ancora, a circa 6,2 milioni. Perché queste operazioni si possono fare per privatizzare, e non si possono fare per mantenere in mani pubbliche un servizio di importanza strategica?

L’operazione si pagherebbe da sé, con i proventi della vendita delle frazioni differenziate e del metano ottenibile dal biogas prodotto con la digestione aerobica della frazione pulita dell’umido.

Si potrebbero citare altri precedenti, come, per restare in argomento, la vendita del 40% della azioni di Mediterranea delle Acqua a F2i, un fondo di investimenti che ha usato una società veicolo, F2i Reti Idriche Italiane – FRII, appositamente costituita per compiere questa operazione. Il costo del 40% di MdA è di circa 180 milioni, che FRII ottiene da BIIS [gruppo Intesa Sanpaolo: rieccolo!].

Ci sarebbe poi un’altra soluzione, forse ancora più semplice. Mauro Solari l’ha illustrata all’ultima audizione in argomento davanti alla Commissione del Consiglio Comunale: gli impianti restano per un certo numero di anni affidati alla gestione della società che li fornisce. Una soluzione praticata spesso in casi analoghi.

La conclusione non può essere che una: siamo davanti all’ennesima storia di malaffare. C’è la volontà politica di sottrarre al patrimonio pubblico un servizio strategico, che in condizioni di monopolio può produrre guadagni sicuri, trampolino per più ardite speculazioni finanziarie.

Decenni di gestione al limite dell’illegalità hanno portato alla crisi Scarpino. Come hanno distrutto AMT, come distruggono ogni cosa che gestiscono in quanto amministratori pubblici (pensiamo ai giardini e ai parchi pubblici) in modo da poterne fare prede per i loro interessi privati.

Gli attori di questa sporca storia sono sempre gli stessi, lo schieramento trasversale a guida PD che da decenni controlla questa regione, e che si può denominare, riprendendo il titolo di un libro, “il partito del cemento”.

Riusciremo a impedire un epilogo così vergognoso? A chi si lamenta per le divisioni tra i possibili oppositori, rispondiamo che non ci può essere unità tra chi spinge in direzioni opposte. Chi ha condiviso per anni e anni, anche stando negli organi di governo locali, la responsabilità di scelte scellerate dovrebbe semplicemente farsi da parte, e smetterla di ammorbare un’aria che dovrebbe essere limpida e salutare, l’aria nuova che deve prendere a spirare su questo paese per ridare speranza a un popolo ancora relativamente prospero, ma disorientato dai troppi doppiogiochisti e sostanzialmente disperato.

 

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Punti di vista

di Pino Cosentino – Attac Genova –  

Genova, 6 aprile 2015  

Riprendiamoci il Comune

Una lunga marcia di popolo sull’istituzione rappresentativa di base

chiave di volta della rivoluzione democratica

I Comuni sono oggi i terminali di un potere sempre più centralizzato, estraneo ai cittadini, impegnato a consolidarsi come casta privilegiata.

I Comuni sono il primo (e unico) livello di rappresentanza diretta dei territori. Gli altri (Province, Città Metropolitane, Regioni, Stato, di cui i primi due non più elettivi), sono sovraordinati alle comunità locali, come se rappresentassero un interesse più generale, a loro superiore.

Ma si tratta di una finzione. La mitologia giuridico-formale sancita dalla Costituzione del 2001 pone sullo stesso piano Comuni, Città Metropolitane, Province, Regioni e Stato, tutti Enti dotati di larga autonomia, ma egualmente impegnati, sebbene in ambiti e con modalità diverse, a realizzare il “bene comune” della Repubblica. Come tutti ormai sanno, tutti i livelli di governo sono invece impegnati a garantire gli interessi dei “mercati”, termine ideologico usato per mascherare la grande speculazione finanziaria, di cui il ceto politico è parte integrante.

Il reticolo dei Comuni copre tutto il territorio nazionale, ne è la rappresentazione/emanazione diretta, in un rapporto 1:1. Gli altri Enti sono invece riproduzioni in scala, come le carte geografiche che rappresentano un territorio, ma non sono quel territorio.

I Comuni sono dunque la base naturale della democrazia, in quanto unica espressione diretta delle popolazioni. Da quel livello in su prevale di necessità la rappresentanza, poiché i processi decisionali pubblici riguardano territori e popolazioni troppo ampi ed eterogenei, che non possono disporre di canali appropriati di formazione e di espressione della partecipazione consapevole e vissuta possibile a livello di comunità locale.

Il primo punto di arrivo della rivoluzione democratica è dunque il rovesciamento dell’attuale gerarchizzazione del potere pubblico. Il livello decisionale prevalente deve essere quello comunale, sotto il quale si scende fino a quello meno importante di tutti, lo Stato. Lo Stato dovrebbe avere semplici funzioni di coordinamento, in esecuzione delle decisioni espresse in prima e decisiva istanza dai Comuni, ossia dalla democrazia (senza aggettivi: la democrazia o è partecipativa, o non è).

L’instaurazione di un sistema politico non formalmente, ma realmente democratico è la premessa per superare un sistema sociale alienato, dove l’esigenza di valorizzare ogni singolo segmento del capitale esistente (e anche non esistente) ha il sopravvento sulle persone e anche sulle stesse esigenze sistemiche del capitale nel suo insieme. Il capitalismo è la formazione sociale più potente finora apparsa sulla Terra, ma ora si trova davanti due ostacoli insuperabili: l’impossibilità di rispettare i vincoli ambientali; la crescita delle disuguaglianze.

Rientrare dal debito ecologico e avviare un processo strutturale di riduzione delle disuguaglianze sono gli obiettivi strategici dei movimenti di emancipazione umana. Obiettivi in un certo senso non scelti liberamente, ma imposti dalle dinamiche esistenti, che non lasciano scampo all’umanità se questi due problemi non vengono risolti.

Ma finché i processi decisionali pubblici restano monopolizzati da vertici politici eletti nei contesti che conosciamo non c’è speranza di un vero cambiamento, del cambiamento che serve per continuare a vivere.

La partecipazione delle popolazioni ai processi decisionali, incoraggiata e promossa dalle leggi vigenti, è invece attivamente sabotata e impedita dalle istituzioni elettive, che non rispettano nemmeno le regole stabilite da loro stessi. Sempre più emerge la natura criminale di questo sistema politico, che si avvita in una spirale di degrado e delegittimazione senza fine, trascinando con sé tutto ciò che è “pubblico”, ossia sottoposto al suo diretto controllo. Lo smantellamento delle istituzioni, per quanto possano essere ancora, parzialmente, strumenti di democrazia, procede a ritmo serrato, mentre si estende il tessuto neofeudale delle fedeltà e delle protezioni personali, che sempre più va a sostituire il governo della legge. Il dominio del capitale non si lega a questa o a quella forma politica, le utilizza tutte secondo le circostanze. Quanto al mercato: è una costruzione ideologica, che ha ovviamente un riscontro nella realtà, ma non funziona affatto come si pretende. La menzogna si costruisce per mezzo della verità, altrimenti non sarebbe credibile.

“Riprendiamoci il Comune” è dunque il primo passo di una strategia di alternativa sistemica finora mai concepita né tentata, poiché tutte le forze politiche, al di là della retorica, hanno trovato molto comodo accettare di fatto questo sistema politico e le sue regole basate sulla delega incondizionata alla “rappresentanza”. L’obiettivo strategico è la rivitalizzazione dell’istituzione più vicina ai cittadini, cambiandone però la natura. Infatti, e questo è il punto cruciale, qual è il soggetto che “si riappropria” del Comune? Ovviamente il popolo, attraverso strumenti di democrazia partecipativa in parte già presenti negli statuti comunali, o introducibili senza problemi. Il popolo deve diventare il soggetto politico e riprendere a esercitare direttamente la sovranità. La presentazione di liste per partecipare alle elezioni dovrebbe perciò essere una mossa tattica, da compiere in funzione del raggiungimento della democrazia partecipativa e subordinatamente a quello. Ma vincere le elezioni non deve mai diventare l’obiettivo strategico, ossia non si deve credere che “vincere” significhi conquistare la maggioranza alle elezioni. Se ciò avviene senza partecipazione popolare e la conquista del potere esecutivo non è utilizzata in primo luogo per suscitare e organizzare la partecipazione, abbiamo perso.

Attualmente il soggetto che “si riprende” il Comune non può essere che una larga coalizione sociale, embrione della futura partecipazione tendenzialmente totale della popolazione.

Spetta a ogni singolo territorio individuare concretamente il percorso sulla base delle condizioni locali.

E’ quanto ci proponiamo di fare a Genova nelle 4 sezioni dell’Università popolare, a partire dal 5 maggio prossimo.

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